che cos’è il governo forte

Il NO referendario muove da una duplice base.
  • La prima é un giudizio storico-politico contingente: il governo Meloni vuol dare una sterzata autoritaria e securitaria al Paese, coerentemente con la sua parentela ideologica con il Fascismo. Il giudizio è storicamente falso, ma funziona presso gli ignoranti della storia della Repubblica. Non sono pochi. D’altronde, se a molta sinistra togli la zattera dell’antifascismo, finisce con la testa sott’acqua.
  • La seconda base è la cultura politica del “governo debole”. Negli anni 1946-48 l’Assemblea costituente, sotto choc per la guerra perduta, con un Paese a pezzi, reduce da una guerra civile che sarebbe continuata in alcune zone fino al 1948, preoccupata per il ritorno di un “Uomo forte”, disegnò a bella posta la forma istituzionale del “governo debole”.

Il potere reale non stava più nell’Esecutivo, ma nel Parlamento. E dentro il Parlamento, non stava più nei Gruppi parlamentari, ma nei Segretari dei partiti, che li avrebbero fatti eleggere.

Il primato del “sistema dei partiti” è stato costituzionalizzato dall’Assemblea costituente, dove, appunto, comandavano i segretari di partito.

Dunque: partiti forti, legislativo debole, governo debole, ridotto a specchio e notaio dei momentanei rapporti di forza dei partiti.

L’art. 49 della Costituzione parla assai pudicamente dei partiti. E’ rimasto incompleto. Perché Togliatti e Nenni respinsero decisamente l’ipotesi avanzata da Benedetto Croce e da Costantino Mortati di un controllo di legge della democrazia interna dei partiti, che i due propo, prevedendo quella degenerazione di onnipotenza che sarebbe stata chiamata ben presto “partitocrazia” e che finirà per corrodere il loro rapporto con la società civile, generando una contro-reazione populista dai primi anni ’90 del ‘900, della quale primi beneficiari furono Bossi e Berlusconi.

La Commissione bicamerale del 1997-98 tentò di superare il tabù del “governo debole”, ma fu Berlusconi a ritirare il consenso. Temeva che nella tornata elettorale successiva avrebbe vinto di nuovo il centro-sinistra. Così quando il Cavaliere, vittorioso nel 2001, avanzò per referendum un’ipotesi di premierato, nell’illusione di poter vincere le elezioni del 2006, il centro-sinistra si mobilitò contro, il referendum Berlusconi fallì e nel 2006 vinse Prodi.

Da allora fino ad oggi centro-destra e centro-sinistra hanno istituito (o partecipato a) Commissioni istituzionali e proposto referendum costituzionali, dando tuttavia sempre l’impressione ai cittadini di perseguire vittorie elettorali a breve, non un salto di qualità della partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche.

Perché una differenza è chiara: “governo debole” è un governo deciso dai partiti (donde 68 governi dal 1946); “governo forte” è un governo deciso dagli elettori o perché essi scelgono personalmente il proprio rappresentante (che poi sceglie il governo) o perché essi scelgono direttamente rappresentante e Capo del governo. Il governo forte dura per cinque anni oltre i mutevoli sondaggi, i cambi di umore, i capricci dei partiti e delle loro correnti.

In realtà, nessun partito oggi in Italia vuole il “governo forte”, se non quando sta al governo, in posizione dominante, e desidera ri-assicurarsela. Quando un partito sta all’opposizione preferisce il “governo debole”. La stessa Meloni nel 2016 si schierò a difesa del “governo debole” contro il referendum Renzi. E nella attuale maggioranza né la Lega né Forza Italia sono favorevoli all’ipotesi del premierato, per l’ovvia ragione che vedrebbe Meloni premier.

C’entra tutta questa storia con il referendum sulla Magistratura? Per nulla. L’opposizione sa benissimo che l’Esecutivo, in caso di vittoria del SI, non potrà mai allungare le mani sulla Magistratura, anche se a volte gli prudono, quando singoli magistrati sentenziano in modo sfavorevole al governo. Il NO nel referendum sulla Magistratura è un No, per interposto oggetto, al premierato e a qualsiasi forma di presidenzialismo.

L’opposizione è di principio: su tratta di impedire l’avvento del “governo forte”, che viene automaticamente identificato con il para-fascismo.

Modificare il Testo della II Parte della Costituzione riapre la strada al fascismo o al trump-fascismo. Su questa piattaforma convergono le organizzazioni cattoliche che partecipano al “Comitato Società civile per il NO”, presieduto da Giovanni Bachelet, e la neo-sinistra populista di Elly Schlein. Il rifiuto di modificare il Testo costituzionale lo chiamano “patriottismo costituzionale”, termine rielaborato per il contesto tedesco dal filosofo Jürgen Habermas, morto in questi giorni.

Si tratta, in realtà, di “feticismo costituzionale”, per il quale la Costituzione deve essere custodita e venerata sotto una teca come una reliquia. Conservare il testo costituzionale del 1948 come se fosse stato consegnato ai Padri costituenti tra i lampi e i nembi del Monte Oreb è un approccio assai simile a quello dell’originalismo fondamentalista americano. Se questa corrente conservatrice avesse prevalso negli Usa, staremmo ancora aspettando l’abolizione della schiavitù e la parità di diritti tra Bianchi e Neri. Dal 1946 noi Italiani stiamo ancora aspettando che le necessarie modifiche costituzionali ed un sistema elettorale con esse coerente ci consegnino finalmente un normale governo che duri cinque anni. Il 68° – il Governo Meloni – è solo un caso, istituzionalmente fortunato.


da Italia Oggi del 18/03/2026





di … riforma della Costituzione

Ho 80 anni e non la vedrò (la riforma della Costituzione) perché le hanno provate tutte:

  • commissioni bicamerali finite a dispettucci (bicamerale D’Alema 1997),
  • riforme profonde e improvvisate con molte cose da rivedere  (titolo V 2001) a colpi di maggioranza con referendum confermativo passato senza colpo ferire
  • riforme molto profonde con disponibilità a interloquire (Renzi-Boschi 2016) presto finite nel muro contro muro, approvata a maggioranza non qualificata e schiantata nel referendum confermativo dalla alleanza tra la destra e i malpancisti di centro sinistra (57%di NO).
  • riformina sulla separazione delle carriere (Meloni-Nordio 2026) ad alto rischio bocciatura nel referendum del 23 marzo p.v.

I problemi da affrontare (a parte il decotto CNEL che non ha mai funzionato) sono molti e hanno a che vedere con

  • ruolo, struttura e funzionamento del parlamento, schiacciato da decenni dalla invadenza del potere esecutivo che legifera attraverso decreti legge e leggi di conversione con apposizione della fiducia; incapacità a produrre leggi quadro di riforma, leggi delega su questioni complesse che passano la palla al governo attraverso i Decreti Legislativi, rapporti con le Regioni e questioni di potestà concorrente su temi come la sanità, la istruzione, l’energia, l’ambiente
  • ruolo e struttura del governo in rapporto alla Presidenza della Repubblica: elezione diretta del primo ministro, ministri attualmente nominati dal PdR, poteri e corsie preferenziali in ordine alla approvazioni di leggi, incapacità a far fronte alla emanazione dei decreti legislativi, gestione della politica estera
  • questione del carattere parlamentare o presidenziale della nostra Repubblica: elezione diretta del Presidente, ampliamento o riduzione dei poteri del Presidente
  • funzionamento della magistratura dopo la riforma Vassalli-Pisapia che, avendo introdotto il rito accusatorio (al posto del precedente rito inquisitorio), ha modificato il Codice di Procedura Penale e reda necessaria al separazione delle carriere tra Magistratura Giudicante e Magistratura Requirente. In questo quadro rapporto tra Magistratura Requirente e Potere Esecutivo in ordine alla obbligatorietà della azione penale e al controllo della Polizia Giudiziaria.
  • riforma della macchina statale nel suo complesso e delle diverse articolazioni dello Stato da quello centrale, giù giù sino ai Comuni e ai liberi cittadini sulla base del principio di sussidiarietà
  • struttura e funzionamento della Corte Costituzionale
  • messa in Costituzione di principi generali della legge elettorale (maggioritario di Collegio, proporzionale, maggioritario a doppio turno, preferenze, …)

Sono tutte questioni che avrebbero bisogno di una assemblea costituente eletta dal popolo sulla base di alcuni indirizzi: rivedere la II parte della Costituzione 80 anni dopo per adeguarla ai mutamenti della società e della tecnica, disponibilità preventiva ad accettare i compromessi e a prendere decisioni a maggioranza accettandone il risultato.

Segnalo in proposito che ciò che ha caratterizzato il lavoro della Costituente in un quadro di eterogeneità dei protagonisti, ben superiore a quella delle attuali forze politiche , è stato questo elemento ed è stato ciò che ha consentito di sciogliere (a maggioranza) alcuni nodi. Cito tra tutti la questione del carattere Parlamentare o Presidenziale della Repubblica, il ruolo del Presidente del Consiglio solo come coordinatore dell’azione dei ministri (no al premierato), il bicameralismo e in quel quadro le differenze di rappresentanza, ruolo e poteri della seconda Camera rispetto alla prima, accettazione del principio che le norme costituzionali si scrivono ragionando in termini di decenni ma contemporaneamente sono perfettibili e dunque modificabili.

il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati

Metto in fila, in ordine di importanza, le diverse questioni.

La separazione delle carriere e i due CSM

Questione assolutamente fondamentale: il PM e i giudici (sia quelli della fase istruttoria, sia quelli della fase dibattimentale) devono essere entità separate per poter dare piena attuazione al principio della terzietà di chi giudica. La pubblica accusa e la difesa devono essere sullo stesso piano e confrontarsi di fronte ad un terzo. Il difensore rappresenta l’imputato e, nel nostro sistema, il PM promana da un ordine (quello giudiziario) che gli garantisce uno status di indipendenza rispetto agli altri poteri, ma contemporaneamente è pubblico accusatore e a lui spetta l’onere della prova.

Una noticina che sfugge ai più e che poi porta alle polemiche: il magistrato singolo incarna il potere giudiziario e l’esistenza di organismi cosiddetti di autogoverno, quali il CSM, non ha valore di rappresentanza della magistratura ma una funzione strumentale a gestire, incarichi, carriera, collegi, trasferimenti e disciplina.

Il CSM organo di rilevanza costituzionale dopo la separazione delle carriere, visto che di quello, eminentemente si occupa, deve essere sdoppiato e lo si fa seguendo le indicazioni dei costituenti (doppia rappresentanza di togati e laici, presidenza al PdR).

la questione del sorteggio e i pesi tra le due componenti

Poichè l’ordine giudiziario è un organo istituzionale ne discende la necessità che il CSM organo di livello costituzionale debba essere sdoppiato e, per quanto riguarda la composizione interviene la novità del sorteggio.

In proposito credo si debba tener presente un elemento di natura sostanziale; negli anni si è avuto un cambiamento profondo nella magistratura italiana che, storicamente, era dominata da una fortissima componente conservatrice ereditata dallo stato liberale e fascista. Quando tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 si ebbe in Italia quel grande rinnovamento culturale e di costume, che oggi chiamiano sinteticamente il 68, ne furono interessate tutte le istituzioni e nacquero dei movimenti associati che recavano l’aggettivo democratico/a nel nome: medicina democratica, urbanistica democratica, avvocatura democratica, magistratura democratica.

L’idea era quella di portare nel diritto e nelle sue interpretazioni una ventata di democrazia e basta pensare al periodo dei pretori d’assalto come richiamo storico. E’ avvenuto in magistratura qualcosa di analogo a quanto avvenne nella scuola con il progressivo affermarsi della CGIL-Scuola in un mondo sino allora dominato da una miriade di sindacati autonomi e di associazioni senza targa come ama dire e fare il mondo di destra.

Così è successo che l’egemonia all’interno della Associazione Nazionale Magistrati (ANM) è passata dalla storica componente conservatrice di Magistratura indipendente a componenti più progressiste quali Unità per la Costotuzione e Magistratura Democratica ora raggruppata sotto la sigla Area per poi tornare, dopo lo scandalo Palamara, a Magistratura Indipendente.

Ma ciò che mi interessa è che negli anni, quello che Marco Pannella denunciava già nei primi anni 90, è diventata la norma. Le correnti si sono trasformate da luoghi di riflessione culturale in centri di potere per il controllo del CSM al punto che nonostante siano iscritti alle correnti circa il 23% dei novemila magistrati italiani la componente togata del CSM è occupata per oltre il 90% da iscritti alle correnti.

Il perché lo facciano è del tutto evidente: il CSM è un grosso centro di potere e le correntii vogliono controllare nomine e trasferimenti; il perché ciò sia possibile è invece legato al fatto che il meccanismo elettorale richiede sia per la presentazione delle candidature, sia per la raccolta del consenso, l’avere una organizzazione su scala nazionale. Ecco spiegato com il 23% controlli il 90%.

Si dice ti faresti operare da un medico scelto per sorteggio? L’obiezione non sta in piedi perché come ho già osservato il titolare del ruolo giurisprudenziale è il singolo magistrato e dunque semmai i vincoli dovrebbero riguardare ruolo e anzianità e così sarà venendo a creare comunque un elenco di papabili molto ampio.

Il rapporto tra le due componenti (togata e laica) è fissato in 2 a 1 oltre ai membri di diritto di provenienza dalla magistratura.

I miei dubbi riguardano semmai il peso e la distribuzione interna alla cosiddetta componente laica ma la questione va al di là della riforma costituzionale. Attualmente la componente laica è così ripartita (dopo che con la riforma Cartabia nel 2022 i membri sono passati da 8 a 10): rapporto 7 a 3 tra maggioranza (4 FdI, 2 Lega, 1 FI) ed opposizione (1 PD, 1 5*, 1 Terzo Polo). In precedenza i membri erano 8: 3 dei 5*, 2 del PD, 2 della Lega, 1 di FI. Il vicepresidente attuale è della Lega e quello precedente del PD. Si è passati da un rapporto maggioranza opposizione 5 a 3 ad un rapporto 7 a 3 con un netto aumento nel controllo di maggioranza (e questo non depone a favore del centro destra).

La legge di riforma prevede anche in questo caso un sorteggio ma sulla base di un elettorato passivo più ridotto il cui numero non viene specificato rimandando implicitamente il tutto alla legge ordinaria. Il rischio di un 100% di area di maggioranza paventato da alcuni non esiste, così come non esiste attualmente, per ragioni di consuetudine costituzionale, ma trattandosi di una questione delicata sarebbe stato forse meglio precisare “in numero non inferiore a …” per esempio 100.

Insomma, questa è la mia opinione, il sorteggio serve a rompere il meccanismo correntizio e meglio avrebbe fatto la politica ad accettare che l’elenco dei laici fosse fissato in numero elevato ed aperto in modo di ridurre il più possibile la elezione di candidati nominati tramite sorteggio (si chiama sorteggio controllato).

l’alta corte

Si tratta di una proposta che viene da lontano e serve a separare chi si occupa di gestione e organizzazione del sistema da chi debba valutare gli illeciti. In proposito veniamo da una situazione così scandalosamente autoassolutoria (trovate in rete quanti esempi volete) che la situazione non può che migliorare.

Recita l’articolo 4 della legge:

L'Alta Corte e' composta da quindici giudici tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di universita' in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall'insediamento, compila mediante elezione, nonche' da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimita'.

Come si vede anche in questo caso le correnti organizzate, con questi numeri, restano a casa. Si è obiettato che non esiste un ulteriore organismo cui presentare appello e la cosa mi appare sensata; si è previsto che sia la medesima corte in composizione diversa da quella che prese la prima decisione.

in sintesi

Per me si tratta di una occasione importante per girare pagina e perché si possa ricostruire un sano rapporto di fiducia tra magistratura e cittadini: terzietà, rottura delle correnti, controllo disciplinare realmente esercitato.

I miei dubbi riguardano la politica perché, come ho scitto in apertura dell’articolo, la nostra costituzione ha bisogno di un tagliando importante e senza un processo basato sull’ascolto e sulla concordia non si va da nessuna parte. Di cialtronate, dal mondo politico di entrambi gli schieramenti, in particolare in dirittura di arrivo, ne ho sentite tante e mi viene da chiedermi attraverso quali tragedie si debba passare per spazzar via questa politica di bassa lega e incominciare a pensare e progettare in grande.




il miglio verde

Il miglio verde è un film americano del 1999 che descrive il funzionamento del braccio della morte negli anni ’30 in un penitenziario della Louisiana. La sceneggiatura è stata tratta da un romanzo di Stephen King che, a sua volta si è ispirato ad una storia vera, la condanna a morte-eseguita di un ragazzino afroamericano di 14 anni innocente.

Il miglio verde è il corridoio con pavimento di linoleum verde che va dalle celle dei condannati a morte alla camera della morte con la macabra sedia elettrica e le sedie per il pubblico. Già perché nei civilissimi USA la esecuzione era uno spettacolino. La sedia elettrica è stata ormai sostituita dal iniezione letale o dalla morte in camera chiusa tramite azoto. Mi sono chiesto perché nel paese delle armi non abbiano usato la fucilazione, di certo meno cruenta e rituale ma c’è qualcosa di importante nel rito e gli ayatollah non a caso usano la cosa più spettacolare in assoluto la impiccagione con la gru.

Siamo negli anni 30 e i condannati, nel braccio della morte ci stanno poco e, nel film c’è tutto lo spazio per una vita tranquilla (salvo per la guardia sadica che sarà colpita dalla giustizia divina). C’è persino lo spazio per una favola animalista con un topolino intelligente che diventa la mascotte del braccio.

Nel film vengono eseguite tre condanne sulla sedia elettrica seguendo il macabro rito che parte con l’accompagnamento del condannato dalla sua cella alla camera della morte dove c’è un pubblico composto da curiosi o da coinvolti nelle efferatezze del condannato.

Il condannato viene legato sulla sedia fatta di legno con delle cinghie di cuoio alle gambe e alle braccia e al tronco. Le cinghie sono connesse poi agli elettrodi che recano la scarica. Dopo le frasi di rito sulla condanna e sulla richiesta al condannato di dire qualcosa si passa alla fase finale con la sentenza di morte.

  • Cappuccio nero per evitare che nella fase più tragica si vedano cose tremende sul viso del condannato.
  • Apposizione di una spugna imbevuta di una soluzione salina sulla testa rasata del condannato e calotta fissata con delle cinghie e collegata all’elettricità perché la morte sia il più possibile rapida passando attraverso il cervello

Poi si dà il via al rito il condannato vibra e salta sulla sedia e dopo alcune decine di secondi il medico né constata la morte o, nel caso ci siano ancora attività cardiache, cosa che si vede in una delle tre esecuzioni del film, si passa a una seconda fase di scariche.

Nel film c’è una guardia carceraria sadica che volutamente evita di bagnare la spugna e il risultato è un vero e proprio arrostimento del condannato mentre il pubblico sadico terrorizzata lascia la sala piena di fumo e di odore di carne bruciata.

La storia è incentrata su due personaggi principali il capo delle guardie Paul Edgecombe, interpretato da Tom Hanks, e un gigante afroamericano un po’ tardo che è stato condannato a morte perché trovato con due sorelline uccise tra le sue braccia: John Coffey interpretato da Michael Clarke Duncan.

John Coffey è un personaggio dotato di poteri soprannaturali con la capacità di risucchiare il male dai corpi delle persone e che pian piano conquista prima la simpatia e poi la connivenza dell’intero corpo delle guardie che vorrebbero evitargli la morte sulla sedia elettrica ma lui rifiuta con una dichiarazione impressionante.

John dimmi cosa posso fare per te vuoi che ti faccia uscire di qui
Tu devi dire a Dio padre che hai fatto una gentilezza. Lo so che soffri e ti preoccupi, te lo sento addosso ma adesso però la devi smettere. Io voglio farla finita una volta per tutte. Davvero sono stanco Capo; stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia, stanco di non poter mai avere un amico con me, che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno agli altri uomini, sono stanco di tutto il dolore che io sento ed ascolto nel mondo, ogni giorno. Ce n'è troppo per me è come avere pezzi di vetro conficcati in testa, sempre, continuamente; lo capisci questo?

Vi risparmio gli ulteriori dettagli perché voglio parlare della capacità di questa società, intendo la società americana di buttarti sul muso problematiche molto pesanti e di farlo con una capacità documentaria e di coinvolgimento degli spettatori che sarebbe impensabile nella cinematografia europea.

Il miglio verde è un cazzotto duro ed è un cazzotto di quelli che ti fanno pensare a come questa società americana che ci crea repulsione nell’era di Trump sia una società capace di mandare messaggi autocritici in maniera diretta e con la forza di un cazzotto sulla faccia.

Pochi giorni prima di guardare Il miglio verde mi sono guardato Elegia americana un film tratto dalla autobiografia di J.D. Vance il vicepresidente trumpiano degli Stati Uniti, interprete pieno della ideologia MAGA che vuol dire Make America Great Again.

È la storia vera di un giovane che cresce nel America profonda, quella delle piccole realtà lontane dalle grandi città. Il padre non c’è, la madre è vittima delle tossicodipendenze e il giovane Vance è accudito e cresciuto da una figura positiva di nonna dura e dai sani principi.

Da questa realtà tragica Vance emerge e riesce ad arrivare a Yale e a laurearsi in giurisprudenza. Parte da lì la sua carriera e io mi sono chiesto guardando questo film bellissimo come sia stato possibile che, partendo da una realtà difficile, tragica, piena di contraddizioni uno si sia convertito sulla via di Damasco alla proposta MAGA che poi, nelle mani di Trump, è qualcosa di molto più brutto di quanto non sia il significato di quell’acronimo.


Il miglio verde (The Green Mile) è un film del 1999 scritto e diretto da Frank Darabont, con protagonisti Tom Hanks e Michael Clarke Duncan. Il film che dura oltre 3 ore è tratto dal romanzo omonimo di Stephen King, pubblicato nel 1996. Lo potete vedere su Netflix. Potete trovare la trama completa, piuttosto complessa su Wikipedia


 




lasciate che la gente rifletta

Al referendum voterò sì e mi sono fatto la mia opinione leggendo il testo della riforma e qualche articolo di commento sulle questioni più tecniche. Per me è decisiva la questione della terzietà del giudice rispetto ad accusa e difesa. Ho inghiottito, mio malgrado, la questione del sorteggio. Mi ci hanno trascinato le intollerabili manovre di trasformazione del CSM in un mercato delle vacche con l’assegnazione degli incarichi omportanti decisa in luoghi esterni al CSM e con il peso decisivo delle correnti  che poan poano si sono trasformate da positivi luoghi di dibattito culturale e professionale in centri di potere.

Il mio è un appello a tutte le tifoserie: datevi una calmata.

Non c’entra con il referendum il caso dei bambini della casa nel bosco, o quello del poliziotto di Rogoredo, o l’orientamento al voto di questo o quel personaggio famoso (attore, calciatore o influencer). Non c’entra nemmeno l’idea di dare una conferma o una spallata a Giorgia Meloni. Se sei di destra non farti influenzare dal cosa succederà al governo se il referendum passa o non passa. Lo stesso vale se sei di sinistra. Vota in base alla tua convinzione sul merito della legge.

Andremo a votare non per la riforma della giustizia ma per la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente (con le modifiche a livello di CSM). Andremo inoltre a votare per la istituzione di un’alta corte di giustizia unica.

Utilizzate il tempo rimanente per far conoscere il testo del provvedimento e per giudicarlo in positivo e/o in negativo. Per quanto mi riguarderà dopo l’esito del voto mi limiterò a prendere atto del risultato.

Se vincerà il sì sarò soddisfatto perché si sarà fatto un piccolo passo di riforma della seconda parte della Costituzione. Se vincerà il no avrò un piccolo rammarico. In entrambi i casi sarò felice che sia finita la fase dell’avvelenamento dei pozzi.




Stato, Bambini e Genitori

Ieri quando ho appreso la notizia della ordinanza restrittiva del tribunale per i minori dell’Aquila ho avuto un moto spontaneo di ribellione: questo non è lo Stato democratico in cui credo e che auspico. Il Tribunale ha stabilito il trasferimento dei bambini della Casa nel bosco in altra struttura e, nell’immediato, ha disposto l’allontanamento della madre.

Trovate i dettagli sui giornali cartacei e on line e ve li risparmio qui limitandomi ad un passaggio della relazione dei servizi sociali: “Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e/o le nostre spiegazioni. Non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa“.

Ma va? I bambini sono arrabbiati con tutti? Ci sarà qualcuno che racconterà a dei bambini che l’allontanamento dalla loro casa e dai loro genitori è stato fatto a fin di bene e nel loro interesse. Loro con un buon trattamento psicologico e dopo essere stati allontanati dalle cattive compagnie ritroveranno il loro equilibrio.

Mi chiedo molto seriamente dove servirebbe maggiore equilibrio e minor delirio di onnipotenza. La vicenda, nata da una intossicazione da funghi, è diventata surreale.

Spero solo che la garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni riesca ad ottenere il ritiro di un provvedimento che giudico disumano e che il dibattito in proposito non assuma connotati di tipo politico.

 




la vecchia scuola di Monticiano – (1)

la vecchia scuola in piazza S. Agostino a Monticiano

Negli ultimi 10 mesi, ho trascurato il sito Pensieri in libertà limitandomi ad esprimere le mie opinioni, in maniera sintetica, direttamente su Facebook. Ogni tanto, mi dicevo, devi ricominciare a scrivere, ma poi mi lasciavo trascinare dalla quotidianità e così c’era sempre una buona ragione per rimandare.

Ed ecco che è venuta la buona ragione per ricominciare, l’improvvisa vampata di chi propone che il vecchio edificio di piazza S. Agostino, abitato da un paio di decenni da una colonia di qualche centinaio di piccioni e ormai fradicio nelle sue strutture portanti e nei solai, possa essere salvato. Le informazioni le ho reperite direttamente attraverso colloqui con il Sindaco attuale oltre che da materiale in mio possesso dai tempi in cui dal 2013 al 2016 collaborai con la sindaca Sandra Beccucci occupandomi di comunicazione e di informazione alla cittadinanza. Il Sindaco Serrragli mi ha chiesto di dargli una mano a sistemare la cronologia della vicenda e sono stato lieto di collaborare nell’interesse del mio comune.

Sapete che sono abbastanza cattivello e dunque voglio incominciare la ricostruzione storica della vicenda partendo da una puntualizzazione: nel comitato per la salvaguardia vedo i nipotini di coloro che a suo tempo (si parla del 2005) decisero che quell’edificio non solo doveva essere ceduto ad altri, ma doveva comunque essere demolito e ricostruito con una diversa sagoma, un diverso utilizzo (privato) e una diversa destinazione d’uso: un mix di direzionale, commerciale e residenziale. Mi chiedo come mai i comitati non siano stati messi in piedi nel 2005 e negli anni successivi.

2002-2007 amministrazione guidata da Mauro Cresti

La nuova amministrazione comunale guidata da Mauro Cresti (che fa riferimento all’Ulivo) ottiene oltre il 65% dei consensi ed è stata seguita e sponsorizzata dalle forze riformiste di sinistra su scala provinciale. Si vota con elezioni anticipate dopo le dinissioni di Annamaria Guerrieri sfiduciata dalla sua stessa maggioranza. Sul piano politico al PDS (nato sulle ceneri del vecchio PCI) sono subentrati i Democratici di Sinistra e ci si avvia alla costituzione del Partito Democratico.

I DS hanno il problema di non rischiare il tracollo in una delle loro roccaforti storiche. Anna Maria Guerrieri nel 1999 ha preso solo il 52% contro il 49% di una lista civica di centro destra e il fallimento della amministrazione uscente potrebbe determinare una situazione ad alto rischio. Viene candidato un professore universitario senese di Botanica, Mauro Cresti, che da tempo ha fatto di Iesa la sua seconda residenza e gli vengono garantiti i necessari appoggi in termini di disponibilità economiche tramite il sistema Siena e in particolare la fondazione Monte dei Paschi.

Il trend dei consensi si inverte; Cresti prende il 68% e inizia una fase di impulso o progettazione di grandi opere (impianto di teleriscaldamento, rifacimento della piazza, operazione Campo Romito a Iesa, interventi della provincia che porteranno al museo della biodiversità e al Gonna 2, decisione di realizzare una nuova scuola per il capoluogo).

prende il via la fase progettuale

L’operazione nuova scuola inizia tra il 2005 e il 2006 quando infiltrazioni importanti nel tetto dell’edificio situato nel Sodo hanno costretto a spostare le scuole nel chiostro e nei locali della provincia a ridosso.

Nel gennaio 2006, Cresti, presenta le linee di massima del progetto di realizzazione di un nuovo edificio scolastico e afferma che: “il problema della sede scolastica va affrontato radicalmente poiché, con un intervento leggero sulla vecchia sede, si rischia di non ottenere l’agibilità; sottolinea che restare inerti significherebbe anche non proseguire nel programma di sviluppo di Monticiano che prevede tra l’altro che nel centro direzionale di proprietà dell’amministrazione provinciale, ove attualmente sono ospitate la scuola elementare e la scuola media, sia realizzato un centro per la biodiversità. Premesso quanto sopra il sindaco ammette gli alti costi di realizzazione del progetto e afferma che si dovranno fare calcoli ben precisi e procedere al momento della sua pratica realizzazione a stralci seguendo lo stesso metodo anche per l’acquisto dei nuovi arredi scolstici”.

Gli uffici comunali (geometra Tronci, ufficio Lavori Pubblici) sono stati incaricati di procedere alla stesura di un progetto preliminare che viene approvato in Gunta (GM) il 2 marzo 2006. Nella premessa alla delibera si afferma: ” richiamata la volontà di questa amministrazione, di voler realizzare una nuova sede scolastica primaria e secondaria in Monticiano capoluogo, a seguito delle problematiche di infiltrazione sull’edificio attuale, posto in piazza Sant’Agostino, che comporterebbero oltre il ripristino della copertura attuale, anche il consolidamento della struttura esistente e gli adeguamenti di tutte le parti impiantistiche …”

Nella stessa delibera di giunta si fa riferimento al fatto che il 31/08/2005 è stato affidato incarico di progettazione di un progetto preliminare agli architetti Valente, Ghezzo e al geometra Bruno e che tale progetto è stato regolarmente consegnato nel febbraio 2006. Con questa delibera il progetto viene ufficialmente approvato e si dà il via alle fasi progettuali successive.

valutazione dei costi e prima comparazione costi di ristrutturazione

Nel febbraio 2006 il consigliere di opposizione (di sinistra) Ferruccio Serragli chiede di essere informato sui costi della nuova scuola e sulla sistemazione di quella vecchia, chiede iniltre cosa intenda farci la giunta. Il responsabile dell’area tecnica geometra Tronci risponde con ua relazione molto dettagliata su entrambi i fronti.

nuovo intervento

Sono previsti tre lotti: il primo, il principale (scuola elementare e auditorium, scuola media, laboratori multimediali e biblioteca, mensa, sistemazioni esterne) ha un costo di 2’230’000 € (più IVA e spese tecniche, d’ora in poi sottintese). Si prevede, a partire dal 2007 una prima tranche del primo lotto per 1’900’000€ con una previsione di realizzazione entro il 2008.

Secondo lotto (sistemazioni urbanistiche) per 280’000€ e Terzo lotto per palestra e area verde per 745’000 €. Il terzo lotto non sarà mai realizzato tranne per gli sbancamenti per il venir meno dei finanziamenti a fondo perduto da parte della fondazione del Monte dei Paschi. Inoltre la destinazione dei tre lotti verrà modificata con oil procedere della operazione

sistemazione del vecchio edificio

La superficie lorda coinvolta è di 1436 mq oltre a 450 mq per l’eventuale espansione del secondo piano.

La relazione deglo uffici tecnici comunali (allegata al verbale di consiglio, è abbastanza analitica, prevede l’adeguamento antisismico obbligatorio e l’importo complessivo per una ipotetica ristrutturazione con riutilizzo degli spazi risulta intorno al milione di € che diventano 1’400’000 aggiungendo IVA e spese generali.

Prego il lettore di prestare attenzione a questo dato, destinato necessariamente a crescere nel prosieguo del processo di ammaloramento e che porterà sia l’amministrazione comunale, sia gli operatori del settore edilizio coinvolti ad escludere un intervento di ristrutturazione edilizia del vecchio edificio puntando invece ad una ristrutturazione urbanistica con demolizione e ricostruzione anche con sagoma diversa. Nel C.C. del 17/3 il consigliere Ferruccio Serragli sottolinea con un certo stupore  che i costi di messa a norma del vecchio edificio scolastico di piazza Sant’Agostino sono notevolmente più alti di quelli stimati in un recente passato.

progetto definitivo ed esecutivo

Il progetto definitivo del nuovo complesso scolastico viene approvato con una delibera di giunta del 20 Aprile 2026 sulla base di un progetto redatto dal geometra Bruno di Siena. Nella delibera si sottolinea che tale livello di progettazione è indispensabile per poter accedere alla richiesta di finanziamenti alla Fondazione Monte dei Paschi che va presentata entro non oltre il 5 maggio 2006. Il progetto viene approvato e si approva anche la possibilità di provvedere con ulteriori atti alla approvazione della successiva fase progettuale.

Nel maggio del 2006 la amministrazione si rivolge alla soprintendenza per i beni architettonici per sapere se esistano vincoli da tutelare per quanto riguarda la vecchia scuola e la soprintendenza risponde che l’edificio non presentando interesse artistico, storico, antropologico o etnoantropologico … non rientra tra i beni di cui art. 10/1 del dlgsl 42/2004. Il provvedimento è firmato dal direttore regionale professor Paolucci.

In un consiglio comunale del settembre 2006 interviene nuovamente il sindaco in risposta ad una proposta del consigliere Serragli e Cresti dichiara che la scelta di realizzare un nuovo plesso scolastico è dipesa anche dal fatto che il vecchio edificio scolastico, per essere posti in sicurezza e reso perfettamente agibile, doveva essere di fatto ex novo. Pian piano si sta facendo strada l’idea che, qualunque uso se ne farà, il vecchio edificio scolastico dovrà essere demolito. La pensano così sia la maggioranza sia la opposizione di centro destra mentre continua a sollevare perplessità il solo Ferruccio Serragli.

Nel mese di ottobre viene approvato il programma triennale delle opere pubbliche che prevede, come edificio da trasferire, la vecchia scuola per un valore stimato di 800’000€ mentre di lì a pochi giorni lo studio Bruno viene incaricato di procedere alla predisposizione del progetto esecutivo.

Tra gli atti della convenzione si dichiara che lo studio è stato incaricato di predisporre l’analisi delle potenzialità di ristrutturazione a fini residenziali dell’attuale edificio scolastico di Monticiano con gli architetti Nicola Valente Gianpaolo Ghezzo ai fini dell’adozione di una variante urbanistica. Ci si sta ormai orientando in maniera definitiva ad una cessione del bene da eseguire contestualmente alla realizzazione del nuovo edificio scolastico e ad una variante urbanistica che renda appetibile all’acquirente l’utilizzo della vecchia scuola.

da dove viene la stima di valore della vecchia scuola per 880’000 €

L’analisi delle potenzialità di ristrutturazione sta in un documento predisposto dai tre progettisti e datato 9 febbraio 2007. Siamo agli ultimi mesi di attività della amministrazione Cresti che, nel frattempo si è mossa per accedere ai finanziamenti della fondazione.

La stima di valore viene effettuata usando una duplice metodologia:

valutazione secondo il criterio del costo di edificazione del fabbricato

Si ipotizza un costo di edificazione di 950 €/mq comprensivo di spese, valore iniziale del terreno, urbanizzazione, spese tecniche, spese di edificazione ricavi per la ditta esecutrice per una superficie prevista di 1’000 mq il che porta ad una valutazione di 950’000 €.

valutazione per ristrutturazione a fini abitativi e commerciali

Si attribuisce una valore di vendita di 2’000 €/mq per il commerciale (400 mq) e di 1’600 €/mq per il residenziale (600 mq) il che porta ad un controvalore di 800’00 + 960’000 = 1’760’000 €.

Da questa cifra occorre detrarre costi di ristrutturazione, spese tecniche e ricavo pari a 962’800€ così giustificati

  • ristrutturazione (600 €/mq) pari a 600’000 €
  • ricavi di impresa (15% di 1’760’000) pari a 272’800 €
  • spese tecniche 15% di 600’000 pari a 90’000 €

Dal valore di vendita occorre detrarre i costi e si ottiene un valore residuo di 797’200 € che costituisce il valore del fabbricato attuale.

Mediando tra le due modalità di valutazione si ottiene un valore arrotondato di 880’000 €

come farà il Comune di Monticiano ad edificare?

La amministrazione Cresti ipotizza di imporre a chi realizzerà la nuova scuola il farsi carico della vecchia per un controvalore di 880’000 € e di spendere i suoi buoni uffici per ottenere un primo contributo di 800’000 € dalla fondazione del Monte dei Paschi e, in proposito, la pratica è già stata attivata.

In effetti il 27/03/2007, tra i suoi atti di fine mandato la amministrazione Cresti con una delibera di giunta  Prende atto che la Fondazione Monte dei Paschi di Siena ha deliberato di concedere un contributo di 800.000 € a fronte di una rendicontazione di 1.950.000 € da utilizzare per attività di natura non commerciale e in particolare per la realizzazione di un nuovo edificio scolastico comprensivo di elementari e medie.

La fondazione Monte dei Paschi prevederà poi un secondo stanziamento di 800’000 € per il II e III lotto, stanziamento solo parzialmente erogato (600’000 € perché il III lotto non è stato realizzato).

Ad aprile la Giunta approva il progetto definitivo rettificato per nuove normative sull’isolamento termico. Il progetto è stato depositato il 19 aprile e contestualmente ci si appresta a chiedere un nuovo finanziamento alla fondazione (da presentare entro il 30 aprile).

Le elezioni sono alle porte, il Sindaco Crest porta a casa un sacco di realizzazioni ma decide di non ricandidarsi. Il lavoro di Sindaco è stato faticoso e la macchina comunale risulta poco all’altezza rispetto ai problemi di Monticiano. Forse, pensa Cresti, occorrerebbe ragionare di fusione tra piccoli comuni ma i tempi non sono maturi (il partito si oppone) e Cresti non da la sua disponibilità ad una nuova candidatura. In proposito posso dire che essendomi impegnato a fianco dellle amministrazioni di centro sinistra nel periodo 2012-2017 ho riscontrato come questa esigenza fosse sentita tra gli amministratori ma ci fosse invece una forte cautela tra le forze politiche preoccupate dello spirito di appartenenza dei cittadini dei piccoli borghi.

Giova ricordare che, nelle intenzioni iniziali, la istituzione della Unione dei Comuni con trasferimento di molte competenze dai singoli comuni alla unione, prevedeva che si trattasse di una fase prodromica alla fusione dei piccli comuni per costituire comuni più grandi e con almeno 5’000 abitanti che fossero in grado di gestire in maniera più efficace servizi e programmazione del territorio. Lo Stato metteva a disposizione somme molto rilrvanti per attivare questi processi.

fine mandato Cresti, inizio mandato Cencioni

Le elezioni si tengono a maggio del 2007. Il centrosinistra si presenta sotto il simbolo dell’Unione e, al posto di Crest viene presentato un nuovo Mauro (Cencioni), funzionario del Monte dei Paschi, uomo di fiducia del partito che è contemporaneamente presidente di Terme di Petriolo spa.

Cencioni porta a casa i risultati del lavoro di Cresti e il centro sinistra fa il botto; vota quasi l’80% degli aventi diritto con il 76.4% per Cencioni mentre il centro destra prende un magro 23,6%. Da segnalare che con questa consiliatura entra in consiglio Mirko Giorgini

La realizzazione della nuova scuola, partendo dalla gara di assegnazione lavori, avverrà sotto la sindacatura Cencioni mentre le gatte da pelare ricadranno sulla Sindaca successiva Sandra Becucci.


(1- continua)

Su Pensieri in Libertà trovi qui gli articoli che riguardano Monticiano)


 




riflessioni sulla democrazia

È nella consapevolezza di moltissimi, se non di tutti, che la democrazia così come è stata progettata e perseguita nel pensiero politico occidentale, negli ultimi tempi, sia andata inesorabilmente in crisi.

Questa forma di organizzazione della politica nelle varie forme in cui è stata declinata negli stati che si sono autodefiniti “Occidente” già alla fine del ‘900 e in modo sempre più evidente nel secondo millennio ha mostrato segni di cedimento o di regressione.

La “Democrazia Occidentale” con le sue forme e le sue norme, le sue ritualità finanche i suoi costumi è diventata, specialmente dopo la II guerra mondiale, nonostante tutto, esempio, miraggio e obiettivo di tutti quei Paesi che si affrancavano dal colonialismo o che cercavano di accreditarsi paritariamente nel consesso internazionale delle cosiddette nazioni “libere”.

Non sempre questo percorso è stato lineare e pacifico; ad avanzamenti spesso seguivano drammatici arretramenti, ma fu un processo che vide coinvolti quasi tutti i paesi dell’Asia, dell’Africa e del Sud America. I valori della democrazia sono stati considerati, o si sono autodichiarati “valori universali”; in tal senso si espresse anche Enrico Berlinguer a Mosca nel nov. 1977 in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre proprio in casa del Partito Comunista Sovietico che da sempre aveva mostrato pregiudizi negativi e ambiguità nei confronti dei regimi democratici.

Il suffragio universale, tratto fondamentale della democrazia, è adottato ormai in quasi tutti i paesi del mondo escluso quei pochi che oggi sono retti da regimi a impronta tribale o dittature personali conclamate. È anche vero, e non lo si ripete mai abbastanza, che la democrazia non si esaurisce con la semplice pratica elettorale come tendono troppo spesso a farci credere le forze populiste che spingono verso interpretazioni plebiscitarie, anche se il voto ne costituisce uno dei momenti fondamentali. La libertà di esprimere il proprio pensiero, la libertà di professare la propria religione, la tutela delle minoranze sia etniche sia culturali, il diritto all’istruzione e alla sanità con cure mediche per tutti, determinano nel loro insieme il livello di democrazia in un determinato paese.

Ma ora veniamo alla considerazione iniziale per cui, qui in occidente, percepiamo che la democrazia stia attraversando una fase regressiva tale da minare, in taluni casi, i suoi presupposti fondamentali e costitutivi per cui si coniano delle definizioni quali “democratura” o “democrazia illiberale” per indicare queste trasformazioni.

Svilupperei al fine della comprensione di questo fenomeno alcuni punti di vista che si legano tra loro.

collocazione storica della democrazia

Abbiamo considerato la democrazia, troppo superficialmente e ingenuamente, come un valore socio-organizzativo strutturale della nostra civiltà e finanche irreversibile come lo sono stati il fuoco o la ruota dal punto di vista tecnologico. Anzi non poteva che progredire e migliorare. Ma si dà il caso che la democrazia non sia un bene tecnologico e se la nostra civiltà non la possiamo immaginare senza la ruota o una qualsivoglia forma di energia elettromagnetica, il consesso umano potrà sicuramente sopravvivere anche senza democrazia.

la Grecia

Teniamo presente che nella plurimillenaria storia dell’umanità la democrazia, come fenomeno politico sociale occupa uno spazio di tempo estremamente esiguo: a conti fatti circa 150 anni tra il V e il IV sec. aC. e altrettanti dagli ultimi decenni dell’ ‘800 a oggi e non in maniera continuativa. Forse forme di democrazia sono state esercitate in diversi ma esigui contesti sociali ma comunque irrilevanti dal punto di vista storico.

La forma di democrazia che si è venuta a costituire in Occidente ha le sue antiche radici nel travaglio politico che scosse la città-stato di Atene sullo scadere del VI sec. aC.

Nell’arco di circa cinquant’anni trasformò l’assetto politico dello stato da una sostanziale monarchia, chiamata allora tirannide, in una organizzazione socio-politica e culturale che si diede il nome di democrazia. I più importanti e noti artefici di questa immane trasformazione furono dapprima il grande legislatore Solone, poi Clistene che di fatto con un’azione temeraria e violenta mise fine alla tirannide e il grande stratega Temistocle.

Ma il personaggio che più si identificò nel processo democratico fu sicuramente Pericle che giganteggia con la sua figura politica per gran parte del ‘400 aC. Fu con lui che Atene prese consapevolezza piena che il regime politico da loro “inventato” non aveva uguali nel mondo conosciuto e sopravanzava di gran lunga per complessità e articolazione tutti gli altri e fu lui che, nel celebre epitaffio per i morti nel primo anno della guerra del Peloponneso, vantò orgogliosamente che Atene, non solo non aveva nulla da imparare politicamente dagli altri ma il suo regime democratico era d’esempio e di guida per tutti gli altri popoli, concludendo con un lapidario “…noi ad Atene facciamo così!”. Nel suo insieme questo epitaffio esprime la consapevolezza di una superiorità etica del regime democratico con i suoi concetti di uguaglianza e giustizia, ma non solo, si può intravvedere anche una considerazione estetica, la bellezza e l’armonia dei suoi rapporti politici.

Questa fase durò circa 160 anni, compreso un breve periodo tra il 411 e il 404 aC. quando, a seguito di un colpo di stato, il sistema politico si caratterizzò come una oligarchia ossia una riduzione energica del corpo avente diritto elettorale trasformandosi di fatto da “potere del popolo” a “potere di pochi”. L’esperienza democratica terminò di fatto con la conquista delle città greche da parte di Alessandro Magno nel 338 aC. e successivamente con l’occupazione di tutta la Grecia da parte dei romani e la sua riduzione a provincia di Roma.

Roma

Da allora in poi di democrazia non se ne parlò più per quasi 2000 anni. Il termine stesso di democrazia scomparì anche dal vocabolario politico. Nella Roma repubblicana la parola che più si avvicinava a democrazia fu Res Publica che indicava per estensione non solo la cosa pubblica ma lo Stato nel suo insieme, ma non l’esercizio giuridico del potere. Il “kratos” ossia il potere come volontà giuridica nel suo esercizio forse poteva essere compreso e contenuto nell’acronimo SPQR che indicava l’insieme del potere legislativo e deliberativo che il Senato esercitava a nome di tutto il popolo di Roma.

l’illuminismo

I primi a riprendere il termine democrazia e considerarlo come progetto spendibile politicamente furono gli illuministi della seconda metà del 1700. Con la Rivoluzione Americana prima e con la Rivoluzione Francese il termine democrazia entrò a pieno titolo nei progetti politici dei protagonisti di quegli eventi, anzi fu proprio con la Rivoluzione dell’ ’89 che si amalgamò in simbiosi con i valori di “Egalitè”, e “Libertè” insieme al valore etico di “Fraternitè”.

Ci volle praticamente un secolo, tutto l’ ‘800, cento anni di lotte sanguinose, massacri di massa come alla Comune di Parigi e l’innesto di teorie politiche nuove come il “pensiero socialista” nel suo insieme per dare alla democrazia la spinta per approdare, a cavallo del ‘900, nel patrimonio politico di non poche forze presenti nei parlamenti europei e americani.

Il pensiero e l’azione delle varie correnti del socialismo, con i marxisti in prima fila, arricchì il concetto di democrazia di nuovi e sostanziali valori. L’uguaglianza, per esempio, non fu solamente intesa come concetto mistico e giuridico: “Siamo tutti uguali davanti a Dio e alla legge” ma si caricò anche di una valenza economica: non si può essere veramente liberi ed uguali senza abbattere le grandi differenze materiali che separano le classi sociali. Al vecchio dilemma di Menenio Agrippa veniva data una soluzione diversa da quella prospettata dal console romano 2300 anni prima, non più compromessi ma lotta di classe, la plebe forte di un suo pensiero autonomo non si sarebbe ritirata sull’Aventino, come allora, ma avrebbe accettato la sfida per conquistare la vera democrazia cioè l’esercizio del potere.

il socialismo

Per contrastare questa nuova interpretazione del concetto di democrazia ai reazionari e conservatori, nostalgici dell’ancient regime, si aggregò quel ceto borghese imprenditoriale, che realisticamente non poteva e voleva ritornare agli antichi meccanismi feudali, ma che intendevano la libertà come concetto individuale e non collettivo e non potevano accettare le tendenze economiche-egualitarie proposte dai socialisti.

Questi ceti sociali si unirono in una inedita alleanza, si impossessarono del concetto di democrazia ma lo svuotarono dei suoi valori progressivi. A questo punto il conflitto tra le due visioni della democrazia e tra le classi sociali da esse interpretate divenne insanabile. Detonatore di questo conflitto fu anche la sciagurata, sul lungo periodo, interpretazione marxista che rappresentava la democrazia come la dittatura di una minoranza borghese alla quale si doveva contrapporre una dittatura dei lavoratori, la maggioranza, e in particolare dei proletari appresentati dal loro partito.

Non solo, ma la borghesia conservatrice cercava di frenare in ogni modo l’estensione del diritto di voto mettendo delle barriere di censo o di scolarizzazione al suo esercizio mentre i partiti socialisti spingevano con alterni risultati per una legge elettorale sempre più rappresentativa delle masse popolari o, addirittura per un suffragio universale. Queste forze contrapposte e in conflitto tra loro non erano comunque rappresentate omogeneamente in Europa. In Germania, Francia e Inghilterra, le forze che rappresentavano gli interessi delle classi lavoratrici, pur restando sempre delle minoranze parlamentari, conquistavano in quei consessi istituzionali sempre più peso.

In Russia, per una debolezza intrinseca della borghesia, la democrazia era compressa ai minimi termini; vigendo sostanzialmente un regime feudale ancorché boccheggiante ma violentemente repressivo, le forze progressiste, schiacciate all’impossibilità di una opposizione legalitaria, non avevano altro spazio se non quello di attentati terroristici nichilisti.

La Grande Guerra dei nazionalismi, se da un lato indebolì l’idea che da più di 60 anni scaldava i cuori dei lavoratori: “Proletari di tutto il mondo unitevi”, dall’altro, per poter organizzare gli eserciti, richiese di armare massicciamente proprio le masse popolari. Il rifiuto della guerra, il possesso delle armi e organizzazioni politiche con parole d’ordine semplici ma efficaci furono l’alchimia storica che permise lo scoppio della “Rivoluzione d’Ottobre” e lo sradicamento di un regime zarista ormai antistorico.

Storici e studiosi delle dottrine politiche concordano nell’affermare che la presa del “Palazzo d’Inverno” fu un punto di rottura e di svolta nel panorama politico europeo se non mondiale. Nel pensiero politico europeo si produsse una rottura e una divaricazione nel concetto di democrazia. I conservatori e la destra in generale, da una parte, radicalizzarono il loro concetto di libertà in rapporto alla democrazia spingendolo ad una prerogativa sempre più individuale.

il nazifascismo

A sinistra invece si radicalizzò il progetto politico per la conquista del potere: “Facciamo come in Russia” svuotando e indebolendo la strategia storica della socialdemocrazia per la via parlamentare producendo una spaccatura nelle forze progressiste europee. Il velleitarismo inconcludente della frazione comunista innescò la reazione politica delle destre che identificando concettualmente il socialismo con la democrazia si mossero per distruggerli entrambi precipitando non senza benevolenza nel fascismo in Italia e nel nazismo in Germania con tutto quello che ne seguì sul piano internazionale.

La stratega per ottenere successo si sviluppò, per entrambi i movimenti, su più direttive tra le quali le più importanti furono:

  1. L’uso della violenza per contrastare e mettere a tacere gli avversari politici.
  2. Esasperare propagandisticamente il sentimento nazionalista del popolo vittima a detta loro di discriminazioni e congiure internazionali (europee) e da gruppi economici finanziari (ebrei) dai quali necessita riscattarsi, rafforzando e contrapponendo una idea di nazione e di razza in pericolo.
  3. Svuatamento e annichilamento di tutte le forme socio organizzative e politiche che caratterizzano una democrazia.

Fu questo processo, politico e culturale insieme, che portò al potere il fascismo e il nazismo guardato a tratti anche con simpatia e benevolenza dalle cosiddette democrazie liberali le quali ne apprezzavano la loro risolutezza nella lotta e argine a quello che ritenevano il vero pericolo ossia il “bolscevismo” dilagante.

Sull’altro fronte già spaccato, le due visioni strategiche contrapposte, quella parlamentare e quella rivoluzionaria, furono ulteriormente divaricate dalla sciagurata direttiva del Partito Comunista sovietico che etichettava i socialisti e socialdemocratici europei come “social-fascisti” da combattere alla stregua dei veri fascisti e nazisti.

Con la costituzione del Fronte Popolare in Francia nel 1936 e il sostegno al governo legittimo spagnolo contro il colpo di stato organizzato da Francisco Franco le forze democratiche ritrovarono una unità politica e d’azione che in Italia si concretizzò con la resistenza al nazi-fascismo e la lotta di liberazione dal 1943 al ’45. Dal riavvicinamento delle forze progressiste e democratiche e dal loro lavoro politico in comune scaturì, nell’immediato dopoguerra, la Costituzione faro e guida della nostra Democrazia Repubblicana.

carattere dinamico e non statico delle democrazie

Questa superficiale e schematica ricostruzione storica, assolutamente non esaustiva, mi permette di affrontare il secondo argomento che mi ero riproposto, cioè il carattere dinamico della democrazia con lo scorrere della storia.

La democrazia, come esercizio del potere da parte del popolo con le modalità e le regole che si autoimpone, al suo esordio, nell’Atene del VI secolo aC. si realizzava in un contesto statuale non paragonabile a quello attuale. L’organizzazione socio-politica faceva riferimento alla città-stato di Atene e il popolo chiamato e a esercitare questo potere era costituito esclusivamente da ateniesi discendenti da ateniesi.

Erano esclusi, sebbene residenti, i cittadini di origine straniera chiamati meteci e gli schiavi. Anche le donne non potevano esercitare alcun diritto politico e questo non ci deve sorprendere dato che in Italia alle donne venne concesso il diritto di voto solo nel 1946 e nel cuore dell’Europa, in Svizzera, si dovette aspettare fino al 1971 e in alcuni paesi arabi come la Giordania, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e altri, ancora oggi le donne non hanno ancora diritto di voto. Ma quelli erano i tempi, quello era il contesto culturale che dobbiamo sempre tener presente quando facciamo dei paragoni storici: contestualizzare, storicizzare.

La base elettorale, di allora, si stima fossero circa 30.000 aventi diritto di cui solo una decina di migliaia al massimo partecipava saltuariamente alle assemblee deliberative. Per ovviare al fenomeno dell’astensionismo e incitare maggiormente alla partecipazione fu introdotto una sorta di salario, un obolo, un gettone di presenza diremmo oggi e in alcuni periodi finanche un tipo di “intervento poliziesco” per costringere i cittadini a non disertare i dibattiti politici. Alcune cariche organizzative e giudiziarie erano a sorteggio mentre quelle più tecniche e militari erano elettive.

Ma l’aspetto più importante rispetto alle forme di governo precedenti fu l’assunzione di un concetto-valore fondamentale: una testa un voto, quindi l’equivalenza potenziale di tutti gli aventi diritto che produce di conseguenza il concetto di maggioranza, cioè la maggioranza ha ragione, la maggioranza governa.

Oggi siamo, come è evidente, in un contesto storico, giuridico e etico completamente differente e la democrazia da diretta è diventata rappresentativa e questi due concetti fondamentali “una testa un voto” e “la maggioranza governa” hanno mantenuto il loro ruolo fondamentale nel rappresentare il sistema democratico anche se, in questi quasi due secoli in cui questo sistema è ricomparso come prassi politica, i due valori citati sono stati di volta in volta dilatati o compressi a seconda dei rapporti di forza che emergevano nel confronto-conflitto tra le diverse forze, progressisti o conservatori, che si contendevano il potere nella democrazia.

La lotta per estendere o comprimere il diritto di voto (la base elettorale) e di come esercitare il diritto della maggioranza a governare tutelando in equilibrio i diritti individuali con i diritti collettivi e i diritti delle minoranze è stata protagonista delle vicende politiche del passato novecentesco e continua nel presente.

Le leggi elettorali che stabilivano il diritto di voto in base al censo sono rimaste un retaggio ottocentesco superate ormai dal suffragio universale adottato come si è visto da quasi tutti i paesi. Quali e quanto siano estesi i diritti della maggioranza e le tutele delle minoranze è un terreno sul quale si confrontano le forze conservatrici e quelle progressiste che si oppongono a quello che già Aristotele nella sua opera “La Politica”, dove analizzava le varie forme di governo, individuava alla voce democrazia il pericolo e una possibilità di una sua degenerazione  verso “la dittatura della maggioranza”.

Questo andamento conflittuale tra le forze sociali mi induce a sottolineare il carattere dinamico, assolutamente non unidirezionale, della nostra democrazia e il popolo non è per nulla garantito che i risultati sociali raggiunti siano stabili, ma esiste sempre la possibilità che essi siano ridotti se non addirittura abrogati.

La nostra Costituzione, quale legge fondamentale dello Stato, indica le linee guida per ulteriori progressi della democrazia da essa scaturita, ma pur essendo una Costituzione “rigida” può essere soggetta a revisioni e non sempre in senso progressista.

Per questo a tutti coloro che superficialmente e ingenuamente si sentono tutelati dalla Costituzione dico di stare molto in guardia e in particolar modo auspico che i nostri rappresentanti facciano della difesa dello spirito della Costituzione il loro lavoro prioritario.

La difesa dei principi fondamentali della Carta si esplicano principalmente nel contrasto di quei provvedimenti o norme apparentemente secondari che con il pretesto della sicurezza o del risparmio di bilancio intaccano di fatto le libertà collettive e gli standard della nostra vita sociale. In questi, individuo tutti quei provvedimenti che intaccano il diritto alla salute per tutti, il diritto allo studio in una scuola pubblica fino ai più alti livelli, il diritto ad una vita dignitosa che solo un lavoro ben retribuito può offrire e i principi di solidarietà sociale. La possibilità che vengano intaccati o ridotti questi diritti e questi principi è indice di un indebolimento della democrazia e della nostra libertà.

come le dinamiche sociali influenzano e modificano la prassi democratica

Il terzo punto della mia riflessione cerca senza pretese di verità assolute di cogliere i meccanismi essenziali che legano le trasformazioni sociali con i relativi e conseguenti riflessi legislativi.

Prendo a pretesto un concetto espresso dal prof. Canfora che in un dibattito contestava l’espressione “… siamo in una fase di transizione storica” usata da un suo interlocutore ribadendo che tutti i momenti sono di transizione cambia solo la velocità di questa trasformazione. Ci sono fasi, epoche in cui le trasformazioni sono più lente ed altre che sono più accelerate. Così vale anche per le leggi che regolano e disciplinano i rapporti sociali, il nostro vivere civile. Queste leggi seguono l’andamento dei cambiamenti sociali, anche se una volta varate, le leggi per loro natura oppongono una certa resistenza al cambiamento. È questa resistenza, questa non sincronia tra trasformazione dei rapporti sociali, dei costumi e della cultura e le norme che regolano una società che genera i conflitti sociali tra i sostenitori dei vecchi schemi e i fautori di nuovi valori o di un nuovo ordine.

l’altro ieri

Quando le trasformazioni avvengono in tempi lunghi è più facile per le regole e le norme adeguarsi alle nuove situazioni, a volte pur restando nel corpus legislativo sono superate dagli usi quotidiani e non più applicate e cadono nell’oblio e vengono abrogate effettivamente nel corso dei periodici adeguamenti dei codici.

Quando invece i cambiamenti avvengono in tempi ristretti i conflitti sono quasi sempre inevitabili. Lo si è visto alla fine del ‘700 quando l’impostazione generale dello stato, la monarchia assoluta, fu incapace di assorbire e adeguarsi alle istanze di un ceto produttivo emergente, economicamente forte, e si arroccò nella difesa delle proprie prerogative e previlegi anacronistici decretando così la propria condanna a morte.

Sempre in quel periodo a cavallo tra ‘700 e ‘800 e sulla spinta dei nuovi valori etici da una parte ed esigenze economiche determinate da nuovi assetti produttivi fu messo in discussione l’istituto del rapporto schiavistico vecchio quanto la storia dell’uomo. Dapprima fu proibita la riduzione in schiavitù di uomini nati liberi, poi fu vietato il commercio e la tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe, poi con circa cinquant’anni di ritardo rispetto all’Europa, in America per opera del presidente Lincoln, nel 1864 fu abolita la schiavitù scatenando la feroce e sanguinosa guerra civile americana.

Le trasformazioni economiche e tecniche cambiano i rapporti sociali e modificano il pensiero, il modo di intendere la vita creando nuovi valori e scale di valori e quindi priorità sociali, ma succede anche l’inverso cioè che valori etici nuovi e nuove sensibilità modificando i rapporti sociali inducono a inventare nuovi modi di produzione.

Oggi le trasformazioni tecnico scientifiche e sono estremamente accelerate come mai è accaduto nella storia accompagnate da sensibilità e prospettive culturali nuove, si pensi solamente quanto siano cambiati i computer in pochi anni e la recente attenzione ai cambiamenti climatici.

Quante generazioni sono passate tra il neolitico e l’età del rame, cioè tra gli 11.000 anni aC. il 3.000 aC.? secondo calcoli approssimativi, con una vita media di 25 anni, si può calcolare circa 320 generazioni.

La trasmissione del sapere era lenta e le piccole trasformazioni tecniche che di volta in volta venivano approntate avevano tutto il tempo per essere assimilate come nell’agricoltura o nell’allevamento del bestiame, ma la ruota comparve solo nel 2500 aC., prima come attrezzo tecnico nel tornio dei vasari, poi come componente di un veicolo probabilmente un prototipo di carro. Sto parlando di 80 secoli.

Mini trasformazioni tecniche e abilità manuali, come scheggiare sempre meglio la selce o l’ossidiana, sono state tramandate de una generazione all’altra modificando molto lentamente il modo di vivere delle generazioni che hanno attraversato quel lungo periodo storico. Il bagaglio culturale di una generazione veniva trasferito a quella successiva senza traumi o scossoni.

Ora facendo un salto di qualche migliaio di anni ci poniamo un’altra considerazione dello stesso tipo: quanti secoli sono passati per assimilare nel sapere collettivo dominante che la Terra fosse scalzata dal centro dell’universo per lasciare quel posto al sole, per passare quindi dalle tesi Aristotelico-Tolemaiche al sistema Copernicano?  Beh, le prime furono definite “scientificamente” nel II sec. dC. dall’astronomo egiziano Claudio Tolomeo le seconde si affermarono dopo la pubblicazione del “De revolutionibus orbium coelestium” di Nicolò Copernico nel 1543, cioè 14 secoli dopo. Ma fu solo nel 1851 ad opera di Foucault che si dimostrò matematicamente e sperimentalmente che la Terra girasse effettivamente attorno al sole; ben 300 anni dopo, diciamo dalle 9 alle 12 generazioni.

Come si vede i tempi per assimilare nella coscienza e nella cultura collettiva quelle innovazioni tecnologiche e scientifiche che incidono profondamente nel modo di pensare sé stessi e il mondo si accorciano inesorabilmente. Faccio un ultimo esempio che mi è particolarmente caro perché l’ho usato con le mie figlie e lo userò con i miei nipoti.

ieri

Mia nonna nacque nel 1878, quattro o cinque generazioni fa. Ai suoi tempi si andava ancora a cavallo o in carrozza, molto più spesso a piedi, proprio come si muovevano le legioni di Giulio Cesare alla conquista delle Gallie. Il treno a vapore aveva da poco cominciato a macinare i suoi primi chilometri, la luce nelle case era data da lumi a petrolio e i bambini di 10 anni in Italia aiutavano nei lavori nei campi mentre nell’Inghilterra vittoriana venivano cacciati nei cunicoli più stretti delle miniere di carbone. I bisogni corporali si facevano giù in cortile in un gabinetto comune per tutto il caseggiato e l’acqua la si pompava a mano dal pozzo. I migranti con “il vapore” (così si chiamavano le navi) impiegavano più di 60 giorni di navigazione per raggiungere San Paolo in Brasile da Genova e più di tre mesi per arrivare in Australia, e la risposta ad una lettera da loro spedita arrivava non prima di sette mesi.

Nel corso della sua vita, nonna Gina è morta nel 1969, ha visto suo malgrado due guerre mondiali, la bomba atomica e l’uomo dai primi tentativi di volo dopo solo una sessantina di anni andare sulla luna. A 68 anni nel 1946 ha votato per la prima volta e ha votato: Repubblica.

Se considero l’arco temporale della mia generazione (sono del ’50) ricordo il grembiule nero, il colletto bianco inamidato, il fiocco blu al mio primo giorno di scuola; pagine e pagine di quaderno riempite con le lettere dell’alfabeto scritte con la cannuccia e i pennini a torre o a picche per la bella calligrafia intinti nel calamaio sul banco; ricordo quando mettemmo il telefono in casa, a muro perché quello da tavolo era un optional di lusso, era un “duplex” con la nostra vicina di pianerottolo, cioè sei lei telefonava noi non potevamo ne ricevere ne chiamare e viceversa, per le telefonate “interurbane” bisognava prenotarsi tramite un’operatrice della Stipel, il costume da bagno era una mutanda in lanetta con una stringa laterale per poterlo indossare senza prima togliersi le mutande … ecc.

oggi

Oggi comunico in videochiamata contemporanea con un interlocutore in Sud America e l’altro in Australia attraverso il mio smartphone, mi spazientisco se la connessione internet del PC ha qualche frazione di secondo di ritardo o sfasamento, pago passando su un POS il mio smartwatch che oltre all’ora mi indica il livello della pressione arteriosa e mi segnala delle email in arrivo.

Questi sono i tempi in cui è scandita la nostra vita, questi sono i tempi in cui la tecnologia forza il nostro cervello a pensare e ad agire; questa è la grande, violenta e veloce trasformazione a cui siamo sottoposti e costretti ad agire e si tratta quasi sempre in una manciata di secondi.

Ora se pensiamo che le regole, le leggi, lo stile di vita vivano in rapporto diretto con tutto quel mondo che la tecnologia e la comunicazione determinano non possiamo credere che le leggi socio-politiche pensate, elaborate, promulgate e scritte in un tempo che possiamo definire un’altra epoca e che sintetizzo con una immagine: scritte con la penna stilografica e trasmesso con il telegrafo, possano rapportarsi efficacemente con l’oggi o con il domani in cui la AI la farà da padrone.

ripensamenti

La Costituzione che è la legge fondamentale dello Stato, sintesi e progetto della nostra democrazia va ripensata, la Democrazia nella sua forma organizzativa va ripensata. Non so come, ma occorre prendere atto della inadeguatezza fattuale delle sue regole così come sono e non perdere tempo nel progettare forme nuove più adatte e in sintonia coi tempi. Se si dovesse lasciare l’iniziativa alle destre queste, come sarebbe già nelle loro intenzioni, la modificherebbero in senso liberticida e ridurrebbero tutte quelle norme di garanzia e bilanciamento dei poteri.

Opporsi a questa strategia estremamente pericolosa con il suo contrario ossia la difesa ad oltranza con rigidità quasi filologica della Carta Costituzionale, quella promulgata nel 1947, può diventare una posizione conservatrice e di retroguardia. Bisogna cambiare prospettiva e tentare di modificarla conservando i valori etici fondamentali in modo comunque da adeguarla alle trasformazioni epocali che stanno modificando la società.

Dichiarare che “il bello della democrazia è la sua lentezza e i suoi riti” significa inconsapevolmente condannarla a morte certa per inefficienza e inadeguatezza. Lo sforzo intellettuale e politico che viene richiesto è che l’equazione “la forma è sostanza” rimanga valida anche cambiando i termini che costituiscono la “forma”. I meccanismi burocratici-amministrativi individuati e scritti nella Costituzione quando si asciugavano i tratti di penna con la carta assorbente non funzionano più.

Forme nuove devono armonizzare i principi e i valori fondamentali con la realtà della vita quotidiana in cui la velocità decisionale deve misurarsi con la velocità della comunicazione e forse solo una nuova Assemblea Costituente può assolvere a questo compito importante.

Ma qualsiasi tecnicalità istituzionale messa in campo per adeguare la velocità decisionale alla velocità dei cambiamenti in atto non serve a nulla se non si affronta e risolve il problema-cancrena che sta facendo marcire la nostra Democrazia: l’astensionismo.

Senza partecipazione la democrazia è vuota, di più, non esiste. Ci possono essere dei governi più o meno illuminati, più o meno progressisti, ma non hanno nulla a che fare con la democrazia, sono un’altra cosa se non sono legittimati da una partecipazione elettorale significativa e comunque superiore almeno al 50%. E se oggi siamo ridotti alla situazione che al voto si recano meno del 50% la responsabilità totale, la colpa storica è dei partiti, di tutti i partiti che hanno trasformato la democrazia in una oligarchia autoreferenziale.

La partecipazione poi non può essere intesa solamente all’esercizio elettorale, ma soprattutto all’elaborazione delle scelte e delle strategie politiche. La gente per apprezzare la politica deve sentirsi  considerata e partecipe alla progettualità politica e non solamente una mano per porre una scheda nell’urna. Invertire la rotta di questa caduta vertiginosa della credibilità della politica è la sfida epocale del nostro tempo.




Le riforme sospese tra opposti estremismi …

e intanto si smarrisce il senso delle istituzioni

Che cosa sono le istituzioni? La risposta a questa domanda basica stenta ad emergere dalla foschia della tempesta verbale, oggi attraversata dai lampi del premierato e dell’autonomia.

Nell’immaginario collettivo, le istituzioni sono “palazzi”, “sedi”, “poteri”: il Quirinale, Montecitorio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi, Palazzo della Consulta… Palazzi occupati e, in democrazia, occupabili e contendibili. Ma l’essenza delle istituzioni è altra.

Esse sono, innanzitutto, le regole rapprese e solidificate della convivenza civile e le reti di imbrigliamento del Potere politico, che tende per natura sua a franare sulle strade della società civile. Le regole addensano e formalizzano i costumi – l’etica storica – la morale individuale, il diritto, nella sua duplice faccia di moral suasion e physical constriction.

Sono il prodotto di un contratto sociale, che è, a sua volta, la risultante effettuale del conflitto e della cooperazione. Sono espresse nel formalismo del linguaggio giuridico, ma non perciò riducibili a formalismi o a galateo. Esse sono la forma di ogni società. Senza la quale, o la società esplode in mille conflitti o viene compressa da un potere dispotico. Gli esempi non mancano, né quelli del primo caso né quelli del secondo.

Il Nuovo Titolo V: una riforma necessaria e mal decisa

Il primo corollario logico di questo discorso è che le regole-istituzioni si definiscono insieme da parte di tutti i soggetti politici. Sulla politics e sulle policy ci si può scontrare, a lungo e ostinatamente, ma sulle regole occorre accordarsi.

Se non lo si fa, politics e policy vacillano. Naturalmente, sarebbe ingenuo ignorare che è fatale tentazione dei gruppi umani quella di proporre regole favorevoli agli interessi della propria parte.

Si sta seduti al tavolo delle regole, ma si guarda a lato, per prevedere se esse favoriranno i miei interessi o no. Tutti i soggetti seduti al tavolo sviluppano questo fisiologico approccio egoistico.

Si deve però prendere atto che nel sistema politico italiano questa fisiologia è divenuta patologia. C’è una data di inizio: l’8 Marzo 2001 il Senato ha approvato con la Legge Costituzionale n. 3/2001 la riforma del Titolo V della Costituzione – artt. 114-132 -, entrata in vigore, a seguito di referendum confermativo, l’8 novembre 2001.

La ratio della riforma era cogente da tempo: adeguare il dettato costituzionale all’istituzione delle Regioni, avvenuta vent’anni dopo il varo della Costituzione. In forza del nuovo dettato, la Repubblica non si identificava più con lo Stato, era più larga. L’art. 114 pone sullo stesso piano i Comuni, le Province, le Città metropolitane, le Regioni e lo Stato quali entità costitutive della Repubblica.

Alle Regioni è riconosciuta ampia autonomia statutaria, legislativa, organizzativa e finanziaria. È la base dottrinale dell’autonomia differenziata. Il Nuovo Titolo V muoveva dal riconoscimento che nel Paese esisteva una questione meridionale storica, ancorché irrisolta, ma che stava montando, anzi era già esplosa, anche una questione settentrionale, di cui la Lega di Bossi era l’epifenomeno e la rappresentanza politica.

Era la presa d’atto che il sistema delle Regioni, nato in ritardo, rispecchiava, senza essere riuscito a ricomporla, la frattura scomposta del Paese. Le Regioni del Nord erano – sono – in grado di governare meglio dello Stato centrale, quelle del Sud lo facevano – e continuano a farlo – sempre peggio. Devolution, deleghe, autonomia differenziata avevano e hanno un solo senso: una gara pacifica tra loro e con l’Amministrazione centrale tra chi è più capace di amministrare le risorse pubbliche date. Ottimo!

Ma tale imponente riforma è stata approvata dal solo centro-sinistra. Il quale, nel tentativo di sottrarre in extremis, come nel 1994, il federalista Bossi alle spire avvolgenti di Berlusconi, ha perpetrato uno smaccato uso/abuso politico di riforma. Da allora in avanti, prima Berlusconi e poi Renzi hanno provato a varare riforme della forma-governo, sempre per via unilaterale.

Sottoposte a referendum confermativo, ha sempre vinto il NO. Anche perché l’invenzione del referendum confermativo avente per oggetto questioni costituzionali complicate, tradotte in quesiti formulati in linguaggio astruso, non è stata felice. Così la posta in gioco finisce per essere, ogni volta, il consenso non all’oggetto del referendum ma al soggetto che lo ha proposto, cioè al governo di turno.

La politica, terra desolata

Venendo alla presente stagione e al cacofonico suon di lei, anch’essa si annuncia incapace di riforme istituzionali come le precedenti. E per le stesse ragioni. Perché il metodo adottato è quello dell’unilateralità settaria, al punto di intersezione di due arroganze: quella di chi governa, che fino a ieri si oppose strenuamente alla riforma del Titolo V e alla riforma Renzi, in nome della difesa della democrazia; quella dell’opposizione, che contesta, sempre nel nome della suddetta democrazia, le soluzioni, che a suo tempo propose con indomita arroganza.

Gli elettori assistono allibiti e disamorati a tale indecente spettacolo, mentre le curve tifose dei costituzionalisti embedded fanno la ola sui giornali e sulle TV.  Un dramma per il Paese, trasformato dai partiti in un melodramma, in cui si recitano tenzoni all’arma bianca e scorre, invece che sangue, sugo di pomodoro.

Così, chi prova a ragionare nel merito delle questioni, come Stefano Ceccanti, si becca da Travaglio l’insulto di inciuciador. E l’opposizione, con annesse Italia Viva e Calenda, chiama a raccolta oves et boves et universa pecora, allo scopo di far cadere il governo. Per salvare l’Italia. Nientedimeno! In realtà, per tentare disperatamente di accumulare macigni sulla strada del governo.

Nessuna discussione di merito. E così ai partiti di governo viene offerto un ottimo alibi per non discutere, a loro volta, dei buchi neri dei loro raffazzonati e frettolosi progetti di riforma. Ma si può dare loro torto, se le forze di opposizione non sono realmente interessate alle riforme? Giacché, se loro importasse seriamente, forse scoprirebbero che l’autonomia differenziata e, ancor di più, il federalismo regionale – cioè la responsabilità impositiva e di spesa – sono la cura della frammentazione del Paese, non la malattia; e che il premierato è la cura del perenne non-governo. Lo hanno sostenuto per anni.

Viene in mente, per analogia, quel che Salvemini diceva causticamente dei cattolici durante il periodo del Fascismo: Quando sono al potere invocano la verità, quando sono all’opposizione invocano la libertà.

Nessuna meraviglia, a questo punto, che almeno a metà del Paese questi opposti estremismi suonino alieni. Così la politica si presenta sempre di più come una waste Land, una terra desolata. E il dibattito politico? Interpellato, oggi Macbeth direbbe che è un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e furore, significante niente.

 




1974-1976: la parabola di AO

III edizione giugno 2024

c’eravamo tanto amati

Il periodo che mi vide operare dentro il gruppo dirigente di una organizzazione della sinistra rivoluzionaria è il più difficile da raccontare perché, da allora, sono cambiato molto ed è stata la riflessione su quella esperienza a determinare la radicalità del mio cambiamento: non più rivoluzionario, non più comunista, non più fiducioso (come una volta) nella possibilità che le cose si possano cambiare attraverso l’impegno nella lotta politica.

Penso che siano necessari impegni di altro genere sul fronte educativo e della testimonianza e che comunque il pedale su cui spingere non sia quello della lotta di classe.

Perché se è vero che le classi sociali esistono e influenzano il procedere della storia, non è vero che esista una classe destinata a svolgere un ruolo palingenetico (il proletariato industriale) ed è discutibile, alla luce dei mutamenti sopravvenuti nel modo di produrre e di consumare nella parte finale del XX secolo e nei primi decenni del XXI, che in estensione e consapevolezza si possa continuare a parlarne come di una classe sociale.

Mi sono ritrovato ad essere più attento ai cambiamenti che vengono da lontano, che procedono lentamente e che determinano le scelte importanti nella vita nelle persone, come quelli che si determinano nella scuola. Cosa farò da grande? Qual è il mio stile di vita? Cosa penso  dei rapporti tra le persone? Per cosa vale la pena di impegnarsi?

Nel giro di pochi mesi, dall’estate del 76 ai primi mesi del 77 ho vissuto  una trasformazione molecolare molto profonda che non ha riguardato solo la politica e non principalmente la politica. Ho cambiato stile e modo di vita; sono molto più solitario e disincantato di un tempo, ho bisogno del rapporto fisico con la naturalità (dai boschi, ai fiumi, alla autoproduzione agricola; sono sempre una persona appassionata e disposta a giocarsi per le cose per cui vale la pena di vivere. Sono disincanto nei confronti di tutti i miti, ma dico sì agli ideali.

Marciavamo con l’anima in spalla nelle tenebre lassù
ma la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà.
Non sapevo qual era il tuo nome, neanche il mio potevo dir
il tuo nome di battaglia era Pinìn e io ero Sandokan.
Eravam tutti pronti a morire ma della morte noi mai parlavam,
parlavamo del futuro, se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà.
Mi ricordo che poi venne l’alba, e poi qualche cosa di colpo cambiò,
il domani era venuto e la notte era passata,
c’era il sole su nel cielo sorto nella libertà.

Sono i versi della canzone di Armando Trovajoli che fa da tormentone a c’eravamo tanto amati di Ettore Scola (la trovate su Youtube). Il film me lo sono rivisto e mi ha dato la forza per terminare il pezzo della autobiografia più difficile da scrivere (insieme a quello sulla storia di mio padre), quello del c’eravamo tanto amati.

Chi siamo stati:  Gianni, Antonio o Nicola? Il marpione, il proletario dalla fede indistruttibile o l’intellettuale sognatore, o forse tutti e tre insieme? Sentiamo cosa dicono:


– Gianni: Certo che la nostra generazione ha fatto proprio schifo.
– Nicola: Piuttosto che inseguire un’improbabile felicità è meglio preparare qualche piacevole ricordo per il futuro.
– Antonio: Quando si rischia la vita con qualcuno ci rimani sempre attaccato come se il pericolo non fosse passato mai.
– Nicola: Credevamo di cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato a noi.
– Antonio: 306 seggi [della DC], e chi se lo poteva immaginare?
Gianni: Ti devo dire una cosa.
– Antonio: E che me vòi di’, lo so! Abbiamo sottovalutato un sacco di fattori che hanno concorso a mettercelo nel chiccherone: i soldi americani, la paura di Stalin, i preti, le monache, le madonne piangenti, la paura dell’inferno…
Gianni: Io e Luciana ci vogliamo bene. È questo che ti volevo dire.
– Antonio: Ci vogliamo bene… in… che senso?
Gianni: Ci amiamo

le cose positive che abbiamo fatto o che abbiamo contribuito a fare

Il giudizio positivo che dò su quel periodo non riguarda la sola Avanguardia Operaia, ma tutti i movimenti e le organizzazioni che, dal 68 al 75, riuscirono a determinare innovazioni e trasformazioni sul piano del costume, un riassestamento dei rapporti sociali a favore dei meno agiati, mutamenti nella legislazione e nelle istituzioni, cambiamenti nella Chiesa Cattolica e un generale spostamento a sinistra nel paese. Pensate a Pio XII e confrontatelo con Papa Francesco per farvi un’idea di come è cambiato il mondo.

Penso alla fine dell’autoritarismo che governava le piccole e grandi istituzioni (dalla famiglia all’esercito), al contratto dei metalmeccanici del 69 cui seguirono, in rapida successione, quelli delle altre categorie, alla affermazione dei diritti nelle fabbriche e nelle scuole, alle trasformazioni nella magistratura, alla abolizione dei manicomi, alla trasformazione delle carceri, alla democratizzazione nell’esercito e nei corpi di polizia, alla crisi del sindacalismo autonomo a favore di quello confederale, alla forte spinta verso l’unità sindacale, alla tutela della donna.  Tutte queste trasformazioni sono state opera nostra anche se, ovviamente, non solo nostra. E dunque le affermo con l’orgoglio se non del protagonosta, almeno del comprimario.

Tutto è iniziato da un processo generale e generazionale che ha riguardato l’intero mondo occidentale e i paesi dell’est; poi c’è stata una particolarità italiana dentro la quale abbiamo operato noi che, dopo il 68, facemmo la scelta di andare nei gruppi.

I senzaMao e la lotta rivoluzionaria per le riforme

Il libro che Silverio Corvisieri ha scritto sul finire del 1976 quando ha lasciato Avanguardia Operaia da sinistra per poi approdare, come molti di noi, al PCI – io almeno me ne sono andato dalla parte giusta che era quella della difesa delle istituzioni democratiche

Ho provato a rileggere alcuni dei documenti di allora e mi riesce difficile farlo perché rimango sùbito colpito sfavorevolmente dalla astrattezza di certe problematiche, del volersi ad ogni costo ritagliare un ruolo che in realtà non avevamo.

Ho riletto con attenzione I senzaMao del mio direttore al Quotidiano dei Lavoratori, Silverio Corvisieri, soffermandomi in particolare sul suo intervento al IV congresso di Avanguardia Operaia, quello della trasformazione di AO in un partito, anche se allora era vietato chiamarlo così.

Silverio ha il pregio della brillantezza giornalistica anche quando tratta di cose pesanti come le disquisizioni intorno al centralismo democratico, al rapporto tra il partito e le masse, alla definizione di proletariato nel contesto dell’Italia degli anni 70. Ma non mi ci ritrovo per niente sul piano razionale; allora non mi ci ritrovavo senza capire bene il perché; avevo l’impressione che ci fossero delle forzature.

Il titolo, I senzaMao, deriva dal fatto che in quell’anno (il 1976) dopo la botta delle elezioni politiche (a giugno) ci fu la morte di Mao (a settembre) ad accrescere il disorientamento. Il vento dell’est aveva smesso di soffiare e noi, presto, saremmo stati in balia di quei matti della autonomia e dei terroristi conseguenti.

Per converso Silverio mi ha fatto tornare alla mente il tema della lotta rivoluzionaria per le riforme, una definizione di comodo che avevamo inventato per spiegare che eravamo per la rivoluzione socialista ma che, nel contesto dato, non era pensabile ragionare in termini di insurrezione.

Avevamo il doppio problema di smarcarci dagli spontaneisti del tutto e subito e, contemporaneamente, dire che non ci piacevano, perché troppo istituzionali e codiste, le posizioni di quelli del giro del Manifesto-PDUP, i togliattiani di sinistra impegnati nel tentare di spostare a sinistra il partito comunista.

Mi pare emblematico che si tratti di una questione che non interessa più a nessuno, a differenza dell’ottenimento di risultati di trasformazione degli assetti istituzionali. Anche io rimasi affascinato dalla idea di fare la rivoluzione attraverso le riforme leggendo nell’estate del 68 un libro di Andreè Gorz, il socialismo difficile. Gorz era il vicedirettore di Les Temps Modernes, la rivista di Sartre. Ne ho parlato nel capitolo dedicato al 68 e ci ritorno sopra volentieri.

Quella di Gorz era la corrente dei riformisti rivoluzionari. I riformisti rivoluzionari rifiutavano l’esperienza del socialismo reale e vedevano in un movimento di massa in grado di imporre riforme strutturali il nuovo modo di arrivare al socialismo nei paesi dell’Occidente. In Italia, il maggiore esponente di questa linea di pensiero era Bruno Trentin (insieme a Lelio Basso) e si trattava di una delle tante correnti di pensiero di matrice luxembourghiana che giravano per l’Europa.

Quel libro lo discussi passo dopo passo con Oskian e Claudia Sorlini che ne criticavano la insufficienza in nome del leninismo e, alla fine di quelle discussioni, decisi di entrare in AO: vi trovai belle persone, alcune con una storia antica dentro il PCI, altre emergenti come Oskian o Randazzo, tutte decise a rifondare il comunismo passando da Lenin ma senza fare sconti all’URSS.

la crisi nel gruppo dirigente

La seconda fase del mio impegno in AO, a partire dal 73, con una serie progressiva di promozioni e crescenti assunzioni di responsabilità fu caratterizzato da due elementi:

  • bisognava crescere e rafforzarci perché, se i tempi della rivoluzione non dipendevano da noi, dipendeva da noi il fatto di arrivarci avendo risolto il problema della guida del processo rivoluzionario. Far emergere il partito attraverso un processo di scomposizioni e ricomposizioni nel quale AO, pur non essendo l’embrione di tale partito, doveva giocare un ruolo principale
  • stavamo trasformandoci da gruppo semilocale, a Organizzazione Nazionale, a un simil-partito e ciò comportava un rafforzamento dell’impegno, il non farsi troppe domande, stringere i denti e puntare ad allargarci; accettare di essere inviati in giro per l’Italia a gettare il seme, cedere i propri beni materiali alla organizzazione, rinunciare alla professione post laurea nel caso dei quadri del movimento di scienze.

E’ questa la ragione per la quale, comportandomi come uno stronzo, lasciai passare senza muovere un dito un episodio come la radiazione/espulsione di Maurizio Bertasi, Flavio Crippa e Pietro Spotti (rei di lesa maestà per aver osato mettere in discussione le decisioni del segretario politico e della supersegretria che lo contornava). Alla stessa stregua considerai accettabile la non spiegazione circa l’auto-allontanamento dal giornale di Silverio Corvisieri. Il fondatore del giornale se ne andava, non salutava nemmeno la redazione; c’era qualche problema ma non era il caso di parlarne: passo fermo e sguardo in avanti verso il sol dell’avvenire.

Dopo la pubblicazione della prima versione di questa autobiografia ho ricevuto numerose testimonianze relative al Comitato Centrale della espulsione-radiazione cui non partecipai perchè c’era da confezonare il Quotidiano. Non fui presente al Comitato Centrale ma lo fui alla riunione precedente della segretria estesa ai membri del C.C. milanesi. Ho letto il verbale che ne fece Umberto Tartari. I tre che espongono i loro dati; Oskian e Vinci che li contestano e noi tutti zitti.

Molti compagni che presenziarono al successivo Comitato Centrale descrivono un clima pesante, il non trovarsi d’accordo ma avere paura di parlare, per finire con le richieste di autocritica a quei pochi che osarono dire qualcosa.

Non c’era tempo, bisognava fare e così si finiva per non fare domande e nemmeno farsele. Per esempio dalla lettura dei senzaMao vedo che nella decisione di Silverio di lasciare il giornale e tornare a Roma c’erano sia elementi di logoramento personale, sia l’emergere di preoccupazioni politiche per il processo che ci stava facendo avvicinare al PDUP e allontanare da Lotta Continua. Probabilmente il pezzo su Gioia di Vivere e Lotta di Classe fu il suo modo di lanciare un sasso.

Apparentemente tutto filava liscio ma il fuoco covava sotto la cenere e un pomeriggio, in una riunione di segreteria nazionale, Luigi Vinci richiese a freddo le dimissioni del segretario nazionale Aurelio Campi accusandolo di gestione padronale del partito. Non ricordo se fosse la fine del 75 o l’inizio del 76 ma il fatto è di poco successivo all’allontanamento di Silverio dal Quotidiano. Era l’inizio di una storia durata all’incirca un anno in cui i due principali contendenti alternarono bordate, punture di spillo e giravolte strumentali.

Ho vissuto l’attacco ad Oskian come una autentica pugnalata tirata a freddo. In realtà c’era parecchio malessere nei confronti di Oskian per il suo decisionismo che molto spesso si trasformava in autoritarismo e a ciò si sommava il timore che stesse progettando una fusione-confluenza con la componente comunista (non psiuppina) del Pdup.

Mi sono poi reso conto, dalle successive dinamiche in Ufficio Politico, che si trattava di un atto preparato con cura da Luigi Vinci (che controllava l’apparato e l’organizzazione), in accordo con molti segretari regionali. Così Avanguardia Operaia, in un momento in cui sarebbe servito il massimo di iniziativa politica e di unità interna, sia prima, sia dopo le elezioni del 76, fu invece vittima di una crisi al vertice tenuta lungamente segreta, ma che non le fece certamente bene.

In quei mesi mi resi conto frequentando i gruppi dirigenti di AO e del PDUP di quanto pesassero le miserie personali nel determinare le scelte politiche e quello fu il primo disvelamento del fatto che non basta credere nel comunismo e appellarsi ad esso per essere all’altezza del compito.

Con il IV congresso dell’ottobre 74 Avanguardia Operaia fece uno sforzo per guardare lontano, stare dentro i movimenti sociali ma, contemporaneamente, cercare di costruire una analisi della società italiana che facesse i conti con le caratteristiche dei due blocchi sociali che riscuotevano il consenso della gran massa degli italiani: il blocco intorno alla DC e quello intorno al Partito Comunista.

Ma una parte del gruppo dirigente storico guardò a quel tentativo con sospetto, come una forma di liquidazionismo. Se devo fare un paragone un po’ forte, ma che aiuta a capire, nel momento in cui avevamo bisogno di Gramsci AO si rifugiò nelle braccia di Bordiga travestito da Lenin.

Il Comitato Centrale, con oltre 100 compagni, tutti con una storia di militanza importante, tutti dotati di esperienza politica, faticava a capire, anche perchè le divergenze reali non venivano palesate, se ne discuteva nei corridoi, in parte in Ufficio politico, ma mai in maniera esplicita. Vinci e Campi un giorno si davano ragione, ma appena temevano che dietro l’unità ci fosse lo zampino del diavolo, rovesciavano il tavolo.

Fu così, nella incapacità di capire cosa era era successo con il risultato delle elezioni di giugno (straordinario balzo in avanti del PCI, tenuta della DC, misero risultato della sinistra rivoluzionaria) che si produsse lo sgretolamento, dapprima lento e poi clamoroso delle tre organizzazioni principali della sinistra rivoluzionaria; AO, LC e il PDUP seguite subito dopo dal MLS.

Nessuna di esse era riuscita ad essere una alternativa a quei blocchi di consenso politico ed ora crollavano stritolate da un lato dal PCI e dall’altro lato dai movimenti della autonomia e dal terrorismo.

la mia reazione

Disgustato da come si svolse la discussione intrecciata tra il risultato deludente delle elezioni politiche e la prospettiva di unire o meno Avanguardia Operaia e il Pdup, decisi di andarmene e nei primi giorni di luglio 76 preparai anche un poderoso documento politico di dimissioni dalla organizzazione a cui avevo dato tanto.

La manchette che apriva il lungo articolo in tre puntate in cui decisi che era ora di finirla con le chiacchiere da convento di clausura

Da qualche mese avevo iniziato a studiare le parti di teoria politica dei Quaderni dal carcere di Gramsci (in particolare le Note sul Macchiavelli) e mi rendevo conto che c’era un vuoto da colmare tra le intuizioni di Gramsci sulla democrazia, sul socialismo, sulla politica, sul blocco storico, sul ruolo della chiesa cattolica, sulla lotta culturale per la egemonia e il nostro appello al leninismo.

Il leninismo si era inverato in una realtà profondamente diversa da quella italiana e per di più, o forse per quello, aveva avuto una deriva fallimentare in cui il giacobinismo della prima ora si era ben presto trasfornato in autoritarismo e poi in una forma di totalitarismo burocratico in grado di garantire solo la propria sopravvivenza (com qualche milione di vittime).

Nel mese di luglio (mentre ero in ferie dal giornale) mi incontrai con Oskian e Claudia Sorlini per informarli della mia decisione di andarmene da una organizzazione che non aveva il coraggio di discutere a viso aperto. Oskian, che in quel momento non era più segretario politico, ma coordinatore di una segreteria collegiale che aveva il compito di preparare le tesi per il V congresso, mi convinse a rimanere promettendomi che si sarebbe aperta la battaglia politica e non quella personale.

Misi da parte il documento di dimissioni (che è rimasto chissa dove in una agenda e si è perso con lei) e nei primi giorni di agosto pubblicai in tre puntate, sul quotidiano, un lungo articolo dedicato alle prospettive che ci stavano di fronte e a quella che secondo me poteva essere la strada per uscirne. Lo trovate qui “perché ho votato contro al Comitato Centrale“.

Di questioni politiche ce ne sono dentro molte e ciò che mi ha colpito è l’insistenza sulla necessità di una riflessione teorico politica di grande respiro, insieme a problematiche di tipo minore che, con gli occhi di oggi, mi fanno sorridere.

A settembre, al rientro dalle ferie dei dirigenti, mi aspettavo una discussione politica (e come si vede dalla D di dibattito nella manchette, pensavo di farlo sul giornale); invece fui processato in Ufficio Politico per aver infranto il Centralismo Democratico e mi venne messo al fianco, in funzione di controllo, Vittorio Borelli, trasferito da Verona e del tutto digiuno di giornalismo.

In redazione non la prendemmo bene, anche perché, come si vede dalla lettura del testo, si trattava di un contributo politico del tutto legittimo nell’ambito della discussione su come arrivare al V congresso di AO.

Le congiure di palazzo e le manovre di corridoio continuavano da entrambe le parti. Non me la sentii di continuare con l’ottimismo della volontà e ai prmi di ottobre decisi che era meglio andarmene e tornare al lavoro minuto, ma importante, di docente. Rimisi il naso in redazione una volta sola quando ci fu lo scontro a fuoco (di cui ho parlato nel pezzo dedicato agli anni del QdL) in cui morirono Walter Alasia e due funzionari di polizia.

un cambiamento profondo

L’esplosione del terrorismo e la violenza dei movimenti della autonomia mi convinsero della necessità di seguire altre strade e lavorare più in profondità. Non abbandonai la passione politica, ma abbandonai l’idea della politica al primo posto, quella del rivoluzionario di professione che sarebbe meglio chiamare uomo ad una dimensione.

Non fu una decisione immediata, ma progressiva. Ricordo che, nei primi mesi del 77, alla assemblea in cui la destra di AO decise di andarsene e aderire al PDUP partecipai, ma mi sentivo ormai un osservatore esterno e non un protagonista. Non ricordo nulla dell’incontro residenziale che si tenne a Rocca di Papa; alcuni amici che proseguirono in quel percorso mi dicono che feci un intervento importante ma non mi è rimasto nemmeno il ricordo. Mi ritrovavo con tante persone a cui volevo bene ma che stavano per intraprendere un ennesimo tentativo volontaristico.

La parabola di AO si era visibilmente chiusa anche se la maggioranza ottenne risultati tra il 70 e l’80%; altri tentarono di fare DP e in quel periodo mi resi conto della drammaticità della situazione.

Il terrorismo cresceva, faceva le rapine, gli autonomi erano alla ricerca dello scontro per lo scontro, la popolarità delle BR nel brodo di coltura della autonomia operaia cresceva, iniziavano gli omicidi e i miei ex compagni continuavano a fare i distinguo come nello slogan infelice nè con lo stato nè con le BR, come se lo stato democratico, le BR e prima Linea, si potessero mettere sullo stesso piano.

Tutti quei tentativi, per quanto generosi, che avevano caratterizzato la mia vita nella prima metà degli anni 70, per quanto animati da persone appassionate, sul piano della soggettività, finirono nel nulla. Non fu così, come ho detto all’inizio, per le trasformazioni che si determinarono nella società e negli assetti istituzionali. L’Italia era cambiata in meglio e noi avevamo fatto la nostra parte.

In questi anni, molti di quei compagni che hanno fatto parte di quel gruppo dirigente sono venuti a mancare e li voglio ricordare, al di là dei dissensi e della diversità di percorso: Marco Pezzi di Faenza, il primo a morire; Attilio Mangano, Umberto Tartari, Severino Cesari, Franco Calamida, Vittorio Rieser, Massimo Gorla, Pietro Spotti, per restare a quelli che conoscevo direttamente.


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


I commenti dei compagni di allora sono benvenuti e, perché ne rimanga traccia, vi prego di metterli sotto l’articolo e non sulla grande cloaca di Facebook. Già, per effetto delle precedenti edizioni, ce ne sono un certo numero.

Questo è il breve commento con cui ho accompagnato il link su FB

C’eravamo tanto amati … e poi il “giocattolo” si è rotto, il mondo è cambiato e ciascuno di noi ha fatto le sue scelte.
Verso quelle persone con cui ad un certo punto si determinò una rottura conservo un grande senso di simpatia e negli anni tutte le spigolosità sono sparite e voglio bene a tutti loro. Qualcuno con orgoglio dice “volevamo cambiare il mondo, non ci siamo riusciti, ma il mondo non ha cambiato noi”. Detta così non la condivido perchè vivere vuol dire essere disposti a cambiare e ad accettare il cambiamento. La nostra vita, la vita di tutti è bella perché è caratterizzata dal mutamento.



Perché la sinistra ha perso gli operai

Gli Istituti di ricerca che analizzano i flussi elettorali documentano, in modo convergente, il passaggio a destra degli operai. In Italia, in Francia, in Germania, in Spagna operai hanno votato in misura crescente i partiti di estrema destra.

Il fenomeno non è nuovo. Ma oggi è una frana. Dario Di Vico in un articolo del Corriere della Sera, intitolato “Il robot non si iscrive al sindacato e il voto dei perdenti finisce a destra”, riporta uno studio dell’Università Bocconi sugli effetti che gli shock dell’automazione e della globalizzazione hanno sui tassi di sindacalizzazione.

Più alti, al 30% di sindacalizzazione, stanno i dipendenti dell’Istruzione, poi viene la Pubblica amministrazione, più sotto Trasporto, magazzinaggio, comunicazioni. Al quarto posto gli addetti alla Manifattura attorno al 15%. Il venir meno dell’intermediazione sindacale sembra preparare le condizioni per il passaggio all’intermediazione politica di destra estrema.

Quale spiegazione?

Ciò che è accaduto accade a livello economico-sociale è noto: la formidabile trasformazione tecnologica della produzione ha frammentato e sempre più sostituito il lavoro umano, la globalizzazione ha bucato i confini tra Stati, culture, identità storiche, istituzioni, generando inestricabili interdipendenze sociali e culturali.

I cambiamenti hanno cause oltreconfine, le istituzioni per governarli restano al di qua del confine. L’economia è globale, gli Stati e la politica restano nazionali, le vite reali delle persone sono “locali”. Donde lo scarto e l’ingovernabilità mondiale, di cui il disordine geopolitico mondiale è effetto e causa.

Fin qui i fatti.

L’Io minimo di Lasch

A questo punto, i singoli individui – giovani, operai, pensionati… – sono costretti a rifugiarsi nell’ “Io minimo”. Il sociologo americano lo ha descritto nel 1984 in “The Minimal Self: Psychic Survival in Troubled Times” (tradotto “L’Io minimo e la sopravvivenza psichica in tempi difficili”): “Con l’accentuarsi della percezione dello sradicamento l’Io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità. Diventa un’individualità che non è né “sovrana” né “narcisistica”, bensì “assediata”. Donde “la deificazione della mera sopravvivenza”, citando dal filosofo americano William James. Di fronte alle potenze della Storia, a ciascuno resta solo la strada del bricolage quotidiano individuale.

Quarant’anni dopo, questa analisi profetica aiuta a comprendere la nostra condizione esistenziale qui in Occidente e anche a capire i flussi elettorali.

La nuova sinistra della distribuzione, dei diritti, del “Green”

Nella risposta a questa condizione sono mutate la “sinistra” e la “destra”. La sinistra fino agli anni ’80 proponeva agli operai di fabbrica il mito della “funzione nazionale della classe operaia”.

Era la traslazione della “dittatura del proletariato” in un contesto liberal-democratico. Dentro stava un nocciolo razionale: la produzione – e la sua componente decisiva il lavoro – è il motore della civilizzazione umana e della Storia.

Perciò gli operai, comunque differenziati per funzioni tecniche nella produzione e comunque “sfruttati”, avevano una missione storica e universale. Il sindacato difendeva gli interessi immediati, il partito forniva loro l’orizzonte di senso: gli operai diventavano “una classe”, il cui compito era sviluppare la civiltà e redimersi dall’alienazione nel presente, fino a diventare “padroni” del processo produttivo. L’operaio realizzava la sua umanità nel lavoro.

Solo che i cambiamenti tecnologici, la deindustrializzazione e il suicidio industriale del nostro Paese hanno mandato in frantumi la base sociale di quel mito. La produzione esiste sempre, ma i suoi agenti si sono tecnicamente e socialmente differenziati. E la sinistra ne ha tratto una conclusione più larga delle premesse: ha abbandonato l’idea seminale di Marx del ruolo della produzione e del lavoro nella storia umana.

È paradossale, o forse no, che questa idea sia stata invece rilanciata nell’Enciclica “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II del 14 settembre 1981, a sostegno di Solidarnosc: il lavoro come continuazione dell’atto creativo di Dio. Al posto della “produzione” la sinistra ha messo “la distribuzione”, via-Welfare e via-servizi. Le statistiche sugli addetti sindacalizzati lo rivelano.

E al posto dell’internazionalismo del Movimento operaio ha teorizzato quello dei diritti e quello “Green”. Esaurita la riserva escatologica dei “domani che cantano”, si è buttata con rinnovato accanimento ideologico su questo nuovo mood, tra LGBTQ+ e Green, senza fare i conti con il presente socio-economico in faticosa e pericolosa transizione. Benedetto Croce li chiamerebbe “energumeni del nuovo”.

Il populismo dell’Io arrabbiato e la nuova destra

Se la Sinistra ha preso le parti dell’Io narciso, dell’Io sovrano, la Destra quelle dell’Io assediato e arrabbiato. Non più la destra conservatrice del “padrone delle ferriere” – in Italia comunque debole – bensì quella del territorio, dell’identità, dell’Io assediato, dell’Io in cerca di un rifugio nella comunità locale e nazionale.

Queste metamorfosi socio-politiche hanno generato un movimento populista reale – il M5S – che si autointerpreta come non di destra e come non di sinistra. La sua ideologia tenta di tenere abbracciati  l’Io narcisista, l’Io sovrano e l’Io arrabbiato.

Ne risulta, sul piano del sistema politico, un bipolarismo degli estremi, che peraltro, come fa notare Nando Pagnoncelli, si divide solo il 25% degli elettori a testa. Il 50% degli “Io minimo” se ne sta alla larga. Si tratta di un bipolarismo del reciproco assedio e della reciproca delegittimazione.

Questo bipolarismo intensamente ideologico, in complicità con il populismo residuo, fragilizza le basi culturali della democrazia, perché distorce il dibattito pubblico, piegandolo costantemente alle esigenze della propaganda sempre antagonista. Lo si vede sui temi del premierato, dell’autonomia differenziata e su ogni altro possibile.

Pericle e i partiti

Scriveva C. Lasch: “Non saranno né Narciso né Prometeo a guidarci fuori dalla condizione in cui ci troviamo”. Vero! Occorrerebbe un Pericle paziente, capace di ritessere le forme organizzate della conversazione pubblica e della decisione democratica.

Queste forme portano il nome di “partito”. Benché culturalmente svuotati, assai spesso ridotti a sette adoratrici del leader eventualmente carismatico, i partiti non hanno perduto la presa ferrea sulle istituzioni. Esattamente in continuità con la tanto deprecata Prima repubblica e con la Seconda. Ricostruirli come ambiti socio-culturali, in cui i cittadini si associano liberamente “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” è la più urgente delle riforme istituzionali, condizione di ogni altra, istituzionale e non.