Guccini è morto – Un muro che si sgretola – di Lorenzo Baldi

Stavo sfaccendando con la televisione accesa, quando ho appreso della morte di Francesco Guccini. Inaspettatamente, mi ha preso male: molto peggio delle ormai tante volte nelle quali è capitato che un pezzetto del mondo nel quale ho vissuto si staccasse, come un pezzo di mattone da u

Quando avevo quindici anni la censura radiofonica mi impediva di ascoltare «Dio è morto» (non così la radio vaticana), la prima canzone di successo, composta da Guccini ma interpretata da «I Nomadi»: mi precipitai, naturalmente, a comprare il 45 giri proibito. Avevo imparato a leggere su Quattroruote, e, nel tempo libero da scuola, costruivo aeromodelli, plastici ferroviari e la classica radio ad un solo transistor, da ascoltare in cuffia. Per dire che non avevo, a quel tempo, una formazione umanistica, al di là di quella meramente scolastica.

Guccini aveva scritto «Dio è morto» nel 1965 e che ne sapevamo, a metà degli studi liceali, di Allen Ginsberg e della teologia della morte di Dio? A quel tempo, la letteratura inglese si fermava, più o meno, a Walter Scott, la filosofia non sfiorava in alcun modo il ‘900.

Nietzsche era una parolaccia che si sussurrava sottovoce in qualche circolo universitario, identificato com’era il superuomo con il gerarca nazista, nella vulgata censoria del tempo.

Non avevo ancora letto Sartre, «L’esistenzialismo è un umanesimo» che mi avrebbe incamminato verso un interesse molto forte per la politica e per la filosofia.

Credo, poi,  che quel titolo, «Dio è morto», per me sia stato come una spiegazione per la diversità di una famiglia religiosamente agnostica, nella praticante provincia lombarda di metà anni ’60.

Qui mi interessano gli anni del liceo, perché ho sempre pensato ai riferimenti culturali del Maestrone come a quelli di un solido studente di liceo, certamente un primo della classe. Legati, se vuoi, ai fondamentali, genuinamente precedenti alle convoluzioni della ricerca accademica, sempre combinati ad una freschezza ed energia giovanile che si è spenta solo in un’età molto avanzata. E quanto mai estranei all’esercizio della distinzione come potere di esclusione.

Il liceale non monta in cattedra, resta seduto al banco insieme a tutti gli altri. Questo, forse, è alle radici della sua grande e trasversale popolarità. Francesco Guccini è stato un artista nazional-popolare nel senso migliore del (bistrattato) termine, sempre un solo passo avanti al suo pubblico, con la capacità di incarnare il suo tempo in modo comprensibile e, quasi sempre, condivisibile per gran parte delle persone.

«Se dio muore è per tre giorni e poi risorge,

in ciò che noi crediamo dio è risorto,

in ciò che noi vogliamo dio è risorto,

nel mondo che faremo dio è risorto…»

Mi interessa «Dio è morto» perché, a modo suo, è anche un pezzetto del legame inscindibile tra la cultura italiana e il mondo cattolico. Con la fine dell’Unione Sovietica e la quasi scomparsa dai radar della cultura e degli studi marxiani, alla fine, ciò che unisce il popolo di sinistra è diventato un generale spirito umanitario, difficile da distinguere da un’ispirazione cristiana. In questo senso, nello scorso decennio, il leader più rilevante della sinistra mondiale è stato forse, piaccia o no,  Papa Francesco.

Guccini era dichiaratamente ateo e, anche, un individualista istintivo ma, mentre si confrontava volentieri con il cardinale Zuppi, non ha mai accettato l’intrusione del pensiero e della pratica liberale. Un atteggiamento che riflette abbastanza bene la postura assunta negli anni più recenti dalla sinistra italiana.

Un altro grande esponente della canzone d’autore italiana, Fabrizio De Andrè, credo avesse, a proposito del cristianesimo, una postura più complicata: nei suoi frequenti riferimenti, in particolare nel suo ripercorrere i vangeli apocrifi con «La buona novella», sentivi l’eco di una ricerca intima e personale, al di là dell’inclinazione al sostegno degli ultimi: come se Gesù fosse un’incontro desiderato, ma reso impossibile dalle responsabilità storiche di una Chiesa presto diventata istituzione.

La casa sul confine dei ricordi

La stessa sempre, come tu la sai.

E tu ricerchi là le tue radici

Se vuoi capire l’anima che hai.

Mi interessa anche «Radici», la canzone che dà il titolo al suo quarto album, perché il problema delle tradizioni e dell’appartenenza appesantisce l’aria della prima parte di questo secolo: un tema, forse, sparito dall’orizzonte della modernità, provocando un dolore antropologico per molti quasi impossibile da lenire o da sopportare; con la conseguenza di tante reazioni scomposte, anche violente, in nome del ritorno al passato.

Personalmente, ascoltare questa canzone mi ha sempre fatto male perché radici non ho mai sentito di averne ed ho vissuto nutrendomi più dell’aria che della terra. Ma lo snobismo della non appartenenza ti sorregge fino a un certo punto e, alla fine, ti guardi intorno e non sai dire, con precisione, chi sei e dove sei. Lascerò questo mondo in quella che è la mia Pavana, un fazzoletto di terra in mezzo ai campi, in un minuscolo comune del Monferrato: non il ritorno al punto di partenza ma la scelta arbitraria di un luogo di arrivo, dove il paesaggio ti appare intatto, al mattino, da ogni finestra. L’estetica al posto dell’etica.

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo

pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.

Nel citato album «Radici» è compresa «La locomotiva», la storia del ferroviere Piero Rigosi che, nel 1983, lanciò una locomotiva contro un treno di prima classe; senza successo perché fu tempestivamente deviata su un binario morto.

È la canzone di Francesco Guccini che più accendini ha consumato durante i concerti, l’abbiamo cantata in coro e a squarciagola quando ci credevamo «La meglio gioventù». Ma, più presto che tardi, avremmo dovuto smettere ed ho personalmente smesso, a differenza di tanti amici che la cantano ancora e dello stesso Maestrone che la interpretava alla fine di ogni suo concerto.

In un intervista di due anni fa al «Corriere della Sera», Aldo Cazzullo gli pose questa domanda e Guccini rispose: «È una canzone politica, ma è prima di tutto una suggestione letteraria. È ispirata al fascino del movimento anarchico di fine 800 e inizio 900. Figure come Gaetano Bresci e Carlo Cafiero, pronte a morire per il loro ideale, l’uguaglianza tra gli uomini, e certo anche a dare la morte; come Luigi Licheni, che uccide l’imperatrice Sissi con una lima».

Per responsabilità più degli ascoltatori che dell’autore, la canzone si prestava a diventare l’inno di una generazione politica che ha partorito anche molta violenza. Per quanto mi riguarda, penso che la distanza temporale dal tardo ‘800 e l’alone romantico non bastano a giustificare quella che resta l’apologia di un atto politico violento, con le tinte, troppo umane, dell’invidia sociale.

Francesco Guccini ha, per il resto, incarnato un’appartenenza politica sempre molto critica nei confronti del socialismo reale e dei piccoli dogmatismi paralleli che hanno in gran parte snaturato le motivazioni all’origine dei movimenti giovanili di quegli anni. Una sinistra anarchica, la sua, libertaria, socialista e mai burocratica o irrigidita in schemi ideologici. E forse, come per molti, un’appartenenza mai più rimessa in discussione, perché nella vita ci sono altre cose, in fondo, più importanti: amori, famiglie, libri, canzoni e destini.

E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito

Quanto tempo è ormai passato e passerà?

Mi interessa, allora, «L’isola non trovata», il suo terzo disco, che contiene «Un altro giorno è andato» e parla di queste cose più importanti: del tempo, appunto, e della ricerca di senso, in un momento che la vedeva spesso equiparata e ristretta al proprio minuscolo ruolo nella storia.

Il tema del tempo si intreccia con quello della morte, come in un’intervista di sei anni fa, in occasione dell’ottantesimo compleanno. Qui, citando sant’Agostino, dichiara il tempo come conosciuto ma impossibile da definire, per poi descriverlo come l’alternarsi delle stagioni con un’ accelerazione percepita man mano che l’età avanza. Col solito scatto tra i riferimenti culturali alti e l’esperienza quotidiana «alla boia di un giuda» che attraversa le sue canzoni e i suoi libri.

Dopo un bicchiere di vino, con frasi un po’ ironiche e amare,

parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer.

E mi interessa la bottiglia di vino vicino alla sedia, durante i concerti. Un vino che beveva alla salute delle migliaia di spettatori nei concerti, con sodali e sconosciuti nelle osterie di fuori porta, o nei dopoteatro che seguivano le serate del «Club Tenco».

Ho sempre pensato che l’alcol fosse il nostro stupefacente nazional-popolare e che, per questo, lo potessimo consumare a tavola, o sul divano, senza il rito collettivo dello spinello che passa di mano in mano e senza eccessivo sballo, come un buon carburante per i brainstorming esistenziali del sabato sera. La ricerca delle «Osterie di fuori porta», locali popolari con vino (perlopiù) cattivo e qualche prodotto di tradizione (sopravvissuto in attesa che Carlo Petrini arrivasse a salvarlo), faceva parte del tempo libero della nostra generazione di boomers.

L’elogio del vino in canzone, una trasgressione popolare e non proprio salutista, fu forse inaugurata dai Gufi che la portarono, dai primi anni ’60, nei teatri e cabaret milanesi: «Camerer, porta un mezz liter!» era il titolo di una ballata di osteria.

Credo che a Guccini il tema che segue non piacesse, preferiva una visione più artigianale della canzone. La sua ambizione letteraria la soddisfò peraltro ampiamente e con successo, in prosa, sulla carta stampata.

Eppure, anche in suo onore e memoria, bisognerà pur ammettere un giorno che la poesia, come forma letteraria, si è ritratta in un ambito assai specializzato. E che la canzone d’autore è la reale continuazione, musicalmente arricchita, di quella grande tradizione poetica che, dagli albori, è stata alla base dello studio delle lingue e ci ha insegnato la dialettica dei sentimenti.