{"id":5285,"date":"2016-03-08T10:35:06","date_gmt":"2016-03-08T09:35:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/?p=5285"},"modified":"2016-03-14T18:06:53","modified_gmt":"2016-03-14T17:06:53","slug":"handy-e-pato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/?p=5285","title":{"rendered":"Handy e Pato"},"content":{"rendered":"<div class=\"pdfprnt-buttons pdfprnt-buttons-post pdfprnt-top-right\"><a href=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/index.php?rest_route=wpv2posts5285&print=pdf\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-pdf\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/pdf.png\" alt=\"image_pdf\" title=\"Visualizza PDF\" \/><\/a><a href=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/index.php?rest_route=wpv2posts5285&print=print\" class=\"pdfprnt-button pdfprnt-button-print\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/plugins\/pdf-print\/images\/print.png\" alt=\"image_print\" title=\"Stampa contenuto\" \/><\/a><\/div><p><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"328\" height=\"566\" alt=\"\" class=\"alignright size-full wp-image-5287\" src=\"http:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/brunaeclio.jpg\" style=\"width: 250px; height: 431px; float: left;\" title=\"Bruna e Clio dopo la tragedia di Handy e Pato\" srcset=\"https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/brunaeclio.jpg 328w, https:\/\/www.ceredaclaudio.it\/wp\/wp-content\/uploads\/2016\/03\/brunaeclio-173x300.jpg 173w\" sizes=\"(max-width: 328px) 100vw, 328px\" \/>La prima &egrave; stata una soriana tigrata rossa (color salmone) e non ha fatto neanche in tempo ad avere un nome, la chiamer&ograve; <em>Rossina<\/em>. E&#39; comparsa una mattina nel giardinetto della casa di&nbsp; montagna a Lanzada in Valmalenco; sar&ograve; stato l&#39;ottanta.<\/p>\n<p>Come molte gatte voleva la compagnia, ma anche l&#39;indipendenza. Ha incominciato a seguirmi nel mio girovagare; prima nei giri intorno a casa e poi anche per i sentieri; un giorno mi &egrave; venuta dietro da San Giuseppe a Chiareggio passando per gli alpeggi; un po&#39; davanti, un po&#39; dietro. Ogni tanto spariva dentro le baitelle del formaggio e poi ricompariva. Si comportava come un cagnolino, ma aveva l&#39;indipendenza dei gatti.<\/p>\n<p>E&#39; andata avanti cos&igrave; per una settimana; poi siamo tornati a Villasanta e me la sono portata a casa con l&#39;intenzione di acclimatarla nella colonia di gatti che vivevano nei ruderi del vecchio circolo di via Verdi. La sera la chiudevo nel box, ma dopo due giorni &egrave; scomparsa e ho pensato che avesse adottato un&#39;altra famiglia, sperando che non fosse finita male tra le macchine di via Mazzini.<\/p>\n<p><!--more-->E&#39; stata Rossina a scatenare in famiglia la passione per i gatti. Le gatte della colonia di via Verdi partorivano in zone irraggiungibili, da cui solo loro riuscivano a salire e scendere, un po&#39; arrampicandosi e un po&#39; saltando. I piccoli crescevano e quando avevano fame iniziavano i loro concerti di chiamata delle madri. Noi stavamo al quarto piano, nel condominio costruito a fianco della nostra vecchia casa, dove un tempo c&#39;era il tabaccaio di via Mazzini, il signor Valentini (<em>ul tabache&egrave;<\/em>) che, negli anni 50 vendeva un po&#39; di tutto.<\/p>\n<p>Ad un certo punto le madri, pronte per il calore e per la prossima gravidanza, li portavano gi&ugrave; da quei muri, tetti e ruderi prendendoli tra i denti per la collottola e li mollavano sulla via Verdi; adesso dovete arrangiarvi. Arrivarono cos&igrave;, in un giorno di fine giugno due tigratini: lui era pezzato pi&ugrave; che tigrato (macchie nere su un fondo marrone), ed era buono come il pane; lei aveva una splendida tigratura longitudinale grigio argento, era vivacissima, ma era quasi cieca. Un occhio era completamente chiuso e ricoperto da una spessa crosta per i postumi di una congiuntivite purulenta e l&#39;altro era sulla stessa strada.<\/p>\n<p>Bruna si &egrave; impietosita; non sapevamo nemmeno che esistessero i veterinari, e a Villasanta non ce n&#39;erano; ma lei aveva i suoi giri in ospedale, legati all&#39;impegno nel consiglio dei delegati, ed &egrave; stato cos&igrave; che portammo la gattina al reparto oculistico dell&#39;ospedale vecchio dalla dottoressa Lauri (anche lei impegnata tra i delegati). Pulizia, visita, terapia. L&#39;occhio chiuso aveva ormai la cornea quasi completamente opaca e l&#39;altro era rovinato per met&agrave;.<\/p>\n<p>Fu cos&igrave; che i due cuccioli ebbero un nome legato all&#39;handicap: lei si chiam&ograve; Handy e lui avrebbe dovuto essere Cap, ma Daniela prefer&igrave; Pato e con loro, e la piccola Dany, sono andato in montagna.<\/p>\n<p>Eravamo del tutto digiuni di conoscenze su come si tengono gli animali; mangiavano quel che c&#39;era, con aggiunte di milza, polmone e fegato (presi dal macellaio) e scarti della affettatrice che arrivavano dalla cooperativa (fondi di prosciutto cotto, grasso, fondi di salame). Le tre bimbe (Daniela, Sara e Valeria) integravano la dieta catturando i saltamartini e dandoglieli da mangiare (e un giorno ne vomitarono una quantit&agrave; industriale).<\/p>\n<p>La casa di Lanzada era fuori paese, aveva sul davanti un giardinetto recintato da una cancellata in ferro da cui i gatti potevano andare e venire e la strada l&igrave; davanti congiungeva Chiesa a Lanzada: la strada per le dighe della Valmalenco con un traffico di giorno e di notte e nessun limite di velocit&agrave;.<\/p>\n<p>Handy e Pato iniziarono a perlustrare i dintorni e a mettere il naso sulla strada; Handy vedeva solo le cose vicine che finivano nella porzione di cornea ancora trasparente; era semicieca, ma vivacissima; Pato la seguiva e la proteggiava.<\/p>\n<p>Mi ricordo di quella volta che portai a casa un disinfettante spray e li spruzzammo dopo averli messi sul tavolino da campeggio in lamiera rossa. Le pulci, lucide, nere e cornee, cadevano morte come sabbia sparsa nel pelo, erano pienissimi. A Villasanta, nella vecchia camera di Daniela, &egrave; rimasta una foto di quella operazione, l&#39;unica immagine rimasta di Handy e Pato.<\/p>\n<p>Poi una sera, mentre stavamo cenando ci bussarono alla porta. Era un passante che ci avvertiva: guardate che sul ciglio della strada c&#39;&egrave; una gattina morta. Corsi fuori sconvolto; era Handy, con il corpo intatto, la testa ciondoloni, la lingua fuori e una strisciolina di sangue che colava dalla bocca semiaperta. Di fianco a lei c&#39;era Pato che la guardava e non capiva.<\/p>\n<p>Fu una mezza tragedia; la misi in una borsa di plastica; le bimbe la vollero vedere; piangevamo tutti; feci una buca nel prato a monte del giardino e ci misi Handy. Pato, da quella sera entr&ograve; in casa e cambi&ograve; il modo di rapportarsi ai gatti.<\/p>\n<p>Quando tornammo a Villasanta venne anche lui al quarto piano; era un gatto tranquillo e non ci furono problemi nell&#39;abituarsi a rimanere in casa. Cresceva; lo portavo dal veterinario (il dottor Prati che aveva aperto l&#39;ambulatorio in via Mazzini) che rinvi&ograve; un paio di volte la vaccinazione a quando fossero terminate tutte le terapie connesse alla crescita, allo sverminamento e cos&igrave; via.<\/p>\n<p>Quando nel pomeriggio mi mettevo in tinello a leggere, o davo qualche lezione privata, lui arrivava, saltava sul tavolo e poi si acciambellava sulle mie spalle e rimaneva l&igrave; a farmi compagnia. Come tutti i gatti maschi era un <em>patatone<\/em> alla ricerca di coccole e di contatto fisico. Aveva 9 mesi.<\/p>\n<p>Ma non era finita, un pomeriggio, di ritorno da scuola lo trovai in cucina in posizione a sfinge, miagolava dal dolore e in giro c&#39;erano vomito e feci semiliquide. Telefonai a Prati e, con Daniela che piangeva, ci fiondammo a Monza nel suo ambulatorio in via Cavallotti. Eravamo soli perch&eacute; Bruna era nel bresciano per un corso sindacale resdenziale.<\/p>\n<p>Prati lo visit&ograve; e fu subito esplicito: gaestrenterite virale; prognosi infausta all&#39;80%. Ci diede qualche terapia, ma mi disse che l&#39;unica era aspettare e idratarlo. Mi ricordo che andammo alla farmacia di turno, sulla curva di via Vittorio Emanuele, a predere le flebo.<\/p>\n<p>A casa lo misi su un puff marocchino di cuoio di fianco al letto. Stava sempre pi&ugrave; male e aveva dolori atroci con qualche miagolio disperato. Non riusciva gi&agrave; pi&ugrave; a stare nella posizione a sfinge e stava sdraiato di fianco perdendo l&#39;urina.&nbsp; Sopravvisse sino al primo pomeriggio del giorno dopo; lo lasciavo in camera sul suo puff e andavo ogni mezz&#39;ora a controllarlo. Verso le quattro lo trovai morto.<\/p>\n<p>Mi ricordo che il giorno dopo, al Frisi tentai di spiegare a qualche collega che ero in lutto, mi veniva da piangere, ma gli uomini mi guardarono stupiti mentre trovai pi&ugrave; solidariet&agrave; tra le donne.<\/p>\n<p>Non ci davamo pace; viveva in casa, come era stato possibile. Prati ci disse che i virus potevano essere arrivati da noi sotto la suola delle scarpe; le vaccinazioni erano ancora poco diffuse e le due pandemie feline, la rinotracheite e la gastroenterite erano endemiche in molte colonie.<\/p>\n<p>Pato venne incenerito e per 6 mesi, per ragioni cautelari, Prati ci sconsigli&ograve; dal prendere altri animali, poi trascorsa la quarantena arriv&ograve; Clio, nata in un giardino condominiale di una ricca casa monzese. La sua mamma adottiva era di cultura classica, di qui il nome di una musa, quella della storia.<\/p>\n<p>Clio &egrave; stata con noi 19 anni e di lei parler&ograve; un&#39;altra volta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La prima &egrave; stata una soriana tigrata rossa (color salmone) e non ha fatto neanche in tempo ad avere un nome, la chiamer&ograve; Rossina. 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