{"id":4791,"date":"2024-05-13T20:32:00","date_gmt":"2024-05-13T18:32:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/?p=4791"},"modified":"2025-05-24T11:33:01","modified_gmt":"2025-05-24T09:33:01","slug":"gli-odori-del-taboga","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/?p=4791","title":{"rendered":"1953-1963: gli odori del Taboga"},"content":{"rendered":"<div class=\"pdfprnt-buttons pdfprnt-buttons-post pdfprnt-top-right\"><a href=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/index.php?rest_route=wpv2posts4791&print=pdf\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-pdf\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/pdf.png\" alt=\"image_pdf\" title=\"Visualizza PDF\" \/><\/a><a href=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/index.php?rest_route=wpv2posts4791&print=print\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-print\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/print.png\" alt=\"image_print\" title=\"Stampa contenuto\" \/><\/a><\/div><h5 style=\"text-align: right;\">IV edizione &#8211; maggio 2025<\/h5>\n<p>Quando ripenso al <i>Taboga<\/i> sento due profumi, quello del Lambro e quello della farina di mais appena molata. Il <i>Taboga<\/i> \u00e8 una frazione del comune di Arcore e il nome giusto sarebbe <i>Molino di mezzo<\/i>. Il mio nonno materno, <em>Giuanen Malacrida,<\/em> faceva il mugnaio e mia madre \u00e8 originaria di l\u00ec, cos\u00ec come gli zii e le zie materne che ci hanno anche vissuto sino alla morte.<\/p>\n<div style=\"width: 418px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" style=\"float: left; width: 408px; height: 275px;\" title=\"Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/cascata.jpg\" alt=\"Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini\" width=\"408\" height=\"275\" \/><p class=\"wp-caption-text\">Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini, che in dialetto sono chiamate ciuus, che sta per chiusa. A monte delle cascate parte la roggia molinara<\/p><\/div>\n<p>Il nome <i>Taboga<\/i> credo che derivi dal fatto che per arrivarci bisognava percorere una ripida discesa fatta di ciottoli di fiume che tutti chiamavano <i>la riva <\/i>e in italiano uno dei significati di Taboga o Toboga \u00e8 quello di scivolo. Andavi alla frazione <i>La C\u00e0,<\/i> al confine tra Arcore e Peregallo, e da l\u00ec scendevi nella valle del Lambro al Taboga.<\/p>\n<p>Fatto sta che ad Arcore e nei paesi intorno, il Taboga tutti sapevano cosa fosse, se invece dicevi <i>Molino di Mezzo<\/i> o via XXIV maggio ti guardavano come un marziano.<\/p>\n<p><!--more-->Ho frequentato il Taboga da bambino sino all&#8217;et\u00e0 di sedici anni. Il primo ricordo che ne ho \u00e8 in occasione della nascita di mio fratello Italo, nato nell&#8217;aprile del 53, quando io avevo 6 anni e mezzo. Stavo giocando con dei coetanei sotto la <em>riva,\u00a0<\/em>proprio dove \u00e8 stata fatta la foto qui sotto, e arrivarono in bicicletta alcune operaie della fabbrica di mio padre; mi dissero che avevo un nuovo fratellino. Si usava cos\u00ec; nei momenti topici, i bambini venivano portati altrove. Pochi mesi dopo, come ho gi\u00e0 raccontato, ero in vacanza in una casa che avevamo in alta Brianza e mi arriv\u00f2, in maniera simile, la notizia della morte di mio nonno Alessandro Cereda.<\/p>\n<h2>la famiglia di mia madre: Malacrida-Mussida<\/h2>\n<div id=\"attachment_9082\" style=\"width: 521px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9082\" class=\"wp-image-9082 \" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/malacridaaltaboga.jpg\" alt=\"\" width=\"511\" height=\"418\" \/><p id=\"caption-attachment-9082\" class=\"wp-caption-text\">1925 &#8211; gruppo Malacrida davanti alla stalla dove si teneva il cavallo, al termine della riva: nonna Alice (Mussida) con in braccio l&#8217;ultima figlia Renza e alla sua destra la figlia maggiore Amelia e, davanti a lei,\u00a0 mia mamma Anita, oltre ad altri parenti. Se si osservano i tratti somatici si vede che era molto diffusa la pratica di incrociarsi tra parenti<\/p><\/div>\n<p>Al Taboga, di solito, stavo dalla zia Amelia (la sorella maggiore della mamma). La zia Amelia <i>non faceva niente<\/i>, nel senso che <em>stava dietro ai figli<\/em> (Ester, Franco, Lina, Rosanna, Mariuccio, Alberta), alla casa, all&#8217;orto, ai maiali, alle oche e alle galline, mentre suo marito (lo zio Angelo, detto <i>&#8216;Ngiulen<\/i>) faceva il mugnaio. I figli e le figlie maggiori erano ormai sposate, o prossime a farlo, mentre a casa rimanevano gli ultimi due Alberta e il Mariuccio.<\/p>\n<div id=\"attachment_12981\" style=\"width: 266px\" class=\"wp-caption alignright\"><img decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12981\" class=\"size-medium wp-image-12981\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/nonnaalice-256x300.jpg\" alt=\"nonna alice\" width=\"256\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/nonnaalice-256x300.jpg 256w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/nonnaalice.jpg 436w\" sizes=\"(max-width: 256px) 100vw, 256px\" \/><p id=\"caption-attachment-12981\" class=\"wp-caption-text\">La nonna Alice in una foto del 1935 (data presunta)<\/p><\/div>\n<p>Mia nonna, Cleonice detta Alice Mussida, non l&#8217;ho mai conosciuta, veniva dal piacentino ed era arrivata alla Ca&#8217; come governante al seguito di una ricca famiglia di avvocati che stava nella villa a destra prima di imboccare la <em>riva<\/em>.<\/p>\n<p>E&#8217; morta nel 1945, la mamma diceva per effetto di una peritonite seguita a seguito della caduta dal primo piano di un annesso agricolo. La mamma raccontava che si era cercato di intervenire anche con la pennicillina presa dagli Americani, ma non c&#8217;era stato nulla da fare.<\/p>\n<p>La mamma, che nei confronti di suo padre era piuttosto impietosa, per via di qualcosa che credo avesse avuto a che fare con un episodio di insidia nei confronti di minori (ma non ho avuto mai dettagli e adesso non ci sono pi\u00f9 viventi che possano testimoniare), soleva dire che la nonna <em>era stata fregata<\/em>. Le avevano fatto credere chissa cosa a proposito dei mulini e del lavoro di mugnaio e poi lei si era trovata a vivere nella miseria. I parenti Mussida stanno nelle campagne al confine tra le province di Piacenza e di Lodi, qualche parente \u00e8 emigrato in Argentina, dover ha fatto fortuna, diceva la mamma.<\/p>\n<div id=\"attachment_12994\" style=\"width: 727px\" class=\"wp-caption alignnone\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12994\" class=\"wp-image-12994 size-full\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/anita-renza-e-cane-al-taboga.jpg\" alt=\"anita renza e cane 1925\" width=\"717\" height=\"380\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/anita-renza-e-cane-al-taboga.jpg 717w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/anita-renza-e-cane-al-taboga-300x159.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 717px) 100vw, 717px\" \/><p id=\"caption-attachment-12994\" class=\"wp-caption-text\">Anita e Renza Malacrida nel 1925<\/p><\/div>\n<p>Visto che, nella foto di gruppo di apertura dell&#8217;articolo la zia Amelia dimostra sui 14 anni direi che potrebbero essersi sposati nel 1910 e che, probabilmente, la nonna Alice era del 1885, la stessa generazione dei nonni paterni.<\/p>\n<p>Del nonno Giovanni non ho trovato in giro delle fotografie, e anche questo \u00e8 sintomatico. Ho un solo ricordo, in occasione della morte nel 1954 (credo che fosse nato, come il nonno Alessandro, nel 1875). Probabilmente era morto per una emorragia cerebrale perch\u00e9 ricordo una faccia per met\u00e0 bl\u00f9. Dopo gli episodi di cui ho detto, la nonna lo aveva espulso dalle camere comuni messe al primo piano a fianco del mulino e lui viveva in un singolo locale a monte della chiusa, la Mulassa, accudito dalla figlia Amelia. In passato la mulassa era il locale adibito alla macinatura di residui di semi oleosi per fare il panello che veniva usato nella nutrizione dei maiali.<\/p>\n<div id=\"attachment_12983\" style=\"width: 183px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12983\" class=\"size-medium wp-image-12983\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/zioeugenio-173x300.jpg\" alt=\"zio eugenio\" width=\"173\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/zioeugenio-173x300.jpg 173w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/zioeugenio.jpg 336w\" sizes=\"(max-width: 173px) 100vw, 173px\" \/><p id=\"caption-attachment-12983\" class=\"wp-caption-text\">Lo zio Eugenio in una foto del 1934<\/p><\/div>\n<p>Dal nonno Giovanni e dalla nonna Alice erano nate tre femmine (Amelia, Anita e Renza) e un maschio Eugenio. Ci sarebbe anche un altro figlio, morto giovane e di cui ho sentito parlare, ma non l&#8217;ho mai conosciuto.<\/p>\n<p>Renza, la minore era sposata ad un operaio della Pirelli (lo zio Giulio) e ha avuto una vita travagliata tra gravidanze difficoltose (5), qualche ricovero in O.P. per depressionbe\u00a0 sino a morire di parto dopo l&#8217;ennesimo parto cesareo in una condizione di grave debilitazione. Ricordo ancora le arrabbiature della mamma su queste gravidanze e le preghiere agli ostetrici, in occasione del primo cesareo, perch\u00e9 intervenissero e levassero le ovaie.<\/p>\n<p>Lo zio Eugenio viveva al Taboga, era grosso modo dell&#8217;et\u00e0 di mia madre, non ho mai capito cosa facesse di preciso, ma doveva essere un bel personaggio poco incline al lavoro stabile. In proposito, tra le lettere scritte dalla mamma a pap\u00e0, negli anni della guerra ce ne \u00e8 una con una raccomandazione nei confronti del fratello affinch\u00e9 venga tsabilizzato nel calzaturificio del nonno.<\/p>\n<p>Ha avuto quattro figli (Alice, Mariateresa e una coppia di gemelli Renzo e Marinella). E&#8217; morto nel 1954 per un brutto cancro quando la coppia di gemelli aveva un anno. Di quella morte e delle sofferenze precedenti ho ricordi di bambino, per la miseria della abitazione (le camere stavano nella stecca di separazione delle due rogge molinare) e per lo zio morto con tutta la testa fasciata per la esplosione, in faccia di una enorme metastasi.<\/p>\n<div id=\"attachment_12984\" style=\"width: 289px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12984\" class=\"size-medium wp-image-12984\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/alice-malacrida-279x300.jpg\" alt=\"Alice Malacrida\" width=\"279\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/alice-malacrida-279x300.jpg 279w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/alice-malacrida.jpg 439w\" sizes=\"(max-width: 279px) 100vw, 279px\" \/><p id=\"caption-attachment-12984\" class=\"wp-caption-text\">Alice Malacrida a tre anni<\/p><\/div>\n<p>La moglie, la zia Antonietta, si \u00e8 rimboccata le maniche e, lavorando duramente al salumificio Molteni, ha tirato grandi quattro figli. La mia coetanea, Alice, era la maggiore; la ricordo come una bambina, e poi una ragazza bellissima. Con il passare degli anni questi cugini (della zia Renza e dello zio Eugenio) li ho persi di vista e\u00a0 ho recuperato qualche contatto solo tramite Facebook.<\/p>\n<p>Ma nel maggio del 2025 come un fulmine a ciel sereno mi \u00e8 arrivata la notizia di un incidente che ha portato Marinella alla morte. Un camion l&#8217;ha investita da dietro mentre in bici percorreva la provinciale che porta a Lesmo; trauma cranico, due interventi chirurgici\u00a0 e poi la brutta notizia.<\/p>\n<p>La famiglia le cui vicende di vita si sono intrecciate di pi\u00f9 con la mia \u00e8 quella della primogenita, la zia Amelia che ho lungamente frequentatato al Taboga ed anche successivamente ad Arcore e che, essendo mia madre orfana di madre, \u00e8 presente al matrimonio di mamma e pap\u00e0 come accompagnatrice della sposa. Per il pap\u00e0 c&#8217;\u00e8 il nonno Alessandro e per la mamma c&#8217;\u00e8 la zia Amelia.<\/p>\n<div id=\"attachment_12985\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12985\" class=\"size-medium wp-image-12985\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/ziaameliaenonnoalmatrimonio-300x239.jpg\" alt=\"zia amelia e nonno alessandro\" width=\"300\" height=\"239\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/ziaameliaenonnoalmatrimonio-300x239.jpg 300w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/ziaameliaenonnoalmatrimonio.jpg 361w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><p id=\"caption-attachment-12985\" class=\"wp-caption-text\">1944 zia Amelia e nonno Alessandro al matrimonio di mamma e pap\u00e0<\/p><\/div>\n<p>La zia Amelia era sposata con un primo cugino, lo zio Angiolino, come era uso fare nelle comunit\u00e0 di mugnai lungo il Lambro per ragioni di gestione degli assi ereditari (Malacrida lui e Malacrida lei) il che non contribuiva certamente ad arricchire il patrimonio genetico e trasmetteva i problemi del medesimo. Nel caso del Taboga certamente la predisposizione al diabete e alla lussazione dell&#8217;anca.<\/p>\n<p>La zia Amelia e lo zio Angiolino avevano figli e figlie: Ester, la maggiore del 1929, la cui vita si \u00e8 fortemente incrociata con la nostra visto che per mia madre (del 1920), pi\u00f9 che una nipote era una cuginetta, Lina, Franco, Rosanna, Mario (Mariuccio) ed Alberta. Alberta, la minore \u00e8 coetanea del maggiore dei miei fratelli, un po&#8217; come \u00e8 stato, anche sul versante delle zie Cereda, pi\u00f9 vecchie di mio padre.<\/p>\n<p>Mariuccio, che ha solo pochi anni pi\u00f9 di me, mi faceva da guida alle avventure del fiume e della campagna e divenuto adulto avrebbe lavorato alla Philips dopo essersi specializzato in radiotecnica. E&#8217; morto nell&#8217;aprile del 2025.<\/p>\n<h2>Il Lambro e i mulini<\/h2>\n<p>A monte del Taboga, in corrispondenza del parco di una villa patrizia, villa Rapazzini, il Lambro si allargava e formava una cascatella artificiale alta meno di 2 metri; sulla sinistra partiva una roggia destinata a diramarsi e ad alimentare i mulini.<\/p>\n<p>Queste cascate sono presenti, lungo il Lambro, in tutta la Brianza e le chiamano <i>ci<i>\u00fc<i>\u00fc<\/i><\/i>s. <\/i>Ne vedete due anche nel Parco, all&#8217;ingresso pedonale di Villasanta e al Molino del Cantone<i>. <\/i>Ogni volta che incontrate un toponimo che inizia con Molino, state certi che l\u00ec di fiancoo c&#8217;\u00e8 una ci\u00fc\u00fcs. Le <i>ci<i>\u00fc<i>\u00fc<\/i><\/i>s<\/i> sono state la infrastruttura tecnologica che ha consentito lo sviluppo industriale della Brianza a partire dal settecento: mulini per la macinazione dei cereali, ma anche impianti di follatura, tintorie e tessiture in cui l&#8217;energia per azionare le macchine veniva dall&#8217;acqua.<\/p>\n<p>Appena a valle del Taboga, prima di un altro mulino (Mulino Sesto Giovane), esistono due frazioni la <i>F\u00f6la<\/i> e la <i>F\u00fcleta<\/i> in cui le ruote azionavano dei rudimentali magli utilizzati per battere la lana bagnata producendone l&#8217;infeltrimento (follatura). Non \u00e8 una caso che, nell&#8217;800 e nel prima met\u00e0 del 900, Monza fosse la capitale italiana del cappello.<\/p>\n<p>Ho scoperto da grande che <i>ci<i>\u00fc<i>\u00fc<\/i><\/i>s<\/i> voleva dire <i>chiusa: era <\/i>il punto di presa d&#8217;acqua della roggia molinara. Quei due metri erano il dislvello utile che avrebbe consentito al mulino di funzionare. Pi\u00f9 che di una chiusa si tratta di una briglia di presa, ma cos\u00ec le chiamava la gente.<\/p>\n<div style=\"width: 424px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/mappa.jpg\" alt=\"la planimetria del sistema delle acque del Taboga con le due rogge molinare e i tre edifici dei mulini\" width=\"414\" height=\"382\" \/><p class=\"wp-caption-text\">la planimetria del sistema delle acque del Taboga con le due rogge molinare e i tre edifici dei mulini ripresa da uno dei rogiti di fine 800 riguardanti le assegnazioni dei mulini tra i Malacrida<\/p><\/div>\n<p>Come si vede dalla mappa ottocentesca qui a fianco, la roggia molinara del Taboga si divideva in due e formava una specie di isola intorno a cui stava l&#8217;insediamento con i mulini mentre pi\u00f9 a ovest scorreva il ramo principale del fiume.<\/p>\n<p>C&#8217;erano tre edifici bassi, stretti e lunghi su due livelli; in mezzo ci passava l&#8217;acqua del Lambro<i>; roggia molinara<\/i> \u00e8 un termine che ho appreso da grande mentre allora, per chi ci viveva, erano semplicemente rami diversi del Lambro, perch\u00e9 nel tempo se ne era perduto il carattere artificiale. Ora, come si vede nella foto aerea di chiusura dell&#8217;articolo, non esistono pi\u00f9 ma con un po&#8217; di attenzione, se ne pu\u00f2 individuare il percorso.<\/p>\n<p>I mulini stavano nella parte a monte degli edifici (tre su ogni lato delle due rogge). Nella restante parte di questi corpi di fabbrica allungati longitudinalmente al fiume c&#8217;erano al piano terra magazzini, cucine, stalle, persino una bottega, quella della <i>Giulia <\/i>che preparava i ravioli, il merluzzo e le arborelle fritte e, al piano superiore, le camere da letto.<\/p>\n<p>A monte dei tre edifici c&#8217;erano due ponticelli di legno con un tetto di coppi. Erano ponticelli rudimentali ma solidi, larghi circa un metro e mezzo con a monte l&#8217;invaso e a valle le chiuse mobili formate da paratie in legno di 70 cm di larghezza che si potevano alzare facendo leva con un palo e che potevano essere bloccate in apertura grazie ad un meccanismo a cremagliera (lo faceva il Mariuccio).<\/p>\n<div style=\"width: 318px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" style=\"float: right; width: 308px; height: 301px;\" title=\"il ponticello e un residuo di ruote e chiuse\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/rutaeponte.jpg\" alt=\"il ponticello e un residuo di ruote e chiuse\" width=\"308\" height=\"301\" \/><p class=\"wp-caption-text\">Uno dei ponticelli del Taboga con residui di chiuse e ruote ad asse orizziontale<\/p><\/div>\n<p>La chiuse erano sei su ciascuno dei due ponti e, aprendosi consentivano l&#8217;accesso dell&#8217;acqua a dei canali in mattoni e ceppo dove l&#8217;acqua poteva precipitare per un paio di metri sino a colpire da sotto le ruote del mulino.<\/p>\n<p>Queste erano del tipo a raggera con pale in legno lunghe poco pi\u00f9 di un metro. Ogni ruota ne aveva una ventina. Le pale erano incastrate in un tamburo in legno dentro il quale passava l&#8217;albero di acciaio che attraverso fori nella parete entrava nel mulino e andava ad azionare tutti i meccanismi oltre alla macina.<\/p>\n<p>Quando la paratia veniva alzata, tutto l&#8217;invaso a monte (lungo una cinquantina di metri) iniziava a svuotarsi e la ruota si metteva a girare con un misto di cigolii, di spruzzi, di scrosci e una gran festa dei bambini.<\/p>\n<p>Per arrivare al mulino vero e proprio, venendo dal ponticello, si entrava in una zona coperta (la Mulassa, dove viveva mio nonno) e da l\u00ec si scendeva di un paio di metri per i gradini di una scala in pietra. Sul muro c&#8217;erano una vecchia santella di qualche santo protettore e i segni lasciati dall&#8217;acqua nelle diverse alluvioni del novecento tutte catalogate con la scritta indicante l&#8217;anno.<\/p>\n<p>Al Taboga non si diceva alluvione, ma <i>Lambrone, <\/i>per ricordare, anche nel linguaggio, il rapporto con il fiume. Il <i>Lambrone<\/i> faceva parte della realt\u00e0 e ogni tanto veniva. Quando veniva, le case si allagavano per tutto il piano terra e la preoccupazione principale era quella di recuperare gli animali e metterli in salvo. Prima di uscire dalle sponde l&#8217;acqua iniziava ad uscire dagli scarichi delle acque nere che erano collegai direttamente con il fiume.<\/p>\n<h3>il mulino vero e proprio<\/h3>\n<p>Come ho gi\u00e0 detto di mulini ce n&#8217;erano tre su ogni lato (12 in tutto); erano tutti di propriet\u00e0 di parenti e frutto di divisioni ereditarie da capostipiti comuni. La lettura dei rogiti di fine 800, che ho in originale, \u00e8 molto divertente oltre che affascinante con le mappe fatte a mano, colorate e con i testi in corsivo.<\/p>\n<p>Se guardavi uno di questi blocchi stando di fronte vedevi una grande struttura di legno con tre box e il cilindro che conteneva la macina. Pi\u00f9 in alto, ma per vederli dovevi salire al piano superiore dalla scala che portava anche alle camere da letto, c&#8217;erano i setacci per il vaglio del macinato.<\/p>\n<div id=\"attachment_9021\" style=\"width: 398px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-9021\" class=\"wp-image-9021\" title=\"meccanismo lubecchio e lanterna per passare da asse orizzontale ad asse verticale\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/lubecchiolanterna1.jpg\" alt=\"\" width=\"388\" height=\"303\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/lubecchiolanterna1.jpg 388w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/lubecchiolanterna1-300x234.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 388px) 100vw, 388px\" \/><p id=\"caption-attachment-9021\" class=\"wp-caption-text\">Il meccanismo lubecchio-lanterna che trasforma il moto rotatorio ad asse orizzontale (ruota) in movimento ad asse verticale (macina)<\/p><\/div>\n<p>Nel mulino c&#8217;erano cinghie di cuoio dappertutto perch\u00e8 tutta l&#8217;energia veniva dall&#8217;albero messo in rotazione dalla ruota e da esso si prelevava il movimento per far funzionare i diversi servomeccanismi del mulino.<\/p>\n<p>Anche gli ingranaggi per variare le velocit\u00e0 di macinazione o per trasformare il moto rotatorio orizzontale in moto verticale erano in legno. Il meccanismo di trasformazione della rotazione da asse orizzontale, proveniente dalla ruota, in asse verticale, necessario per azionare la macina ha segnato dal rado medioevo un importante progresso tecnologico. Nnei primi mulini le ruote erano asse verticale come la macina, erano annegate sotto il mulino e la macina ruotava alla stessa velocit\u00e0 della ruota.<\/p>\n<p>Si tratta di un meccanismo che, con le medesime caratteristiche si trovava nei mulini di tutta italia, fossero deputati alla macinazione, alla battitura o al funzionamento dei mantici e dei magli delle ferriere, e che \u00e8 stato introdotto intorno al XIII secolo consentendo di aumentare notevolmente le potenze in gioco.<\/p>\n<p>Si chiama meccanismo Lanterna-Lubecchio e quelli che ho visto io erano ancora costruiti in legno. Il lubecchio aveva molti pi\u00f9 denti della lanterna e ci\u00f2 consentiva di diminuire la velocit\u00e0 di rotazione aumentando la coppia necessaria ad azionare la macina. In una fase pi\u00f9 avanzata furono sostituiti da ingranaggi metallicci (il meccanismo vite senza fine ruota elicoidale).<\/p>\n<div style=\"width: 387px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" title=\"Il mulino con la macina orizzontale\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/mulino.jpg\" alt=\"Il serbatoio di raccolta del mais e al di sotto il cilindro contenente la macina\" width=\"377\" height=\"445\" \/><p class=\"wp-caption-text\">Il serbatoio dove arriva il mais e al di sotto il cilindro contenente la macina<\/p><\/div>\n<p>Sul lato opposto a quello della macina c&#8217;era una specie di grande tramoggia in cui si versava il mais e al suo fianco due grossi tubi di ferro sotto i quali si mettevano i sacchi per raccogliere il macinato. C&#8217;era anche una grossa stadera di quelle a piano orizzontale per pesare la merce in entrata e in uscita.<\/p>\n<p>Il mais arrivava in grossi sacchi da 50 kg; erano i sacchi di una volta costantemente riciclati, fatti di iuta e in ogni casa c&#8217;erano anche gli aghi e la corda per le riparazioni, perch\u00e9 nella economia povera ogni cosa aveva il suo valore e si buttava solo se era diventata inservibile.<\/p>\n<h3>il mugnaio<\/h3>\n<div style=\"width: 350px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" title=\"Motocarro Ercole della Guzzi\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/motocarro.jpg\" alt=\"Motocarro&lt;br \/&gt;&lt;br \/&gt; Ercole della Guzzi\" width=\"340\" height=\"255\" \/><p class=\"wp-caption-text\">Il motocarro Ercole della Guzzi<\/p><\/div>\n<p>Mio zio e mio cugino i sacchi li portavano a spalla o con un carellino per una ventina di metri dal portico, dove sostavano i motocarri, al locale del mulino. Negli anni 50 quasi tutti i mugnai avevano il <em>motocarro Ercole della Guzzi<\/em>, un monocilindrico grigio, parzialmente cabinato e con un bel cassone di carico: accensione a pedale, cilindro e volano bene in vista. Non c&#8217;era il volante ma un grande manubrio da moto con le manopole e tutti i comandi: il gas, il freno, l&#8217;aria, l&#8217;alzavalvole e naturalmente il serbatoio della benzina con a fianco la leva del cambio.<\/p>\n<p>Il mugnaio faceva il servizio a domicilio ai <i>paisan,<\/i> cos\u00ec si chiamano i contadini nel dialetto della Brianza. E&#8217; un francesismo, ma il nostro dialetto \u00e8 pieno di francesismi e lo imita anche nella sintassi. Cos\u00ec, bench\u00e9 abbia studiato il francese solo alle medie, il parlarlo mi ha sempre dato meno problemi dell&#8217;inglese: <i>quelque chose<\/i>, diventa <i>quei cos<\/i>, <span class=\"st\"><em>quelle heure est-il<\/em><\/span> diventa <i>che ura l&#8217;\u00e8<\/i> e cos\u00ec via.<\/p>\n<div id=\"attachment_12998\" style=\"width: 310px\" class=\"wp-caption alignright\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12998\" class=\"size-medium wp-image-12998\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/carro-da-mugnaio-300x262.png\" alt=\"carro da mugnaio\" width=\"300\" height=\"262\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/carro-da-mugnaio-300x262.png 300w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/carro-da-mugnaio.png 600w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><p id=\"caption-attachment-12998\" class=\"wp-caption-text\">carro da mugnaio (dal sito del museo della civilt\u00e0 contadina)<\/p><\/div>\n<p>Oltre ai motocarri qualche mugnaio aveva ancora il tipico carro lombardo con due grandi ruote a raggera e il cavallo, ma ormai i cavalli e i carri stavano sparendo del tutto anche se, prima che i camion prendessero il sopravvento, alcuni trasporti molto pesanti si facevano ancora con i cavalli da tiro. Sotto il portico, accanto ai motocarri c&#8217;era un carro ormai inutilizzato perch\u00e9 nessuno deoi Malacrida aveva pi\u00f9 il cavallo.<\/p>\n<p>Ma ricordo che a Villasanta le grandi presse prodotte dalla Colombo Agostino, venivano trasportate alla Fiera di Milano con un carro, gi\u00e0 a ruote gommate, trainato da cavalli.<\/p>\n<p>Torniamo al mulino; il mais veniva pesato e la quantit\u00e0 era annotata su una lavagnetta; poi lo si versava nella tramoggia e, a questo punto, iniziavano le magie. Mio zio azionava una leva,\u00a0 e in un rumore di chicchi e di ferraglia, il mais veniva risucchiato da terra e andava a finire in alto, dall&#8217;altra parte del locale viaggiando in un tubo di ferro alimentato da una vite di Archimede o coclea.<\/p>\n<p>Altra leva (la frizione) e la macina iniziava a girare; dopo qualche minuto <em>avveniva il miracolo<\/em>: da un tubo di ferro cadeva la farina e da un altro la crusca. Il mugnaio metteva le mani sotto il getto di farina per controllarne il calibro e, se necessrio, interveniva su un altra leva per regolare il grado di macinatura. Nessun motore, nessuna elettricit\u00e0, solo la forza dell&#8217;acqua. Al piano superiore c&#8217;era anche un complicato sistema di setacci anche quello azionato da cinghie di cuoio collegate all&#8217;albero della macina che serviva, oltre che a separare la crusca dalla farina, anche ad ottenere farine con diversa granatura. Ero un bambino ed ero affascinato da tutti quei meccanismi fatti a mano e il cui componente principale era il legno.<\/p>\n<div id=\"attachment_12988\" style=\"width: 151px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" aria-describedby=\"caption-attachment-12988\" class=\"size-medium wp-image-12988\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/lozioangiolino-141x300.jpg\" alt=\"lo zio Angiolino\" width=\"141\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/lozioangiolino-141x300.jpg 141w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/lozioangiolino.jpg 236w\" sizes=\"(max-width: 141px) 100vw, 141px\" \/><p id=\"caption-attachment-12988\" class=\"wp-caption-text\">Lo zio Angiolino al matrimonio di mamma e pap\u00e0<\/p><\/div>\n<p>La farina e la crusca erano calde, sui 40-50\u00b0 ed era divertente ed emozionante mettere le mani sotto e lasciarsi accarezzare; dopo qualche secondo il locale si riempiva del profumo di mulino; era un profumo dolce e amaro, il profumo del mais che in questi anni ho cercato, senza successo, di ritrovare nelle farine per la polenta che ormai <em>sanno di poco.<\/em><\/p>\n<p>Mentre il mulino girava mio zio o mio cugino salivano alla saracinesca a controllare il livello dell&#8217;acqua e, se serviva, la alzavano un po&#8217; per garantire alla ruota un movimento uniforme. A sacco finito se ne metteva un altro e poi basta, perch\u00e9 c&#8217;era gi\u00e0 un altro mugnaio in attesa e bisognava aspettare che si ripristinasse il livello dell&#8217;acqua nell&#8217;invaso della roggia molinara.<\/p>\n<p>Si legavano i sacchi di farina, si pesavano e si riportavano al motocarro sotto il portico. Una parte della farina e della crusca rimanevano al mugnaio: la farina da mangiare o da rivendere, la crusca per i maiali e le galline e le oche.<\/p>\n<p>Lo zio Angiolino dalla met\u00e0 degli anni 50 ha smesso di fare il mugnaio e, come parte dei suoi figli (Franco e Rosanna) \u00e8 venuto a lavorare al Calzaturificio monzese facendo il custode, ma la attivit\u00e0 di mugnai \u00e8 continuita da parte di altri cugini Malacrida. Tutta la famiglia si \u00e8 poi trasferita ad Arcore, prima nella zona della Gilera e poi in una cascina nei pressi di Peregallo. La zia Amelia, cui ero molto affezionato, perch\u00e9 la vedevo un po&#8217; come la mia nonna materna, \u00e8 morta nel 72 per un cancro al seno e nelle foto del mio matrimonio nel settembre del 1971 \u00e8 ancora presente ma con un&#8217;aria soifferente.<\/p>\n<h3>il porcile<\/h3>\n<p>Ogni mugnaio aveva il suo porcile, un ambiente basso, di due metri per quattro, con il pavimento in pietra o cemento in leggera discesa verso il fiume, per garantire il deflusso naturale delle deiezioni. Il locale prendeva aria da qualche piccolo finestrino e i maiali, da 6 a 8, campavano l\u00ec dentro mangiando da un trogolo che stava sul davanti.<\/p>\n<p>Una volta l&#8217;anno venivano venduti ad uno dei salumifici della zona e il ciclo ricominciava. A diferenza di quanto accadeva tra i contadini, il maiale non veniva macellato a novembre o dicembre, ma era allevato per essere venduto e ricavarne un po&#8217; di reddito. A duecentocinquanta metri dal Taboga, alla frazione <i>La C\u00e0<\/i>, c&#8217;era il salumificio Molteni, quello dove lavorava la zia Antonietta.<\/p>\n<p>Ricordate la omonima squadra ciclistica degli anni 60, quella di Gianni Motta? Gli scarichi della macellazione finivano direttamente nel Lambro, in una zona appena pi\u00f9 a valle del Taboga, dove l&#8217;acqua del Lambro si faceva pi\u00f9 scura ma, intorno a quello scarico, c&#8217;era grande abbondanza di pesci e io ci andavo a pescare le arborelle con la canna a pi\u00f9 ami.<\/p>\n<p>Una volta al giorno, al momento del pasto, mio cugino buttava nel porcile qualche secchiata d&#8217;acqua presa dal <i>Fontanino<\/i> e questo era tutto sul piano della pulizia con lo scarico che finiva direttamente nel Lambro. Davanti al porcile c&#8217;era un rozzo braciere, ricavato da un grosso fusto metallico scoperchiato, sul quale metteva a bollire la zuppa per i maiali: acqua del Fontanino, scarti alimentari, crusca, e panello sbriciolato. Il panello era l&#8217;unico prodotto non a chilometro zero e arrivava dalle aziende produttrici d&#8217;olio; era lo scarto compresso e cotto della macinatura dei semi di ravizzone o di lino (quello che in passato produceva anche mio nonno).<\/p>\n<p>La zuppa liquida dei maiali e il porcile avevano degli odori particolari; un che di dolciastro e di pungente, assolutamente gradevole, pi\u00f9 accattivante di quanto si sente passando oggi in vicinanza dei grandi allevamenti della pianura padana.<\/p>\n<h2>Il Fontanino<\/h2>\n<p>Il Fontanino (<i>ul Funtanen<\/i>) era il fontanile che scorreva a sinistra della roggia molinara e da cui, sino a tutti gli anni 40, si prelevava l&#8217;acqua per tutti gli usi domestici. Lo si vede anche sulla mappa. Non c&#8217;era ancora l&#8217;acqua nelle case, per non parlare dei servizi igienici. La latrina era un loculo\u00a0 con un buco nel pavimento sopra il pozzo nero. Ma, a partire dai primi anni 50, il Taboga fu allacciato all&#8217;acquedotto e cos\u00ec, all&#8217;ingresso dei tre portici, venne messo un rubinetto dell&#8217;acqua e cessarono anche le epidemie di tifo.<\/p>\n<p>In effetti se nella zona di villa Rapazzini si usava il Fontanino per lavare era evidente che al Taboga arrivassero, nell&#8217;acqua da bere, i coliformi fecali. Di tifo si moriva e mio cugino Franco, a quanto raccontava, ci \u00e8 andato vicino. L&#8217;acqua, venisse dal fontanino o dall&#8217;acquedotto, veniva trasportata sino alle case in grandi secchi di ferro smaltato o zincato e la si conservava poi coperta da uno straccio o da un coperchio di legno con a fianco il mestolo per prelevarla e per bere. Per gli usi pi\u00f9 nobili il secchio era di rame stagnato.<\/p>\n<p>Il <i>Fontanino<\/i> nasceva cento metri a monte del porcile (nel parco di villa Rapazzini) e scorreva in un letto stretto e profondo da cui, anche d&#8217;estate quando l&#8217;acqua del Lambro mandava caldo, usciva una bella frescura e un odore di pulito, molto diverso dall&#8217;odore dell&#8217;acqua del Lambro che incominciava a risentire pesantemente degli effetti delle attivit\u00e0 umane.<\/p>\n<h2>La pesca<\/h2>\n<p>Mio cugino Mariuccio ci teneva i pesci vivi a spurgare in una grande gabbia metallica adagiata sul fondo e legata con una corda e, un paio di volte la settimana, si mangiava pesce fritto o pesce in carpione (quello bollito e messo a macerare con aceto e cipolla).<\/p>\n<p>Nel Lambro si pescava un po&#8217; di tutto: <i>arburei<\/i> (alborelle), <i>tenca<\/i> (tinca), <i>cavesai <\/i>(cavedani), <i>persic<\/i> (persici), <i>barb\u00ecs<\/i> (barbi) e carpe ma, secondo mia mamma, sino agli anni 30, c&#8217;erano anche il luccio e i gamberi di fiume ben noti nelle cronache milanesi dell&#8217;ottocento che raccontano dei brianzoli che venivano a Milano a vendere i gamberi del Lambro.<\/p>\n<div style=\"width: 418px\" class=\"wp-caption alignleft\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" title=\"il quadrato\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/quadrato.jpg\" alt=\"il quadrato\" width=\"408\" height=\"231\" \/><p class=\"wp-caption-text\">Il quadrato usato per pescare illegalmente, ma con profitto<\/p><\/div>\n<p style=\"text-align: left;\">La pesca si faceva in maniera assolutamente illegale (ma tollerata) con il quadrato, una rete quadrata con maglie di un centimetro e una dimensione del lato variabile, a seconda delle caratteristiche fisiche del pescatore, da uno a tre metri.<\/p>\n<p>La rete era sorretta da due stecche metalliche ed elastiche messe in diagonale e con una lunghezza superiore del 50% rispetto a quella della diagonale, in modo che si formasse un arco che manteneva ben tesa la rete. Nel punto di incrocio delle due stecche si legava una fune appesa ad una grossa canna di bamb\u00f9. Anche io, nel periodo delle medie e dei primi anni di superiori, mi sono fatto il mio quadrato.<\/p>\n<p>In alternativa al quadrato si faceva anche un po&#8217; di pesca con la canna, con pi\u00f9 ami per le arborelle, o con amo singolo nei punti di fiume calmo e profondo come alla Punta, una zona in cui il Lambro fa una curva a gomito ed \u00e8 scavalcato dal ponte della ferrovia, dove si andava anche a fare il bagno con tuffo dal ponte. Come esca si usavano i lombrichi rubati alla caccia delle galline o la polenta avanzata.<\/p>\n<p>Si adagiava il quadrato sul fondo per qualche minuto e poi lo si sollevava di colpo con uno strappo deciso; i pesci, se c&#8217;erano, saltellavano nella rete; usando la canna lo si avvicinava al corpo per prenderli e, a seconda dei casi, venivano messi in un secchio con l&#8217;acqua o nel cesto chiuso di vimini. Risultava molto divertente e produttiva la pesca fatta a valle del mulino, stando sotto il portico, nei momenti immediatamente successivi alla apertura della saracinesca. L&#8217;acqua aumentava di colpo e con essa arrivavano i pesci risucchiati verso valle.<\/p>\n<p>Ricordo con disgusto l&#8217;abitudine di ammazzare il pesce, appena preso, con un colpo secco in testa dato con la pinza usata anche per <i>slamare<\/i>, ma forse il pesce soffriva di meno che a morire lentamente, per asfissia, nel cesto di vimini.<\/p>\n<h2>riti contadini con il fiume &#8211; le oche<\/h2>\n<p>A proposito di morti cruente mi ricordo di aver assistito una volta alla decapitazione dell&#8217;oca. Le oche venivano allevate, cos\u00ec come le anatre mute e le galline utilizzando l&#8217;abbondanza di crusca e di mais. Ogni famiglia aveva il suo piccolo orto e un pezzo di terreno incolto con robinie e qualche albero da frutta\u00a0 dove razzolavano i volatili. Sulle robinie erano piantati numerosi assi su cui le galline si rifugiavano di notte per ripararsi dai predatori. Quello delle zia Amelia stava sul lato sinistro della riva e aveva anche un piccolo stagno per le anatre.<\/p>\n<p>Al suo momento l&#8217;oca veniva ammazzata prendendola sotto le ali e per i piedi; si appoggiava il collo sulla spalliera metallica di sostegno del ponte e, con un colpo netto di roncola (<i>ul risciiott<\/i>), veniva decapitata.<\/p>\n<p>La testa finiva nella roggia molinara mentre la povera bestia continuava, per via dei riflessi spinali, a camminare starnazzando e buttando sangue dal collo. Per qualche giorno si mangiava carne e con il piumino si facevano dei sacconi usati come trapunte per l&#8217;inverno.<\/p>\n<p>Per via del progressivo inquinamento l&#8217;ultimo bagno a monte e a valle della <i>ci<i>\u00fc<i>\u00fc<\/i><\/i>s<\/i> l&#8217;ho fatto\u00a0 in prima superiore, nel 1961. L&#8217;acqua iniziava a sapere di chimica e i pesci diminuivano. La situazione peggiore \u00e8 stata all&#8217;inizio degli anni 70 quando le analisi batteriologiche indicavano la morte anche dei colibatteri fecali.<\/p>\n<p>Poi la situazione \u00e8 andata progressivamente migliorando grazie al completamento del grande collettore posto sotto il letto del fiume da Erba sino a Monza e che raccoglie tutti gli scarichi fognari e alla costruzione dei depuratori. Cos\u00ec oggi il Lambro \u00e8 pulito, almeno sino a Monza. Sono ritornati i pesci e molti aironi cenerini e nitticore. Alcuni uccelli di passo, si sono fatti stanziali. Poi, a valle di Monza, ricomincia il dramma e tutta la merda di Milano finisce nel fiume frequentato da cornacchie e nugoli di gabbiani che arrivano sin dalla Liguria.<\/p>\n<h2>come si viveva<\/h2>\n<p>Al Taboga le camere erano al piano superiore messe una dietro l&#8217;altra con un unico accesso dalla parte alta del mulino. Due porte di accesso e poi una infilata di camere comunicanti con le finestre o lungo la roggia molinara o lungo il fontanino.<\/p>\n<p>Niente riscaldamento; si usava ancora <em>il prete sotto le coperte con la brace<\/em>, o il mattone scaldato nel camino, e sopra i grandi piumini e le trapunte in piuma d&#8217;oca. D&#8217;inverno ci ho dormito poche volte ma mi ricordo ancora il freddo che ho ritrovato solo nelle camerate a militare.<\/p>\n<p>Al piano terra c&#8217;era un grande locale sotto il portico e l\u00ec si viveva, mentre la vita sociale avveniva sotto il portico o negli orti. Una volta la settimana la Giulia, aiutata dalla cognata, metteva in produzione i ravioli fatti in casa. Si facevano uno ad uno negli stampi; ripieno con il lesso e gli scarti della macchina affettatrice, pasta fatta a mano e l&#8217;unica macchina elettrica era quella per tirare la sfoglia.<\/p>\n<p>Il venerd\u00ec, in uno spazio lungo il fiume, a ridosso del porcile veniva fatto il merluzzo fritto, ma anche il pesce in carpione e le arborelle. Gi\u00e0 nei primi anni 60 la produzione era ormai esportata verso una affezionata clientela che arrivava da Arcore e da Villasanta perch\u00e9 i ravioli della Giulia erano rinomati.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"400\" height=\"286\" class=\"alignleft size-full wp-image-9080\" style=\"width: 400px; height: 286px; float: right;\" title=\"visione dall'alto della zona del Taboga e villa Rapazzini\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/taboga.png\" alt=\"\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/taboga.png 400w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/02\/taboga-300x214.png 300w\" sizes=\"(max-width: 400px) 100vw, 400px\" \/>Dopo la seconda roggia molinara c&#8217;era il regno di Mario da Carlott, anche lui mugnaio e allevatore di maiali.<\/p>\n<p>Sua figlia, la Olga, sposata ad un Molteni, mandava avanti il salumificio e mor\u00ec in maniera tragica nel mattatoio scivolando sul pavimento pieno di sangue e finendo con il collo su una sega appesa ad un gancio.<\/p>\n<p>Dopo i locali di Mario, sulla sinistra c&#8217;era un ristorante di pesce di fiume rinomato per matrimoni, balera\u00a0 e rimpatriate varie e che aveva avuto il suo massimo sviluppo negli anni 30.<\/p>\n<p>Aveva anche un parco fatto di vialetti, siepi di bosso, montagnette e ponticelli che superavano le due rogge molinare che si originavano poco pi\u00f9 a monte; percorsi pedonali delimitati da corrimano in legno e, nella parte pi\u00f9 alta, a monte della <i>ci\u00fc\u00fcs<\/i> un piccolo imbarcadero che consentiva con una barchetta a remi di risalire il fiume costeggiando il parco dei Rapazzini sino alla zona di Peregallo.<\/p>\n<p>Cose che non esistono pi\u00f9 ma che ho la soddisfazione di avere visto, frequentato e goduto.<\/p>\n<hr \/>\n<p><span id=\"last-edit\">Ultima modifica di Claudio Cereda il 14 maggio 2024<\/span><\/p>\n<hr \/>\n<p>La pagina con<a href=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/?page_id=5289\"> l&#8217;indice della mia autobiografia<\/a> da cui potete scegliere i capitoli da leggere<\/p>\n<hr \/>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>IV edizione &#8211; maggio 2025 Quando ripenso al Taboga sento due profumi, quello del Lambro e quello della farina di mais appena molata. 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