dico la mia su AO – di Leo Ceglia

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Sono tra i 100 intervistati per il libro sulla storia di AO e stimolato dalla lettura del libro, dalle interviste, dagli interventi che via via si sono aggiunti dico la mia. Mi soffermerò su due aspetti: quello interno (io c’ero) – e quello delle cose che non abbiamo capito. Infine, due parole sull’oggi, cosa resta per me.

Molti si sono soffermati su alcune caratteristiche specifiche della militanza in AO. Si è detto che essa richiedeva ad ognuno di noi serietà, impegno nello studio, il primato del lavoro per l’organizzazione, ecc. Insomma, una situazione dove non ci venivano richieste la giacca e la cravatta ma quasi. In quel gran casino che era il movimento, i professorini. Ecco, io non mi riconosco in tale descrizione. Sono stato in AO fin dall’inizio, da studente del Molinari fino al 1970, infine, da operaio alla Fargas di Novate Milanese, fino al 1978.

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Fratelli nella Repubblica – di Giovanni Cominelli

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Era stato facile prevedere che la formazione del governo “senza aggettivi”, guidato da Mario Draghi, avrebbe scombinato i tranquilli giochi interni di ciascun partito e le relazioni tra di loro. Essendo ormai abituati a recarsi là dove i sondaggi li chiamano, hanno scoperto che i famosi “Italiani”, a nome dei quali ciascun partito straparla nei TG, li stavano portando al seguito di Draghi. E perciò si sono messi faticosamente in movimento con salmerie e cariaggi. Non senza resistenze e pigrizie, tutte naturalmente a difesa delle “nostre idee” e della “nostra identità”, confuse e contraddittorie essendo le prime e labile la seconda.

In realtà un’aggettivazione Draghi l’ha proposta: governo “repubblicano”. E tutt’altro che tautologica. “Repubblicano” indica una base peculiare di etica pubblica: Libertè, égalité, fraternité. L’uso dell’aggettivo “repubblicano” traccia un binario di identità e di cultura politica, dentro il quale i partiti sono invitati a cambiare e camminare. Intanto, nelle loro relazioni reciproche. Se i partiti accettano la “liberté” e l’ ”égalité”, però tendono a negare all’altro l’acquisizione di questi valori. Il fatto è che non praticano il terzo, che è la base di ogni comunità: la “fraternité”. 

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Il caso Tulaev – di Victor Serge (recensione)

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Victor Serge (Viktor L'vovič Kibal'čič Bruxelles 1890 – Città del Messico 1947) è un rivoluzionario e scrittore nato in Belgio da profughi russi antizaristi che ha avuto una esistenza all'insegna dell'impegno politico rivoluzionario in Francia, in Spagna, in URSS, poi in giro per l'Europa per conto della III internazionale, poi di nuovo in URSS dove è stato arrestato e confinato perché si era schierato con la opposizione di sinistra, dopo essere stato liberato ed espulso per effetto delle pressioni internazionali è tornato in Francia e poi in Messico dove è morto di infarto, in povertà, su un taxi (ma gli ambienti anarchici sostengono che sia stato assassinato da Vittorio Vidali per conto di Stalin).

Da un certo momento in poi della sua vita si è dedicato ai libri: romanzi contro il totalitarismo e scritti di riflessione sulla esperienza rivoluzionaria in Russia di cui fu un protagonista. Questa vita personale ricca e complessa è descritta nella sua autobiografia Memorie di un rivoluzionario un libro affascinante per la descrizione delle pieghe e della complessità dell'animo umano attraverso la storia di una vita.

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ricordando Emilio (Genovesi) – di Piervito Antoniazzi

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Te ne sei  andato il 28 gennaio, non ce l’hai fatta a resistere a un infarto che ti ha sorpreso il 21 dello stesso mese. Avevi sessantotto anni, uno più di me.

Siamo cresciuti politicamente insieme io e te. Eravamo i primi due liceali classici di Avanguardia Operaia nel 1970 (AO era più forte negli istituti tecnici…). Tutti e due avevamo perso la mamma ancora adolescenti.

Un giorno qualcuno dovrebbe  scrivere sulle comunità di vita che erano i gruppi politici, a volte sostituti della famiglia, tanto contestata. Avevamo in comune anche il padre democristiano (il mio candidato n.4 alla Camera alle politiche del 48, il tuo membro di minoranza nel consiglio del Piccolo Teatro) e il tifo per la Juve (ma tutte e due non erano cose da sfoggiare nella Milano di allora).

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I nodi, il pettine nella testa di un rasta – di Giovanni Cominelli

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Il governo-Draghi non è un governo tecnico, non è un governo partitico, è un governo presidenziale-istituzionale, cioè un governo totus politicus, anche se i ministri fossero tutti dei “tecnici”.

Il suo avvento sulla scena è destinato, pertanto, a produrre effetti politico-partitici in profondità sui partiti e sulle loro  eventuali alleanze.

Il primo effetto è la “discesa in campo” di Conte dal tavolino di Piazza Colonna, nel Dies Domini del 4 febbraio 2021. L’annuncio è solenne: Giuseppe Conte si è posto a capo della coalizione ex-governativa composta da M5S, PD, LEU e sconfitta da se stessa nel giro di un anno. E’ arrivato al tavolino dell’autoinvestitura, portando già la corona sulla testa, gentilmente offertagli da PD e LEU e, obtorto collo, dal M5S.

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