1974-1976: gli anni del Quotidiano – la grande avventura

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Avanguardia Operaia voleva decollare a livello nazionale e per raggiungere l'obiettivo serviva un quotidiano. Non conosco gli aspetti organizzativi e di pianificazione e mi auguro che qualcuno li espliciti (i finanziamenti, la struttura, la selezione dei redattori, l'acquisto della grafica Effeti, la organizzazione della distribuzione, la amministrazione).

Oskian mi chiamò e mi disse che avevano pensato a me come caposervizio interni. Così, dopo alterne vicende, qualche permesso e qualche malattia, mi licenziai dallo stato nell'anno in cui stavo per passare di ruolo. Bruna non era proprio entusiasta, ma almeno avevamo la sicurezza del suo posto di assistente sociale in Ospedale. Era una avventura, lo sapevamo; ma in quegli anni siamo vissuti tutti di scelte di vita e di avventure.

Nel mio caso avevo già fatto la scelta di non rimanere in Univesità perché sarei stato più utile altrove. Durante il servizio militare, il mio posto di tecnico universitario di II categoria, avventizio, in prova, sino ad esaurimento dei fondi, era stato trasformato, ope legis, in un posto di ruolo e, poiché mi ero laureato sarebbe diventato di I categoria e dunque avrei potuto iniziare la carriera universitaria dal di dentro. Le cattedre erano due operanti in un unico gruppo di ricerca: quella del professor Occhialini (fisica dello spazio) e quella della moglie Connie Dilworth (radioattività), la stessa dove operava Gianni degli Antoni che si apprestava a far decollare l'Informatica e che era partito dalla elettronica, strumento indispensabile per la costruzione dei rivelatori che venovano messi nei palloni sonda e poi nei satelliti.

Il professor Occhialini mi chiamò e mi chiese cosa volevo fare. Risposi così: la fisica mi piace, ma la politica mi piace di più ed intendo essere onesto con lei; credo che finirei per trascurare la fisica. Diedi le dimissioni e ci lasciammo da buoni amici. Con tutto lo studio che ci misi dopo, vi renderete conto che mi è rimasto un po' di rammarico per quella scelta. Basta guardare il mio corso di fisica che sta a questo stesso indirizzo: lì dentro ci sono io, la parte più vera e più profonda di me, quella che cerca la verità.

Ma mi piace cambiare, sono un inquieto, ogni 5-10 anni devo fare altro, e fu così che andai al Quotidiano. E' stata una esperienza bellissima e molto logorantr sul piano esistenziale. Infatti, alla fine di essa, ho deciso che era più gratificante parlare a 20 studenti guardandoli in faccia invece di scrivere editoriali per ventimila compagni da cui ero lontano e che finivano per essere una specie di realtà virtuale.

Il 25 novembre 1974, un lunedì, iniziò l'avventura; il primo numero è andato in edicola il 26. Per essere precisi ci avevamo lavorato per tutta la settimana precedente producendo due o tre numeri zero di cui l'ultimo arrivò sino alla tipografia. Avevamo uno dei primissimi impianti di fotocomposizione (nastro perforato, un computer che li leggeva e produceva le strisciate stampate su carta lucida sia degli articoli sia dei titoli, assemblaggio delle pagine, pellicole, lastre di alluminio e stampa).

Il Direttore era Silverio Corvisieri, un ponzese trapiantato a Roma, l'unico giornalista professionista che, dopo aver lavorato all'Unità, aveva poi diretto (insieme a Lucio Colletti) uno dei giornali rivoluzionari del 68, la Sinistra, diventato famoso per un numero in cui si insegnava a costruire la bottiglia molotov. Silverio che in AO era sempre con un piede dentro e uno fuori, venne convinto a venire a Milano; si trovò casa per lui e la famiglia e fu lui ad insegnarci i primi rudimenti.

L'idea che avevamo in testa tutti era quella di tentare di fare un giornale completo e non un secondo giornale tutto politico; formato tabloid grande, 8 pagine, due delle quali (cultura, spettacolo e inchieste) erano prefabbricate e coordinate da Severino Cesari, Silvano Piccardi e Umberto Tartari. Severino, di gran lunga il più colto tra noi, fu quelllo che se ne occupò con maggiore continuità. Veniva da Perugia ed aveva sempre un'aria malaticcia, un po' di tosse e un bel sorriso. Quando nel 1981 andai a fare gli esami di maturità a Roma fui ospite per quasi un mese nella sua casa di Roma condivisa con Gigi Sullo (entrambi lavoravano al Manifesto).

La produzione dei pezzi che davano vita alle pagine culturali veniva compiuta da una rete di collaboratori nazionali e l'assemblaggio aveva luogo nella stanza 1. Secondo me quel lavoro era eccessivamente elitario, da sinistra culturale e, quando la direzione operativa passò nelle mie mani, il giornale incominciò a parlare di televisione, anche in prima pagina, grazie alla collaborazione di un compagno che, di mestiere, produceva i Caroselli.

Per il resto la struttura era quella tradizionale di un quotidiano; redazione organizzata in servizi con tre redattori per ogni area: interni, economia e sindacato, cronaca ed esteri oltre ad un giornalista un po' underground rispetto al nostro essere prima militanti rivoluzionari e poi giornalisti: Leonardo Coen.

Leo lavorava fuori dalla struttura fissa del giornale e un po' lo invidiavamo perché poteva fare l'inviato. Non facendo parte di AO si poteva permettere di fare il pierino di turno prescindendo dalle regole ferre della organizzazione. Così potè occuparsi di sport e di costume, oltre che insistere perché il giornale non si piegasse troppo alle esigenze della politica. La sua presenza era stata uno dei paletti posti da Silverio nei confronti della segreteria, nell'ambito della sua autonomia di direttore. Lo stesso poteva dirsi per il figlio di Gianni Brera, Carlo, un po' anarchico, che scriveva dei corsivi dissacranti firmandosi Sartana. Leo ci lasciò quando Scalfari fondò la Repubblica e ci è rimasto, come inviato speciale, per tutta la vita professionale sino alla pensione.

Il desiderio di avere un quotidiano era cresciuto più veloce delle gambe e così, per almeno un anno, abbiamo fatto un quotidiano senza avere le telescriventi; c'era una specie di fax con cui si ricevevano i pezzi dalle redazioni esterne, ma le agenzie le andavano a prendere i nostri baldi fattorini Nicola (Nicolosi) e Gigi (Gerosa) che, per tutta la mattina e nel primo pomeriggio, in tram o in motorino, facevano la spola tra via Bonghi (a metà di corso san Gottardo) e il palazzo della stampa in piazza Cavour a prendere le copie dell'Ansa.

Poi, per fortuna, il papà di Franco Calamida, Leonida, che era stato compagno di lotta antifascista di Adriano Olivetti, riuscì a procurare gratis le telescriventi e ci sembrò di rinascere. Sicuramente rinacque Nicola che incominciò a fare una vita più normale, mentre Gigi collaborò con i grafici per poi passare in redazione.

A proposito di Olivetti, quella nella foto era la nostra compagna inseparabile, insieme ai fogli di carta con riquadro bordeaux  da 65 battute per 30 righe. Era la cartella standard del QdL che faceva da unità di misura per ogni operazione. La mia Olivetti, a differenza di altri redattori che se la sono presa in conto stipendi non pagati, l'ho lasciata in redazione quando me ne sono andato intorno a novembre del 76.

i personaggi della redazione

Stanza 1: Umberto Tartari (caporedattore) c'era all'inizio ma poi, penso per ragioni di carriera universitaria, è tornato a fare il fisico dei plasmi. Così, per un breve periodo, ho dovuto fare sia il caposervizio interni sia il caporedattore: quello che rivede gli articoli, dà i consigli e prende le decisioni se c'è da cambiare il menabò. Umberto aveva svolto un ruolo chiave, sin dall'inizio, nelle pubblicazioni di AO, nella rivista teorica e nel settimanale. Non ho mai capito come mai non fosse stato coinvolto più a fondo; probabilmente aveva deciso di tenere il piede in Università e occuparsi di fisica.

Come ho già detto, in questo locale abbastanza grande si facevano le pagine prefabbricate e lo si usava anche per ricevere le persone di passaggio data la sua vicinanza all'ingresso. Ad un certo punto ci si spostò Mario Gamba per seguire la terza pagina mentre il suo posto agli esteri fu preso da Gigi Gerosa.

Stanza 2: ci stava Silverio e, dopo la sua autodimissione improvvisa, che non ci è stata mai spiegata, mi ci sono trasferito io. Facevo il vicedirettore insieme a Massimo Gorla, mentre, formalmente il direttore era il segretario politico Aurelio Campi. Massimo arrivava tardi la mattina a giornale già impostato, aveva tante cose da fare, spesso non c'era per via dei contatti con l'estero, e dunque non riusciva a stare dentro la finestra temporale degli impegni connessi alla fabbricazione di un quotidiano, anche perché, a pranzo, ci dava dentro e quindi la digestione risultava lunga. La definizione, che gli hanno appioppato dopo la morte, di gentiluomo comunista gli calza a pennello.

Sembra incredibile ma le dimissioni di Corvisieri nel dicembre del 75 non ci furono spiegate e lui non le motivò con la redazione. Nel suo libro del novembre 76, I senzaMao, ne parla diffusamente e si capisce che dietro c'erano una frattura caratteriale e politica con il gruppo dirigente milanese di AO. La sua lettura è che i contrasti fossero profondi e che lui sbagliò, in più di una occasione, a non esplicitarli. Fatto sta che, da un giorno all'altro, mi ritrovai a dirigere il quotidiano.

C'erano una scrivania, il telefono, una poltrona e delle sedie su cui si appoggiavano a turno i sederi di tutti i redattori, per un consiglio o per scambiare una opinione. Ci entrava continuamente la segretaria di redazione (Carla) per gli appuntamenti, mentre le redazioni locali (Roma, Venezia, Torino e Napoli) si facevano vive telefonicamente.

E' stato allora che ho iniziato ad odiare il telefono e non mi sono più riconciliato come ben sa chi mi chiama e, spesso, se sto facendo altro, mi trova un po' sgarbato. Di certo mi piaccioni di più le mail di WhattsApp, le leggi con calma quando decidi tu e non quando ti parte il beep. Tra le 14 e le 15:30 mi ero ritagliato il tempo per scrivere i pezzi (per gli interni o gli editoriali) e regolarmente, in piena concentrazione mentale, squillava il telefono; finivi la telefonata, davi le disposizioni conseguenti, ti riconcentravi e lui suonava un'altra volta.

Quando a fine 1976 diedi l'esame orale di giornalismo una delle domande che mi  fecero riguardava le fonti e il controllo delle fonti e io risposi che il nostro era un giornale un po' diverso dalla stampa borghese, le nostre fonti erano i movimenti e i compagni che ci stavano dentro non solo come giornalisti. Questo ricordo mi dà l'occasione per parlare delle redazioni locali. A Napoli c'erano Guido Piccoli a coordinare il lavoro di AO e alcuni compagni che muovevano i primi passi. Per un certo periodo Guido, uno dei due fratelli Ruotolo, collaborò con noi. A Roma c'era una vera e propria redazione con  sede  presso la casa di produzione di Renzo Rossellini. C'erano due Paola, Livia e altri di cui non ricordo il nome. A Torino Gianni Boscolo mentre, nel resto d'Italia, non avevamo persone a tempo pieno ed erano i singoli compagni a farsi vivi con  la redazione per raccontare quel che succedeva di importante (in particolare a Verona e Venezia dove avevamo una presenza importante).

Stanza 3: Carla si occupava della organizzazione, degli apparati tecnici, dei rapporti con le redazioni e con la tipografia e, con l'aiuto di altre compagne, della sbobinatura dei pezzi dettati per telefono. Il suo era un ruolo fondamentale per fare materialmente il quotidiano. Se non ricordo male, a partire da una certa data, si aggiunse Michela che poi si sarebbe sposata con Cippone (Luigi Cipriani) e che ora ne cura la Fondazione.

Stanza 4: la stanza del centralino e della reception.

Stanza 5: adiacente alla parete del centralino c'era l'archivio fotografico mentre la camera oscura e le attrezzature stavano al piano di sotto di fianco alla amministrazione. I nostri due fotografi Nereo ed Emilio erano bravissimi e li ricordo con affetto, in particolare Nereo Pederzolli, gioviale e sorridente che ha poi fatto il giornalista televisivo per la Rai regionale trentina.

Una buona parte del locale era occupato dai tavoloni su cui i grafici (Saverio e Tille) preparavano i menabò in scala 1:1 dopo la riunione di redazione e passavano poi ad assegnare, in righe, le dimensioni dei pezzi e le colonne dei titoli. Era la sala grande, con su una parete anche un cenno di biblioteca e lì, la mattina verso le 10:30, facevamo la riunione a cui partecivano obbligatoriamente i capiservizio, ma che era aperta a tutti i redattori. Si faceva una rapida valutazione del giornale fatto il giorno prima e poi si ragionava sul da farsi. Avevamo già letto i quotidiani e dato una occhiata alle agenzie della notte. In riunione il direttore avanzava delle proposte per la prima pagina con particolare attenzione ad apertura, spalla ed editoriale e, in questa fase si ascoltavano i pareri e le proposte dei capiservizio con scelte eventuali di cambiamento.

A questo punto la palla passava ai grafici e poi si dava una presentazione di massima di tutte le pagine di ogni settore. Alla fine Tille e Saverio ricevevano dei foglietti riepilogativi e passavano alla preparazione dei menabò mentre nelle stanze di redazione si iniziava a lavorare.

Stanza 6: qui operava la parte un po' frikkettona della redazione grazie alla presenza di due compagne poco propense all'inquadramento: Ida Farè e Giovanna Paietta.

  • Ida ci educava al punto di vista delle donne, non capivi mai dove volesse andare, ma alla fine ti rendevi conto che aveva ragione. Oltre a metterci la testa e il cuore, ci ha messo anche tanto del suo, privandosi di numerosi appartamenti di proprietà per fare il giornale. Leggetevi il ricordo che ne fece Lorenzo Baldi nell'estate del 2018 in occasione della sua morte in per Ida.
  • Giovanna era il nostro agente nella nuova frontiera del proletariato giovanile e di tutto ciò che non rientrava propriamente nel punto di vista di una organizzazione leninista in termini di costume (sesso, omosessualità, droga, proletariato giovanile).

Nel tempo ci hanno lavorato, in periodi diversi, anche Roy De Gioia, Piervito Antoniazzi (che poi si spostò alla redazione della radio Canale 96), Lorenzo Baldi e Mario Pucci. Gli ultimi due, dopo le elezioni del 75, seguivano l'attività della nuova giunta di sinistra a Milano e il lavoro del nostro gruppo consiliare con Emilio Molinari. Fu uno di loro ad innescare, involontariamente, l'incidente diplomatico e sindacale che determinò una visita del servizio d'ordine per difendere l'onore offeso dei nostri dirigenti proletari e poi la dimissione della quasi totalità della redazione in risposta ad una richiesta di licenziamento.

Stanza 7: all'economia e sindacato c'erano Grazia Longoni, che aveva già lavorato al settimanale, Liliana Belletti e Carlo Parietti, un torinese neoacquisto con la passione per l'economia. Qui si lavorava su due tavoli, il rapporto quotidiano con la commissione fabbriche ed il movimento dei CUB (ed era inevitabile che ci fossero la supervisione di Cippone e i contributi di Franco Calamida) e il tentativo di introdurre le problematiche della economia dentro il quadro della lotta di classe. Tutti e tre hanno poi continuato a fare i giornalisti in ambiti non strettamente poilitici e Carlo, dopo una parentesi al PDUP, è passato all'ufficio stampa della CGIL oltre che alla direzione del sindacato europeo dei quadri.

Stanza 8: il mio lavoro al quotidiano è incominciato qui insieme ad Ettore Mazzotti (che proveniva dal settimanale, aveva operato alla controinchiesta che portò al pamphlet La Strage di Stato e ora dirige diverse iniziative editoriali nel gruppo di Milano Finanza), la new entry Pierluigi Sullo (poi passato al Manifesto e confluito sulle tematiche dei movimenti e dell'ambiente) e Franco Vernice pensionato dopo una vita a Repubblica e recentemente scomparso. Muoveva i primi passi giornalistici, con interessi per la giudiziaria, Frank Cimini che però in quel periodo lavorarava ancora nelle ferrovie.

Agli interni, per ragioni di sensibilità io e Gigi seguivamo la politica in senso stretto, mentre Ettore e Franco erano gli uomini della giudiziaria e, come è noto, per il tribunale di Milano, dalla strage di piazza Fontana in poi, di roba ne è passata tanta. Il gruppo dei cronisti giudiziari era una realtà ben organizzata; ci si divideva il lavoro e poi si condividevano le informazioni. Inutile negare che avessi una preferenza per Gigi di cui mi piacevano la intelligenza e la cultura e a cui, nel momento in cui decisi di iscrivermi al PCI, sentii il bisogno di scrivere una lettera per spiegare le mie ragioni (lui era ormai a Roma al Manifesto).

Stanza 9: gli esteri, con Mario Gamba, alto, rosso, appassionato di musica, il più freak della redazione, Astrit Dakli scomparso da qualche anno dopo aver lungamente lavorato al Manifesto e Gigi Gerosa come new entry. Per la parte legata alla informazione diretta dai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo il riferimento era, ovviamente, Massimo Gorla che per informarsi non usava le agenzie.

Stanza 10: la segreteria nazionale si era riservata una stanza distinta dalla sede di via Vetere e, in questa stanza facevamo anche piccole riunioni di vario genere quando c'era bisogno di ragionare con calma.

La giornata

La mattinata si concludeva impostando i pezzi; in ogni stanza si svolgevano delle mini riunioni, mentre alcuni privilegiati (della cronaca, degli interni e del sindacale) potevano andare in giro a fare i cronisti (li ho sempre invidiati).

Si staccava dall'una alle due e mezza: panino nella latteria di sotto, oppure pranzo al ristorante con cui ci eravamo convenzionati. Lui era abruzzese  e facevano la pasta alla chitarra. Ricordo un dolce, la goccia d'oro, che la proprietaria del ristorante, che era veneta, chiamava coglioncini degli angeli perché sull'esterno di un mezzo cilindro con meringa e creme varie erano depositati tanti piccoli bigné. Latteria o ristorante era d'obbligo la partita a carte: scopone, tressette o briscola a chiamata e poi si tornava su a scrivere sino alle 17:30. Quando sono venuto via dal Quotidiano, ero ingrassato di quasi 10 chili: vita sregolata e sedentarietà.

Non c'era teletrasmissione e quindi i pezzi andavano in tipografia (a ponte Sesto di Rozzano) con i fattorini e alle 17:30, a turno ci andava anche un redattore che rimaneva sino alla partenza della rotativa.

Gli articoli della prima pagina venivano rivisti da me mentre i capiservizio curavano quelli delle pagine interne. Alle 18:30 il giornale era definitivamente chiuso per consentire ai corrieri (compagni alla guida di Fiat Ducato e Ford  Transit) di andare a Roma, Torino, Venezia e Napoli, tutte le notti, con ogni tempo. Questo della chiusura anticipata è sempre stato un limite nella capacità del Quotidiano di essere un quotidiano vero. Era normale, rispetto alla stampa nazionale, toppare le aperture e tornare sopra a certi avvenimenti con un giorno di ritardo. Sarebbe servita la teletrasmissione e una doppia tipografia, come fece il Manifesto.

Momenti speciali

  • Ricordo la campagna contro Rumor e quella contro Leone. Importante fu la discussione, innescata da Silverio nell'ottobre 75, sul personale che è politico. Titolo Gioia di vivere e lotta di classe.  Da buon brianzolo faticavo a cogliere quelle spinte in avanti, invece Silverio vedeva lontano.
  • Il 17 aprile del 75 Ettore e Franco rientrarono in redazione sconvolti con in mano i documenti di Giannino Zibecchi la cui testa era stata appena schiacciata da un blindato dei carabinieri nel corso degli incidenti legati al tentativo di assalto alla sede fascista di via Mancini; erano emozionati e spaventati
  • Nel 75 a Milano ci furono manifestazioni poderose e ci furono le occupazioni delle case promosse dall'Unione Inquilini. Ci presentammo per il Comune di Milano e il risultato fu lusinghiero. Alla manifestazione del 25 aprile mia moglie Bruna correva con la bandiera e intanto dentro di lei cresceva Daniela che sarebbe nata a fine dicembre
  • A maggio ci fu il festival del proletariato giovanile a Parco Lambro con Giovanna Pajetta inviata e partecipante; la situazione si ripetè l'anno succesivo mentre esplodeva il movimento delle donne e noi avevamo la fortuna di avere Ida Farè in redazione che ci spiazzava con le sue considerazioni fuori dagli schemi
  • Per la redazione i mesi di luglio e di agosto del 75 e del 76 furono momenti di grande crescita nella solidarietà reciproca. Si facevano le ferie scaglionate e chi restava in servizio nel mese di agosto faceva vita comune, anche la sera, andando per trani; ricordo le serate alla bocciofila Martesana lungo il viale Monza; tiravamo tardi perché ci piaceva stare insieme.
  • Tra il 75 e il 76 ci siamo messi a fare i bambini: io e Bruna, Ettore e Tille, Grazia e Giorgio, Vanghelis e Claudia. Ida, sempre all'Avanguardia, aveva iniziato prima.

Verso la fine

Nel corso del 1976 ci furono delle rotture all'interno del gruppo dirigente, e ne tratterò le capitolo dedicato alla parabola di AO. Quelle rotture ebbero un riflesso all'interno della redazione, considerata di destra e fatta oggetto di richieste di licenziamento, messa sotto tutela e persino di due visite da parte del servizio d'ordine.

Eravamo tutti molto stressati e cercavamo di capire perché con tutto quel po' po' di movimenti, alla fine le masse, alle elezioni del 76, votarono PCI. Invece di ragionare si scelse la strada del rafforzamento del volontarismo. Credo che una riflessione, da parte di quelli che sono rimasti a gestire poi una lenta agonia, andrebbe fatta. Butto lì qualche ipotesi sulla vita stentata del Quotidiano dei Lavoratori.

Ci fu un eccesso di volontarismo; bisognava prendere quel treno anche se non si era ancora raggiunta una massa critica. Si pensò, da buoni comunisti, che il fatto di avere a disposizione risorse umane illimitate consentisse di fare qualsiasi cosa. Pensate alla mancanza della teletrasmissione sostituita dai furgoni, alla mancanza delle telescriventi perché tanto il nostro è un giornale diverso, al quasi immediato ritardo nel pagamento dei compagni che stringevano i denti e continuavano a lavorare.

Nel corso del 75 avvenne quella che reputo una grande ingiustizia, da parte del gruppo dirigente alto, la supersegreteria (Oskian, Vinci, Gorla). Furono espulsi con ignominia due compagni che avevano curato il finanziamento e l'amministrazione e che avevano osato mettere in discussione talune scelte: erano Flavio Crippa e Pietro Spotti, due cari amici di vecchissima data, due persone pulite e serie che avevano osato chiedere dei chiarimenti ed osservare che una parte del danaro ricavato da compagni che si erano venduti le case, era stato speso malamente. Accanto a loro venne radiato Maurizio Bertasi.

Furono passati per le armi in senso metaforico; carogne, traditori, controrivoluzionari e, nella miglior tradizione della storia del comunismo siamo rimasti a disagio, ma zitti. Approfitto per scusarmi con loro in maniera pubblica. Chi li accusava, dopo neanche un anno, si è trovato a farsi i processi reciproci come se, certe cose, non fossero già avvenute in quella rivoluzione a cui ci appellavamo tutti con nostalgia vantando il nostro antistalinismo.

Gli antistalinisti si comportarono da stalinisti e quel modo di passare sui corpi e sulle anime dei compagni, mi fa ancora male. Mi piacerebbe che chi ne fu coinvolto direttamente, su entrambi i fronti, esponesse la sua verità. La decisione venne presa in un Comitato Centrale in cui non ero presente, ma dopo la pubblicazione della prima versione di questo capitolo, si è almeno aperta una discussione (ne trovate ampia traccia nei commenti).

Me ne andai dal Quotidiano a novembre del 76 dopo che, nel mese di agosto, avevo osato raccontare sul giornale come era andata nel Comitato Centrale seguito alla sconfitta elettorale. Fu un articolo in tre puntate (lo trovate qui Perché ho votato contro al Comitato Centrale). Era dedicato:

  • al racconto di quel C.C.
  • ai problemi di strategia per la sinistra rivoluzionaria
  • alla questione relativa alla costruzione del Partito (con chi e per fare cosa), con le annesse e connesse divisioni tra le organizzazioni rivoluzionarie e dentro i gruppi dirigenti

Al rientro dalle ferie venni processato in Ufficio Politico per delitto di lesa maestà e mi venne paracadutato in affiancamento un dirigente di provata fede Vittorio Borelli (di Verona) che non sapeva nemmeno cosa fosse un giornale. Fu una coesistenza impossibile durata all'incirca un mese. Nello stesso periodo esplose anche il caso Corvisieri (dimissionario da Avanguardia Operaia con lettera su Lotta Continua).

Quando me ne andai, ero logorato e pieno di dubbi e tornai in redazione una sola volta, il 15 dicembre del 76. Mi ero alzato alle 4:30 per rispettare gli orari di mia figlia  di 11 mesi che si addormentava presto e si svegliava prestissimo. Ero in cucina e ascoltai alla radio la notizia della sparatoria avvenuta nella notte che portò alla morte di Walter Alasia e di due funzionari di polizia; uno era il padre di un nostro compagno, l'altro un esponente dei movimenti di democratizzazione del corpo. Walter lo avevo conosciuto bene all'ITIS di Sesto quando stava passando da Gioventù Aclista a Lotta Continua.

Era la prova provata che le BR non erano un gruppo di provocatori ma una parte del nostro album di famiglia. Ritornai in via Bonghi e scrissi l'editoriale per ragionare su questi aspetti. E' l'unico numero del QdL che ho ancora.

Di lì a poco la crisi precipitò. Non venivano pagati gli stipendi, ci furono richieste di licenziamento politico e, nel corso di una delle riunioni che tenemmo per decidere il da farsi, mi fu chiesto di mettere in piedi una rivista di orientamento politico culturale. Non me la sentii e alla fine si dimise quasi l'intera redazione.

Nel corso del 77 quando ripresi a studiare la fisica, la storia e la filosfia della scienza, ripensai  molte volte alla nostra esperienza dal 68 in poi. Mi resi conto che non aveva avuto senso scrivere di tutto, dalla politica interna, alla questione palestinese, alle trame nere, pretendendo di avere la verità in tasca. Fu per questo che la pausa di riflessione che mi ero preso e che, nella idea iniziale, prevedeva di tornare al Manifesto per mettere in piedi una grande redazione milanese, non si realizzò mai. Meglio lavorare con i giovani in formazione, farli appassionare al senso critico e studiare.

Sentivo il bisogno di cambiare vita e di cambiare mestiere mentre si faceva strada l'idea che il problema non fosse lo scontro tra destra e la sinistra dentro AO, ma che la prospettiva rivoluzionaria che avevamo sognato era, appunto, un sogno e che ci servisse il pessimismo della ragione perché di ottimismo della volontà ne avevamo messo fin troppo.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 27 maggio 2020


La pagina con l'indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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15 risposte a 1974-1976: gli anni del Quotidiano – la grande avventura

  1. Daniele Marini scrive:

    Ricordo che contribuii ad un inserto sull’Università. Poi, siccome avevo una macchina grande una notte mi facero fare una consegna credo a Venezia. Era inverno, una nebbia incredibile, andavo da 60 km/h intorno alle 4 o 5 del mattino. A un certo punto vidi davanti a me emergere dalla nebbia un’auto che aveva colpito la barriera in un tratto di scambio corsie, ero talmente terrorizzato dalla nebbia che tirai dritto, d’altra parte avrei potuto fare ben poco non avendo alcuna esperienza di soccorso. Non c’erano i cellulari e non potevo neanche avvertire la polizia stradale, però pochi chilometri dopo incrocia la Stradale a sirene spiegate che evidentemente stava raggiungendo il luogo dell’incidente. Mi rifiutai di fare altre consegne, non ne avevo il coraggio …

  2. Mario Pucci scrive:

    Un caro amico mi ha segnalato qualche giorno fa questo tuo scritto. Mi è piaciuto molto e ti ringrazio per aver ricordato così bene la "grande avventura" (la piantina della redazione è "toccante"). Io cominciai al Qdl come addetto alla distribuzione del giornale, poi entrai in redazione dove nacque quell'idea, molto particolare, della cronaca cittadina milanese applicata ad un quotidiano "rivoluzionario". Per quei tempi, e per un giorale come il Qdl, un'assoluta novità. Poi la vita ci ha portato ognuno per la sua strada ma è bello, a distanza di tanti anni, che tu abbia sentito l'esigenza di scriverne.
    P.S. Ho letto che Gigi Gerosa si chiede che fine ho fatto. Eccomi qui ! Anche a me piacerebbe rivederti(vi)

    • Claudio Cereda scrive:

      caro Mario, ci sono tanti compagni (di quelli veri) che ti rivedrebbero volentieri. Comincia aguardare i miei amici su FB e da lì ricostruisci relazioni. Ma sei a Firenze? In quel caso ci si vede presto. Ciao

  3. Ennio Abate scrive:

    PROCESSO ALLA BANDA DEI TRE?
    Sulla espulsione (o radiazione) di tre compagni di AO nel 1975
    1.
    Parto dalla testimonianza di Cereda: «nel corso del 75 avvenne quella che reputo una grande ingiustizia, da parte del gruppo dirigente alto, la supersegreteria (Oskian, Vinci, Gorla). Furono espulsi con ignominia due compagni che avevano curato il finanziamento e l'amministrazione e che avevano osato mettere in discussione talune scelte: erano Flavio Crippa e Pietro Spotti, due cari amici di vecchissima data, due persone pulite e serie che avevano osato chiedere dei chiarimenti ed osservare che una parte del danaro ricavato da compagni che si erano venduti le case, era stato speso malamente».(Va aggiunto, come è stato fatto rilevare, un terzo, Maurizio Bertasi)
    E riassumo i dati certi finora così: i tre chiesero conto (anzi: chiesero chiarimenti) su spese che ritenevano non giustificate o sbagliate («si trattava di rilievi relativi all’acquisto della tipografia»); la «supersegreteria», invece di fornire chiarimenti, li mise sotto accusa; e li fece espellere (dal Comitato Centrale) «con ignominia» o, come Maurilio Riva ha ora precisato, li radiò (capitò nel '68 anche a quelli de “il manifesto” che erano nel PCI); e «al termine del periodo di radiazione [quando? e dalla stessa «supersegreteria»?] furono riammessi; solo pochi (Calamida e i due fratelli Molinari) li difesero, contrastando nel Comitato centrale, pur da una posizione sfavorevole e già in partenza vissuta come perdente («Sapevamo che saremmo stati sconfitti», Calamida), la decisione della «supersegreteria».
    2.
    Marx diceva che gli uomini fanno la storia senza saperlo. Domanda: “noi di AO” che storia abbiamo fatto senza saperlo? E che senso dare a questo episodio nella storia (purtroppo ancora non scritta) di AO? Dove, cioè, collocarlo? Nella cornice psicologica che ci fa vedere le miserie *umane, troppo umane* dei singoli individui? Oppure nella catena di atti e scelte *politiche* che portarono alla spaccatura di AO e alla dispersione di un patrimonio socio-politico, notevole soprattutto a Milano e dintorni, di relazioni costruttive? (Altro che soltanto di un *sogno*!).
    3.
    Ragionandoci su, se optiamo per la prima ipotesi, ci possiamo chiedere: ma quale poi fu la vera o presunta “colpa” dei tre compagni (Spotti, Crippa, Bertasi)? Nessuna. E potremmo concludere che si trattò di un equivoco o di un difetto di comunicazione o dell’emergere incontrollato del “lato oscuro” e insondabile dell’anima umana, ecc.
    4. Se scegliamo invece di valutare la cosa su un piano storico-politico, il discorso mi pare più drammatico, perché FORSE fu attraverso atti come questi che si avviò la disgregazione di AO e quella nostra esperienza, che aveva una chiara matrice di sinistra, “nuova” o “rivoluzionaria”, o comunque abbastanza anticapitalista, fini (ingloriosamente secondo me). E tutti finimmo nelle secche di esperienze che con quella matrice non avevano più nulla a che fare (fossero quelle di DP o di quanti rientrarono nel PCI o di quelli che andarono altrove o rifluirono nel “privato”).
    5.
    Calamida e Cereda tendono a spiegare quel dramma (e quella “miseria”) con il condizionamento (che pesava su tutti) dell’ideologia. Come per il PCI, l’«unita del partito» – dice Calamida – allora « era un vero e proprio totem». Un atto, che metteva in discussione l’autorità del segretario, l’avrebbe incrinata e sarebbe stato considerato «di per sé un tradimento». Sarebbe stato il modello leninista che, dunque, ci dominava e annebbiava. E anche Marina Massenz, in un suo intervento, pare non avere oggi alcun dubbio, se ha scritto: «il pensiero politico che c'era dietro [l’esperienza di AO] era errato, sarebbe meglio dirselo una volta per tutte;[…] Il partito del centralismo democratico di matrice bolscevica è stato una concettualizzazione errata, la cui pratica ha avuto esiti disgraziati» .
    6.
    A me viene da obbiettare: ma chiedere chiarimenti o, più concretamente, esprimere dubbi su spese considerate opinabili o non giustificate (e poi fatte da chi? dalla «supersegreteria» in blocco o dal solo segretario Oskian? questo ancora oggi non si capisce…) metteva davvero in discussione «l’autorità del segretario» o della «supersegreteria»? Certo «chi non visse quei tempi forse non può capire cosa implicò quello scontro» (Calamida) specie sul piano emotivo. Ma, allora, bisognerebbe farsi un’altra domanda: la dialettica democratica interna (prevista dal modello leninista di partito!) s’era già, in quel 1975, così bloccata che ormai solo un’esigua minoranza (Calamida, Molinari e forse altri) osavano dissentire?
    7.
    In un precedente commento ho già fatto notare a Cereda, il quale aveva scritto: « furono passati per le armi in senso metaforico; carogne, traditori, controrivoluzionari, nella miglior tradizione della storia del comunismo siamo rimasti zitti», che la migliore tradizione comunista era un'altra: quella di chi difendeva la verità. «La verità è rivoluzionaria» era allora uno slogan serio, non ancora censurato o deriso. E, nell’AO di quell’anno 1975, a difendere la verità e a dar prova della miglior tradizione della storia del comunismo» furono, se la testimonianza di Calamida è, come penso, attendibile, proprio Calamida e i due Molinari. Dunque, quella scelta di espulsione o radiazione non poteva essere presentata (allora e neppure adesso, secondo me) «una conseguenza diretta del nostro leninismo messo alla prova dei fatti» (Cereda). Semmai fu una sua negazione. Che doveva allarmare e mettere sul chi va là. (E si pensi poi che AO si professava antistalinista e da molti era ritenuta addirittura trotzkista).
    8.
    Aggiungerei che quel modello leninista non venne sempre e da tutti applicato alla lettera o in modi scolastici. Ed era, a pensarci bene, *corretto* dal modello luxemburghiano. Cos’erano, infatti, i CUB, i contenitori delle “avanguardie di massa”, se non un tentativo (magari eclettico e fragile) di correzione di un leninismo “duro e puro” o elitario e decisionista? Anzi io ritengo che, solo quando si rinunciò a questa “quadratura del cerchio” e prevalse la linea della confluenza nel Pdup (e poi nel PCI) arrivò la fine certa della nostra esperienza. Solo allora si finì per ricalcare le orme del Padre PCI, prima contestato e poi rivalutato o abbracciato da tanti figliul prodighi.
    9.
    Non credo, perciò, che quella faccenda dell’espulsione o della radiazione sia rubricabile alla voce “miserie umane” o che fosse dovuta ad una applicazione rigida e scolastica del modello leninista. E affaccio un’altra ipotesi – che può essere smentita o confermata o corretta: che quell’episodio rientrasse già nello strisciante processo di scissione avviatosi non so da quando a nostra ( dei militanti e anche di molti dirigenti)
    Insaputa. Me lo fa pensare l’accenno di Calamida alla «personalizzazione della politica» e all’«accentramento dei poteri». E posso anche pensare che, come rimedio più o meno “emergenziale”, la «supersegreteria» (?) sopperisse con una stretta elitaria dell’organizzazione, già presentendo che tutto stesse colando a picco.
    10.
    Se il contesto interno era già di questo tipo, allora l’episodio dell’espulsione o radiazione potrebbe essere letto come uno degli anelli della catena che poi portò alla spaccatura di AO. Detto altrimenti – e al momento ancora con tutto il rispetto sia per gli “inquisiti” (Spotti, Crippa e Bertasi) e sia gli “inquisitori” (la «supersegreteria»? o il solo Oskian?), ci sarebbero due domande a cui qualcuno più informato o che ha riflettuto di più dovrebbe dare risposta: – in quel 1975 i primi agivano del tutto “ingenuamente” o “da soli” ed erano preoccupati soltanto per quel singolo episodio circoscritto? O avevano già altri elementi (e persino un “secondo fine") nel sollevare la questione, mirando davvero a mettere in discussione «l’autorità del segretario» o della «supersegreteria»? E questa, nel trattarli come emissari di un’”altra linea”, reagì malamente di fronte ad una minaccia in parte reale o no?
    11.
    Non credo, cioè, che la reazione della «supersegreteria» fosse dovuta solo a tracotanza o fosse una mossa compiuta soltanto «per affermare l’esercizio di un potere» in modo astratto, « imponendo qualcosa [cioè persino una decisione sbagliata?] solo in funzione del potere stesso»; e quindi ormai solo per il “gusto di comandare”; e, dunque, indipendentemente dall’accertamento di una verità di fatto, empirica, come pare si possa intendere dalla testimonianza di Calamida.
    12.
    C’è poi il problema del silenzio, dell’incertezza o della paura degli altri che non intervennero, finendo per accettare, come scrive (con troppa enfasi?) Cereda, che «si passasse come degli schiacciasassi sul corpo e l’anima di due [tre in effetti] compagni validi e fedelissimi (tanto è vero che erano incaricati di seguire questioni delicate come finanziamento e amministrazione)». O, come dice Rino, che preferirono «una furbesca quanto imbelle non alzata di mano sulla risoluzione di radiazione dei tre (3, di numero!) processati». Anche questo "silenzio" andrebbe interrogato più a fondo. No, non ricorrerei alla psicologia dei singoli. Né evocherei fantasmi da storia della Chiesa cattolica («processo alla streghe»; «ricerca liturgica del capro espiatorio» «Santa Inquisizione», «eretici»).
    13.
    Insomma, c’era o non c’era già allora in AO lo scontro tra le “due linee” che portò poi alla fine della nostra esperienza? C’era o non c’era qualcosa che potesse somigliare a quell’ «indimostrato complotto, addirittura tramato nel campo revisionista, ai danni del nostro quotidiano»(Riva)? E, comunque, non vorrei concludere amaramente e disperatamente con l’andante “ tali padri tali figli”: «Ci eravamo incamminati sullo stesso tragitto, compiendo gli stessi errori – da noi criticati – commessi da quelli che erano venuti prima e non lo sapevamo. Volevamo cambiare la fisionomia al mondo ma non riuscivamo a modificare in noi ciò che il mondo aveva storicamente e stolidamente prodotto» (Riva).
    14.
    Marina Massenz ha anche scritto: « questa storia ci pesa e non è stata digerita. Personalmente mi agito molto e anche un po' mi angoscio in questa discussione. Colpe vere e proprie non riesco a darmene, tranne la mia ingenuità». Io penso, con Fortini, che bisogna uscire «di pianto in ragione». E perciò mi manterrei sul piano storico-politico. Ed eviterei perciò una visione tutta *inter nos* (“noi di AO” di allora o ex di oggi).
    Da valutare, ad es., resta l’intero contesto politico, che si divaricava e portava alla nascita del compromesso storico e (non certo a caso) di Autonomia e poi delle BR. Per me, DP da una parte e la confluenza nel Pdup (anticamera del PCI) dall’altra furono anche forme di fuga dai problemi ormai feroci posti dalla crisi. Ma di questo in altra occasione.

    • Claudio Cereda scrive:

      Cerco di dire la mia usando come scheletro l’intervento di Ennio
      1.
      Avevo rimosso la presenza di Maurizio; confermo che i tre erano gli incaricati di seguire la partita del finanziamento; se non erro furono radiati i due che rimasero zitti (Crippa e Bertasi) mentre Spotti fu espulso
      Non ricordo di aver assistito ad alcuna riunione formale; di sicuro niente alla presenza degli interessati. Al CC non ero presente, ma comunque mi accontentai come il primo degli ingenui.
      2.
      L’episodio lo colloco insieme ad altri nella fase del volontarismo spinto. Non ha a che fare con la rottura politica successiva. Stringevamo i denti convinti che bastasse farlo per farcela; e nello stringere i denti abbassavamo la testa. C’era chi accettava di essere spedito a Napoli, a Palermo o a Firenze; chi si licenziava, chi regalava alla organizzazione tutti i suoi beni, …
      Eravamo comunisti e leninisti e la storia del comunismo, anche di quello che ci piaceva, è piena di tragedie del genere (ma più gravi), di atti di volontarismo rubricati come eroismo, compresa gente che si è fatta fucilare dal partito gridando viva il partito, viva il comunismo
      Sono in attesa che mi consegnino i Senzamao di Corvisieri e sono curioso di leggere cosa dice della sua decisione di andar via dal giornale; anche di quello non si discusse e il periodo è lo stesso.
      3.
      vedi punto 2
      4.
      La disgregazione di AO è statta accelerata dall’attacco preparato in segreto e poi iniziato in segreteria alla segreteria di Oskian condotto, a freddo da parte di Vinci, con una richiesta di dimissioni nella primavera del 96; qui siamo alla fine del 95
      Ho detto accelerata perché tutta la sinistra rivoluzionaria era in crisi attanagliata tra scelte incompatibili (ragionare politicamente accelerando l’unità nella sinistra rivoluzionaria, proseguire con il volontarismo, sciogliersi nella contrapposizione sociale).
      5.
      Confermo che l’episodio è figlio di un mix di ideologia e volontarismo. Si accettava che di certe cose si occupassero compagni fidati dipendenti dalla supersegreteria. Loro sapevano i dettagli e noi, anche al vertice accettavamo ciò che ci veniva detto.
      Spotti, che è un brianzolo tosto non accettò di tacere e fu trattato peggio degli altri
      6.
      Si metteva in discussione la gestione dei soldi. Lo facevano persone che si occupavano di raccoglierli e a cui non tornavano i conti. Era più di una richiesta di chiarimento. Ricordo che mi fu detto, en passant, che erano degli incapaci e che dopo il loro allontanamento, con la nuova gestione affidata a Carlo Forcolini, che era un imprenditore, sarebbe cambiato tutto. Non cambiò nulla: affanno nei pagamenti, stipendi in ritardo, accelerazione della spremitura dei compagni.
      Ribadisco che queste decisioni, il cosa dire e non dire, lo decidevano in tre.
      7.
      Caro Ennio, la tradizione comunista, amche se l’abbiamo scoperto dopo, era questa: prima di tutto viene il partito
      Il riferimento a Trotkij, sul piano storico, è fuori luogo (si vedano alcuni aspetti della riviluzione del 17/19 che lo videro protagonista)
      8.
      E’ vero, avevamo la componente operaia e una sfaccettatura operaista e di democrazia consiliare che, secondo me, sulle cose importanti aveva solo una funzione iconografica (anche questo fa parte della storia del leninismo)
      9.
      Ribadisco: volontarismo+leninismo, la scissione non c’entra nulla, perché la supersegreteria si mosse come un sol uomo anche se, mi risulta, dopo la doppia scissione-unificazione ci fu la riabilitazione perché adesso la responsabilità era diventata solo di Oskian
      10.
      avevano scoperto delle cose e volevano la verità, o ancora meglio la riconsiderazione di certe scelte, che furono invece confermate
      11.
      La reazione è stata del tipo: cosa cazzo vogliono questi tre; fuori dalle palle
      12.
      Il silenzio fu figlio del non sapere e, detto per inciso, continuiamo a discutere sul non sapere. La cosa interessante è che non si pretese di sapere ma ci si oppose alla espulsione o la si accettò in silenzio
      13.
      ho già detto
      14.
      ??

      Piccolo ricordo sulle cose che mi fecero perdere l’innocenza: primavera estate 76: viaggio a Roma per incontrare la Rossanda; in via Tomacelli incontro Foa che, pensando che io fossi un emissario di Vinci, me ne dice di tutti i colori contro Magri e quelli del Manifesto, per poi chiedermi notizie sulle cose di AO. Mi chiesi: cazzo, ma questo è Vittorio Foa?
      Sognavamo la rivoluzione ed è finita che Magri, senza avere alcuna malattia incurabile, si è fatto accompagnare in Svizzera per il suicidio assistito.
      Quindi: è stato un episodio triste; piantiamola di masticare acqua; se verranno testimonianze da parte delle vittime, sul merito dei fatti sarò lieto di ascoltarle.

  4. franco calamida scrive:

    E’ molto vero, molto importante, molto giusto: dobbiamo capire come avvenne che tre compagni vennero espulsi con ignominia e con l’accusa di complotto e attentato all unità del partito.
    Furono tre, fu cacciato anche Maurizio Bertasi. L’ignominia non fu loro, ma nostra, di chi deliberò. Dico nostra perché bisogna assumere come collettive le responsabilità.
    Io allora ero un dirigente, ricordo la sequenza dei fatti, come accaddero, ricordo quanto terribili furono,quanto dolorosi anche sul piano personale e delle relazioni personali.
    La prima domanda: quanti e chi era convinto della colpevolezza dei tre? Quanti erano invece certi che le critiche avanzate dai tre compagni erano del tutto legitttime, che non c’era nessun complotto o tradimento? Ancora oggi non lo so.
    Non basta chiedere scusa, non serve quasi a nulla. Bisogna capire, perché non accada più. La resposabilità è collettiva,certo, ma le responsabilità personali non sono le stesse per tutti.
    Emilio Molinari e io stesso si opposero in segreteria; lo scontro fu, come potete immaginare durissimo. Dicemmo: non vi è stato atto alcuno contro il partito, l’espulsione è invece un atto contro il partito. Allora l’unità del partito, il partito, era un vero e proprio totem. Mettere in discussione l’autorità del segretario incrinava l’unità del partito. Era di per sè un tradimento.
    Eppure eravamo stati, all’inizio contro la personalizzazione della politica e l’accentramento dei poteri. Chi non visse quei tempi forse non può capire cosa implicò quello scontro. Forse, non so. Fu dura difendere le proprie idee contrapposte a chi voleva l’espulsione per affermare l’esercizio di un potere.
    Il potere si afferma proprio imponendo qualcosa solo in funzione del potere stesso. Lo faccio perché posso farlo, la verità è cio che io affermo. Non avrai altra verità all’infuori di me. E’ così non esagero.
    O meglio : questa è la mia lettura, ve ne possono essere altre. Quale fu la sede della decisione formale?
    Fu il Comitato centrale. Emilio e io stesso intervenimmo per evitare una decisione tanto grave, insopportabile, dannosa, contraria ai nostri valori con argomenti equilibrati che tenevano conto dei rapporti di forza a noi assai sfavorevoli. Sapevamo che saremmo stati sconfitti.
    Antonio Molinari , che non faceva parte della segretaria, li difese senza timore alcuno, accusando chi li accusava di complotto, chiaro e netto.
    Poi vi fu uno, o forse più di uno , che minacciò di sanzioni anche Antonio Molinari. Come per la Santa Inquisizione chi protegge gli eretici è sospettato di eresia.
    La teoria del tradimento ha arrecato danni grandissimi al movimenti operaio. Antonio Molinari faceva parte del Gruppo di studio della Philips (i CUB degli impiegati ), nel quale anche io militavo, che aveva legami di solidarietà solidissimi, ferrei.
    Intervenni di nuovo, chiaro e netto. Ogni provvedimento contro Antonio riguarda direttamente anche me. La linea rossa non fu superata, Antonio ne uscì formalmente illeso. Formalmente, nella sostanza ne uscimmo tutti, o quasi , profondamente scossi , con sofferenza. Al voto del CC Antonio votò contro, Emilio e io stesso ci astenemmo.

    • Claudio Cereda scrive:

      Caro Franco,
      prima di sollevare la questione ci ho pensato bene. Condivido gran parte delle cose che dici salvo il fatto di considerarle una conseguenza diretta del nostro leninismo messo alla prova dei fatti (certe cose fanno parte della storia del comunismo di tutto il mondo). Inoltre penso che le scuse siano doverose da parte mia, anche a distanza di tempo, perché accettai che si passasse come degli schiacciasassi sul corpo e l’anima di due compagni validi e fedelissimi (tanto è vero che erano incaricati di seguire questioni delicate come finanziamento e amministrazione).
      Non ricordavo i dettagli ma mi pesava l’essere rimasto zitto per i rapporti di amicizia e di stima che avevo per entrambi. Con Pietro per la costruzione della federazione di Monza, con Flavio, addirittura dal 66, prima di AO.
      Mi ricordavo di una rapidissima informativa in segreteria perché certe faccende (considerate super-riservate) venivano trattate direttamente da Vanghelis, Luigi e Massimo in cui non furono forniti i dettagli se non l’aver osato mettere in dubbio …
      Prima di scrivere il pezzo ne ho parlato per telefono con Pietro Spotti che mi ha raccontato come è andata e soprattutto quale fosse il problema che lui e Flavio ponevano e non intendo parlarne se non lo faranno i diretti interessati perché si trattava di rilievi relativi all’acquisto della tipografia.
      Lui mi dice che fu un ufficio politico a decidere il che contrasta con la presenza di Antonio.
      Io non ricordo ma sono certo di non aver partecipato ad alcuna riunuone oltre alla segreteria. E’ possibile che fosse di giorno feriale e sia rimasto al giornale?
      Ti risulta che “la sinistra” dopo la scissione li abbia riabilitati? In effetti ho visto che Maurizio compare per cose organizzative di Punto Rosso.
      Ciao

  5. franco calamida scrive:

    Su quattro colonne titolammo : I francobolli vincono le elezioni in Canada

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