il marxismo ha fatto flop – di Alvaro Ricotti

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Il marxismo fu vera scienza? Si potrebbe rispondere con una frase fatta e altisonante: ai posteri l'ardua sentenza, ma i posteri siamo noi. Qualcuno forse dirà che si tratta di una questione di lana caprina. Qualcun altro che sono i tormenti paranoici di un ex sessantottino. Altri ancora che sono questioni fuori tempo massimo ormai superate dalla storia. Forse sono tutte e tre le cose assieme, ma comunque ritengo che una vera e approfondita analisi sulle ragioni della crisi d’identità della sinistra, in particolar modo e soprattutto quella che ha le sue radici nell’analisi marxista delle dinamiche sociali ed economiche della società, non sia mai stata fatta con sufficiente chiarezza.

La crisi d’identità ha radici profonde e lontane nel tempo e sarebbe stato compito dei dirigenti politici dei partiti comunisti europei e di quegli intellettuali organici, come si diceva un tempo, tentare, azzardare, avere il coraggio di affrontare la questione, specialmente dopo aver vissuto quei momenti storici topici come la crisi ungherese del ’56 o l’invasione della Cecoslovacchia nell’agosto del ’68.

In particolar modo, sarebbe stato compito del PCI, essendo stato questo il più grande e forte partito comunista dell’occidente, prendersi l’onere di uno sforzo culturale e politico nell’affrontare quelle spinose situazioni. Invece lasciò, che solo pochi elementi prendessero il coraggio a piene mani, pagandone poi le conseguenze subendo espulsioni e abbandoni dal partito.

la meglio gioventù e l'adesione al socialismo – tante ragioni diverse

Anche la generazione che si affacciò alla politica nel sessantotto, e praticò la militanza con profonda convinzione ideologica per almeno un decennio e oltre, ha una grande responsabilità, perché nella fase a lei successiva, nel  declino del pensiero marxista, ha ottenebrato questa declino senza darne una spiegazione storica, o filosofica, o politica, o scientifica.

Quel pensiero, che ci ha formato politicamente e che per la mia generazione è stato anche un modo di vivere, fu lasciato scivolare via, abbandonato lentamente ma inesorabilmente, sia nella prassi che nella coscienza di ciascuno di noi senza averne analizzato le cause del suo tramonto storico. Famosi ed importanti dirigenti politici di partiti che si richiamavano esplicitamente al marxismo non hanno avuto alcun pudore nel dichiarare non solo di non essere comunisti, ma addirittura di non esserlo mai stati, senza argomentare la loro plateale metamorfosi, senza esplicitare come questa metamorfosi abbia potuto compiersi sia nella società che nella loro coscienza.

Non è assolutamente o solamente una questione di coerenza, è intuitivo che la riproposizione di una strategia comunista nella società del terzo millennio sia di fatto un’iniziativa antistorica, ma per un’abiura che rimetta in discussione le radici culturali della nostra formazione politica occorrerebbe una corposa, profonda e scientifica analisi politica, dello stesso spessore di quella che ci ha formato, e non lasciare che sia solamente il tempo a seppellire la nostra incapacità di una nuova progettazione sociale. Parlo per la mia generazione, ma penso che valga anche per quelle che ci hanno preceduto e colgo una contraddizione che oltre che politica ha dei pesanti risvolti psicologici di coerenza logica.

L’adesione alla grande famiglia del socialismo, per quanto ci riguarda, ha ragioni tra le più disparate: i nostri input adolescenziali spaziavano dal generico ribellismo generazionale, allo scoutismo, dal rifiuto del conformismo ipocrita degli anni ’60 alla voglia di libertà tout court, dal rifiuto della guerra in particolare quella del Vietnam al desiderio di una società più giusta senza sperequazioni, dalla voglia di rock and roll contro le sciroppate alla Claudio Villa e Nilla Pizzi a tutto quello che c’era intorno che pareva ci soffocasse.

Abbiamo sopportato stoicamente i ricatti famigliari per portare il ciuffo dei capelli più lungo del consentito e i pantaloni più corti alle caviglie, per non parlare delle ragazze che quando uscivano di casa, in ascensore si tiravano su la gonna arrotolandosela in vita. Ci siamo immersi nella lettura di Keruac e Ginsberg, e con lo zaino in spalla si andava in Grecia o in Olanda in autostop.

Poi per una via o per l’altra siamo approdati al marxismo, quello nuovo e vecchio allo stesso tempo, quello autentico non quello delle generazioni precedenti ormai atrofizzato,  quello del Manifesto e …. dello “spettro che si aggira per l’Europa” … , quello approdato in “Stato e Rivoluzione”. Abbiamo raccolto i vecchi vessilli ormai in disuso e accanto ne abbiamo issati di nuovi, come il libretto rosso e l’icona del ‘Che’ con Fidel.

Ma quello che veramente ci ha trasformati, quello che ci ha fatto diventare consapevolmente quello che siamo stati per anni, è stato lo studio del marxismo e la certezza che ciò che leggevamo fosse l’interpretazione scientifica delle dinamiche della storia. Questa certezza ci ha forgiato e ci ha reso intransigenti e un po’ sprezzanti verso tutte le altre interpretazioni dello scorrere della storia che non possedevano quella verità che solo quel metodo scientifico, interiorizzato e parte integrante del nostro quotidiano, poteva raggiungere e comprendere.

Penso, che da quando è stato edito il primo libro del ‘Capitale’ nel 1867, tutti coloro che abbiano abbracciato le sue tesi siano stati affascinati e condizionati dalla sua ineludibilità scientifica. Il suo rigoroso metodo scientifico fece interpretare i fenomeni sociali, dei vari periodi storici dalla fine dell’800 ad oggi, secondo verità razionali, ma soprattutto prospettando, come si conviene ad una teoria scientifica, un processo ed un arrivo ben determinato.

Si  può così schematizzare: crisi del capitalismo, periodo delle rivoluzioni, dittatura del proletariato e per finire la società socialista senza classi dove “ciascuno dà secondo le proprie forze e prende secondo i propri bisogni”. Tutte le generazioni di comunisti, la nostra come quelle che ci hanno preceduto, erano convinte di vivere nell’immediatezza della caduta del capitalismo; le sue crisi erano lì a dimostrarlo, e quindi si agiva in una prospettiva rivoluzionaria imminente.

Le diatribe settarie anche feroci tra formazioni contigue si riferivano su quale interpretazione fosse la più coerente ai testi sacri e la conseguente prassi da seguire.
Oggi molta acqua è passata sotto i ponti, nessuno (a parte qualche ultimo giapponese) si sognerebbe più di contrapporsi dialetticamente sui temi della coerenza o meno del marxismo, ma la forma mentis delle origini ci condiziona ancora tantissimo, per cui pensiamo che la proposta politica della sinistra debba basarsi su concetti razionali rispecchianti i bisogni reali della gente, sui rapporti di forza, sull’analisi degli equilibri internazionali, solle logiche di mercato ecc. e questo sia sufficiente a renderla valida agli occhi e all’esigenza dell’elettorato.

L’emotività, l’irrazionalità non fanno parte del nostro bagaglio cultural-politico e quando, masse enormi di popolazione, in particolar modo quelle che tradizionalmente si pensava di rappresentare, cambiano abbastanza rapidamente i partiti di riferimento, non ne comprendiamo i meccanismi psicologici. Siamo frastornati, e non riusciamo a mettere in campo proposte politiche soddisfacenti; ci consoliamo nella certezza data dalla nostra logica razionalista che la chimera irrazionale abbia il fiato corto e prima o poi vada a sbattere.

La mia riflessione si muove su due linee parallele ma profondamente interconnesse:

  • una, come i militanti, i dirigenti politici, i protagonisti delle grandi lotte rivoluzionarie per la trasformazione della società abbiano vissuto l’elaborazione politica del marxismo,
  • l’altra su come le trasformazioni reali dei contesti sociali abbiano condizionato o meno l’elaborazione teorica della sinistra.

La riflessione è necessariamente schematica, non avendo gli strumenti di conoscenza politica, sociologica e psicologica all’altezza di una elaborazione esaustiva, ma soprattutto mi manca il confronto  su un argomento che mi rendo conto, di questi tempi, possa interessare a pochi.

il metodo scientifico

Poiché si farà spesso riferimento al metodo scientifico occorre almeno sommariamente definirlo: è quel metodo d’indagine che partendo dai dati empirici, dai dati di fatto della realtà elabora una teoria, perlopiù matematizzandola, che ne prevede gli sviluppi. Condizione fondamentale per l’applicazione del metodo scientifico è la sua intrinseca essenza antidogmatica, se i risultati non sono conformi alla teoria non si difende ad oltranza la teoria, ma  si cerca di modificarla in modo che risponda con coerenza in ogni sua parte a tutto il processo.

Non solo, ma si dà per certo la fallacia della teoria per cui la si sottopone a costanti verifiche e la si considera valida finché risponde ai dati oggettivi della realtà, ma nel momento emergano delle variabili, prima non considerate o non individuate, si pone la necessità di una rielaborazione parziale o totale della teoria stessa. Una teoria che pretende di essere assoluta non può considerarsi scientifica e aderendo o sostenendo una teoria così concepita si compie un atto di fede che tutto è fuorché scientifico.

Ritorniamo daccapo e vediamo come si arriva a quell’opera fondamentale, partorita dalla testa geniale di Karl Marx, che ha segnato profondamente il corso della storia per quasi due secoli: “Il Capitale” e il suo proseguo “Le Teorie del Plusvalore”.

Marx, come noi lo siamo del nostro, era figlio del suo tempo. Si è formato culturalmente in un’Europa che, nonostante il Congresso di Vienna e il ripristino delle monarchie assolute, vedeva lo spirito giacobino ancora ben presente fra gli studenti e gli intellettuali progressisti. Fece parte dei “Giovani Hegeliani” più noti come “la sinistra hegeliana” e in seguito aderì a quei movimenti socialisti che proponevano l’emancipazione delle masse popolari e dei lavoratori. Erano indicati come proletariato e vivevano indubbiamente, nella prima metà dell’800, oltre che senza diritti anche in condizioni di estrema miseria.

Fu sicuramente influenzato dal movimento filosofico del Positivismo che esprimeva fiducia indiscussa nella scienza e nel progresso da essa determinato e nel metodo scientifico di causa ed effetto che questa corrente di pensiero proponeva nell’analisi dei fenomeni naturali. Questo mix di rivoluzionarismo giacobino, di idealismo hegeliano e di positivismo scientifico furono sintetizzati da Marx nel corso della sua poderosa opera intellettuale che cominciò a delinearsi con maggior precisione e spessore politico alla fine degli anni ’40.

Sull’onda delle tensioni politiche e sociali che sfociarono poco dopo nei moti insurrezionali che divamparono in tutta Europa da Parigi, a Berlino, a Milano e in Ungheria per le libertà democratiche, l’indipendenza e la Costituzione, Marx formulò nel “Manifesto del Partito Comunista” la traccia discriminante tra il ribellismo democratico-borghese e il progetto rivoluzionario per il ribaltamento totale della società borghese nella nuova società comunista e sostituì il vecchio motto dei circoli socialisti “Tutti gli uomini sono fratelli” con quello più classista “Proletari di tutto il mondo unitevi”.

Per i successivi trent’anni profuse un impegno ed un’energia spasmodica sia nell’attività politica diretta, come dirigente dell’Internazionale Comunista, che nello studio e nella ricerca teorica  che culminò in “Das Kapital”,“Il Capitale”, l’opera d’indagine politica e d’analisi sulle dinamiche economiche e sociali, più profonda e articolata di tutto l’800, di cui poté curare, da vivo, solo l’edizione del primo libro nel 1867.

socialisti e comunisti – leggi oggettive e forzature

L’opera divenne il testo sacro dell’intero movimento socialista e forte della sua scientificità venne abbracciata da tutti i movimenti rivoluzionari, non solamente europei. Il primo che mise in dubbio la scientificità della teoria marxiana fu Eduard Bernstein, uno dei massimi esponenti della Social Democrazia Tedesca, amico e curatore testamentario di Fiedrich Engels, anzi secondo me, stimolato proprio da quest’ultimo che, nella prefazione ad una riedizione del 1895 del vecchio testo “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, accennava ad una sorta di frettolosa e poco precisa interpretazione sulla prospettiva dei fenomeni trattati, che visti con un ottica di quarant’anni dopo ne rivelava i limiti prospettici.

La situazione della classe operaia era cambiata enormemente in quarant’anni, le condizioni economiche e di vita erano di gran lunga migliorate, il diritto di voto era stato acquisito con una notevole rappresentanza parlamentare, la ‘famosa’ crisi del capitalismo, che sembrava all’inizio imminente, si era spostata nel tempo e quindi la necessità storica della rivoluzione proletaria era rimandata mentre si rendeva più efficace e utile un impegno politico per la conquista di un maggior consenso in termini elettorali.

Dopo parecchi articoli sull’organo ufficiale del partito social democratico tedesco, nel ’99 Bernstein pubblicò “I presupposti del socialismo e i compiti della social democrazia” la sua opera più importante di revisione complessiva della teoria marxiana. Bernstein arrivò a confutare la scientificità procedurale e contestò, proprio dal punto di vista teorico del materialismo storico, il salto logico delle finalità ineluttabili, indicate da Marx, quali la necessaria rivoluzione e la dittatura del proletariato.

Individuò in questo processo d’analisi la pesante influenza dell’idealismo hegeliano come “lo spirito finalistico della storia” che inficiava alla radice l’essenza e il metodo scientifico dell’opera marxiana, poiché la natura e la storia, proprio secondo i parametri scientifici, non perseguono nessuno scopo, nessun fine predeterminato.

L’opera, pur mantenendo lo spirito e l’afflato politico tipicamente marxista, fu duramente avversata da tutta l’ala sinistra del movimento dei lavoratori che non voleva rinunciare tout court all’obiettivo della rivoluzione, considerandola un passaggio strategico irrinunciabile per la conquista del potere.

L’epiteto revisionista, da questo momento assunse il significato di traditore, non solo della dottrina marxista, ma di tutta la classe del proletariato. Non si entrò in merito alla più o meno dimostrabilità della scientificità della teoria, ma l’aver prospettato, a causa delle mutate condizioni sociali, il non necessario o non praticabile sbocco rivoluzionario violento, fu accusato di tradimento e considerato lui e i suoi seguaci social democratici, alla pari dei conservatori borghesi, come i peggiori nemici dei veri rivoluzionari.

Si produsse un atteggiamento politico, forse non nuovo, per cui l’ala più a sinistra, gli ortodossi, i detentori della verità sedicente scientifica e rivoluzionaria, potevano difficilmente stringere accordi e alleanze politiche con coloro che ritenevano traditori o agenti di ideologie borghesi all’interno del movimento proletario.

Questo atteggiamento accompagnò i partiti di sinistra per tutto il ‘900, producendo degli effetti a volte paradossali, ma per lo più tragici. Il movimento marxista che nacque da uno sforzo culturale di critica e analisi della situazione reale, anzi uno dei primi testi dell’opera marxiana fu appunto “Per la Critica all’Economia Politica”, giunto a maturità non seppe gestire il confronto critico al suo interno trasformando le critiche e controcritiche in lotte feroci e anatemi, scomuniche e richieste di abiure, espulsioni ed eliminazione fisica degli avversari.

Uno degli aspetti più paradossali si manifestò quasi subito con la pubblicazione da parte di Bernstein della sua opera “I Presupposti del Socialismo e i Compiti della Social Democrazia”. Karl Kautsky uno dei massimi esponenti della social democrazia tedesca, che già era stato segretario per alcuni anni di Engels, confutò sul filo di un’interpretazione rigorosamente ortodossa, la tesi di Bernstein, riconoscendo nel fine rivoluzionario il momento topico individuato dal materialismo storico del processo di riscatto della classe proletaria, ricevendo anche il plauso di Lenin, che lo definì la ‘mente più fine di tutto il movimento rivoluzionario’.

Qualche anno più tardi, proprio con lo stesso rigore filologico e politico, criticò, anzi disse che sarebbe stato un grave errore tattico promuovere una rivoluzione in Russia, fortemente voluta e perseguita da Lenin, perché secondo la teoria (scientifica) marxista, il processo rivoluzionario comunista sarebbe dovuto scaturire a causa della crisi irreversibile di un capitalismo maturo e in un tessuto sociale in cui i valori borghesi sarebbero stati inadeguati a produrre un suo cambiamento.

La situazione in Russia nel ‘17, invece, presentava un livello di industrializzazione ancora arretrato, ma soprattutto l’inesistenza in pratica di una classe borghese che avesse già espletato il suo ruolo storico di acquisizione dei valori democratici. In questa visione, quasi darwiniana dei processi sociali, per cui i salti di evoluzione non erano previsti, Kautsky sosteneva che forzare per una rivoluzione comunista in questo contesto, avrebbe portato a delle gravi distorsioni nella prassi con l’istaurazione non di una dittatura del proletariato, quindi della maggioranza, ma di una dittatura di un partito che si autoproclamava di diritto guida della classe operaia e di tutto il popolo.

Ma lì, in Russia, il popolo era prevalentemente contadino, anzi servo della gleba, e la classe borghese era inadeguata e arretrata culturalmente per cui innescare un processo rivoluzionario comunista in quella situazione sarebbe stato di grave pregiudizio per le forme di democrazia basilari, ma soprattutto vedeva con estrema preoccupazione l’evoluzione di una lotta fratricida tra le diverse correnti socialiste e l’istaurazione di un regime che si sarebbe retto sul terrore e sulla violenza.

La risposta di Lenin non si fece attendere e definì Kautsky, l’ex ‘mente più fine di tutto il movimento rivoluzionario’ un rinnegato. Anche il lessico usato non era male!, confermando nella teoria e nella prassi, forte di una loro presunta scientificità metodologica, l’impostazione e l’imposizione di una ‘verità’ che non poteva essere messa in discussione, procurando un vulnus che accompagnerà tutta la sinistra di stampo marxista per tutto il secolo XX.

Questo conflitto teorico fu, a parer mio, la prima vera crisi del pensiero marxista che mise a nudo la più grande contraddizione tra esigenze di libertà e democrazia da un lato e processo per una società socialista dall’altro. Liquidare Kautsky declassandolo a rango di rinnegato annoverandolo tra i peggiori nemici del socialismo al pari dei capitalisti più reazionari e al contempo portare al successo la Rivoluzione d’Ottobre produsse un’egemonia così assoluta su tutto il movimento comunista che ne inibì le capacità di critica.

Si rese così impossibile a tutto il movimento comunista europeo, ai suoi leader, ai suoi intellettuali organici ormai fagocitati culturalmente di affrontare criticamente anche quei passaggi tragici che di lì a poco travolsero l’Europa, con l’avvento del fascismo e del nazismo. La teoria aberrante del social fascismo disarmò e divise le forze democratiche e di sinistra che non seppero contrapporre un’ efficace risposta programmatica unitaria alle forze populiste – reazionarie che, sull’onda della pesante crisi economica, seppero attrarre, con le loro proposte demagogiche, le speranze frustrate di gran parte della popolazione.

Anche la stessa Unione Sovietica fu vittima della deficienza di critica che attanagliò il Partito Comunista, peraltro prevista da Kautsky e fu travolta dalle purghe e dai processi staliniani che decimarono la vecchia dirigenza bolscevica. Tutto il movimento comunista europeo, schiacciato nella venerazione fideistica della Russia e del suo capo dovette digerire, accecato dalla visione scientista del processo rivoluzionario in atto, l’eliminazione e la deportazione di milioni di kulaki nel ‘27, l’eliminazione fisica degli anarchici in Spagna nel ’36, gli accordi Molotov – Ribentroff per la spartizione della Polonia, l’assassinio di Trotsky in Messico, l’invasione dell’Ungheria nel ’56 e quella della Cecoslovacchia nel ‘68, derubricandoli, solo posteriormente, a degenerazioni di visioni politiche personali dei leader politici, che d’altra parte erano stati dapprima osannati come fulgidi esempi rivoluzionari come Stalin, Mao e Fidel.

Il ‘Che’ per sua fortuna, da questo punto di vista, morì prima che la sua immagine venisse corrotta dallo sviluppo inesorabile della Storia e può essere annoverato romanticamente come uno dei miti che emoziona ogni militante di sinistra.

intanto è cambiato il mondo

Questo breve e schematico escursus storico sulla sinistra del ‘900 è a sostegno della tesi che, ancora oggi, i movimenti progressisti con radici marxiste abbiano interiorizzato un modus operandi che risente sia della presunta scientificità del metodo d’analisi sia dello spirito finalistico idealista delle sue origini che ne pregiudica nella prassi politica un’efficace azione di governo e/o di contrasto ai populismi e sovranisti dilaganti in questa fase storica di profonda crisi economica.

Il successo di consenso nella fase dell’”Ulivo” prodiano con la sua conclusione renziana del nostro recentissimo passato parrebbe contraddire questa tesi, ma è una contraddizione solo apparente. Entrambi i leader non sono di estrazione comunista, ma entrambi sono stati fatti fuori dalla fronda di provenienza marxista: il primo dal velleitarismo di un Bertinotti e di un Diliberto ecc. mentre il secondo da una logica di potere e di controllo sul partito della frazione dalemiana e bersaniana.

È diventata quindi una necessità storica per la sinistra elaborare nuovi e più adeguati parametri interpretativi dei fenomeni socio economici della società. Non è sufficiente, come hanno fatto alcuni dirigenti degli ex partiti comunisti dichiararsi “non più marxisti” o addirittura di non esserlo mai stati (sic!), ne affermare che il mondo è cambiato (bella scoperta!) e gli schemi interpretativi del marxismo non sono oggi più validi.

Lo vediamo tutti che i criteri classici derivati dal marxismo, anche quelli più edulcorati, sono risultati inefficaci sia nell’elaborazione teorica, se mai ne esistesse ancora una, sia nella prassi politica quotidiana. Abbiamo anche visto che interpretare i processi storici reali attraverso i rigidi parametri di una razionalità scientifica dogmatica sia del tutto insufficiente, a meno che non si tenga conto anche di tutta quella componente irrazionale e emozionale che è parte integrante nella dinamica dei fenomeni sociali.

È emerso con tutta evidenza la divaricazione tra verità percepita e realtà oggettiva. Si vedano i fenomeni come l’immigrazione da una parte e bisogno di sicurezza dall’altra.
I partiti di sinistra, in Italia come in Europa, che hanno tentato di affrontare queste problematiche all’interno di analisi fortemente caratterizzate da criteri razionali, i numeri, le statistiche, i confronti percentuali ecc., hanno ottenuto, in termini di consenso, risultati alquanto deludenti se non addirittura mortificanti.

In questa fase storica, come in tutte le fasi di forte crisi economica, l’opinione pubblica è molto più sensibile alle proposte che plachino le sue ansie, che appaghino le sue emotività e sono poco disponibili a seguire coloro, che secondo logica, chiedono uno sforzo interpretativo razionale. Si dice giustamente che la storia non si ripete mai uguale a se stessa, ma l’analogia con l’Italia degli anni ’20-‘22 e la Germania del ’30-’33 è fin troppo evidente e preoccupante. Il tempo degli sforzi è finito, la via della complessità e dell’articolazione della politica non è più percorribile. La semplificazione e la demagogia sono vincenti!

Ed è questo il grosso problema: irrigidirsi su una scientificità inesistente, con un approccio razionalistico schematico o dogmatico non ci permetterà di interpretare correttamente le dinamiche oggettive della società specialmente in questa fase di trasformazione paradigmatica. Nessuno, o molto pochi, nella sinistra usa ancora i modelli interpretativi conseguenti dalla teoria marxista, ma ugualmente ne siamo inconsapevolmente vincolati non avendo elaborato nessun’altra teoria applicabile alla società post industriale.

Tralasciando le pesanti contraddizioni tra libertà, democrazia e processo per una società più giusta (socialista si sarebbe detto) che hanno colpito tutti i movimenti comunisti nel ‘900, la contraddizione più grande, quella che porrà forse fine all’interpretazione marxista (pseudo scientifica) della società e delle sue prospettive evolutive è quella della sua radicale trasformazione economica e sociale non contemplata né prevista con i paradigmi del materialismo storico.

La teoria classica (marxista) faceva riferimento ad un processo d’industrializzazione costantemente accelerato fino alla sua implosione in una crisi che avrebbe decretato la fine del sistema capitalistico; identico discorso per la classe operaia che sarebbe di conseguenza aumentata numericamente diventando realmente maggioritaria legittimando di fatto il suo ruolo dirigente nella presa del potere o per via democratica conquistando la maggioranza nelle assemblee legislative, o per via rivoluzionaria se ogni altra via le fosse preclusa.

Per tutta la prima parte del ‘900 e forse fino alla fine degli anni ’60, le dinamiche socio economiche, da questo punto di vista, si sono sviluppate grosso modo secondo questo schema; successivamente le cose sono andate ben diversamente. L’inizio di una rivoluzione tecnologica, l’emergere di nuove potenze economiche fino allora ai margini dell’economia mondiale, la delocalizzazione industriale verso paesi che garantivano redditi più alti, l’attenuarsi della guerra fredda e la conseguente implosione del blocco sovietico, la globalizzazione ecc. hanno innescato, in occidente, un processo di deindustrializzazione via via sempre più accelerato trasformando in profondità la classe operaia, riducendola drasticamente di numero e frazionandola in piccole unità produttive e trasformandone una grossa porzione in ceto medio. La grande industria, base logistica fondamentale per il processo rivoluzionario non esiste più come non esiste più la sua diretta emanazione sociale, il proletariato.

L’equazione matematica espressa dal materialismo storico sulle leggi naturali e necessarie dello sviluppo sociale, che tanta certezza dettero a tutti i sostenitori del pensiero marxista, non trova una soluzione per via di tutte quelle variabili che la sua radice finalista e idealista non poteva prevedere. Forse sarebbe opportuno riprendere quei valori caratteristici del pensiero sociale della sinistra e ricollocarli nella loro prospettiva di etica laica come la tolleranza, l’uguaglianza, la giustizia, la cultura ecc., ma prima bisogna fare definitivamente i conti col proprio passato.
 

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Info su Alvaro Ricotti

Sono nato nel 1949 e faccio parte della generazione del Molinari; ho militato in AO dalle origini fino al suo scioglimento. Ho fatto filosofia alla statale e insegnato in una scuola professionale regionale fino all' 89. Ho quindi fondato una agenzia di fotogiornalismo poi ceduta nel '97. Mi sono trasferito ad Imperia dove ho aperto un negozio di mobili etnici antichi che importo direttamente dall'India, Indonesia e Thailandia. Nonostante abbia superato i 70 continuo nella mia attività. Ho due figlie laureate in lingue in Inghilterra. Arianna di 33 anni è stata candidata nelle liste di Sala, la piccola Aurora insegna spagnolo a Londra. sono iscritto al PD dal 2008 e partecipo attivamente alla vita del Circolo di Imperia.
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4 risposte a il marxismo ha fatto flop – di Alvaro Ricotti

  1. Ennio Abate scrive:

    Caro Claudio,

    "le solite" potrebbero essere anche le riflessioni tue e di questi tuoi amici non solo le mie. Non ho invitato nessuno " a stare zitto perché non è all’altezza".  Certo, sono stato sbrigativo, come lo sei tu adesso nel replicarmi. Ed è evidente (per me e te) il motivo: si tratta di due linee di pensiero contrapposte  e oggi ancora più incomunicabili di ieri.  Incollando il testo di Fortini non ho voluto sommergere nessuno "di cose scritte da altri". Ho voluto segnalare anche a te e ai tuoi  amici l'altro "continente" che non è stato liquidato sol perché a voi non piace più.   I frutti della "mia testa" stanno anche in questo copia/incolla del testo di Fortini ma ce ne sono tanti altri e sai dove puoi trovarli. 

    P.s.
    Se troverò il tempo, analizzerò e criticherò in  dettaglio la tua revisione del passato (tuo e mio) comunista. A rivederci. 
     

  2. Ennio Abate scrive:

    Sinceramente trovo penoso e infantile prendersela con Marx. Sarebbe più onesto dire che abbiamo fatto flop noi.
    E la lunghezza e verbosità della riflessione è una prova in più di un pe nsiero che gira a vuoto.
    Sul marxismo come scienza le cose più lucide in breve e onestamente militanti restano queste:
     
    1983 Fortini voce marxismo in “Non solo oggi”

    Fortini certo nel lontanissimo 1983 scrivendo la voce ‘MARXISMO’:
    Quelli che hanno la mia età Marx l’hanno letto alla luce delle nostre guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi, del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. «E tu come li chiami i popoli oppressi o uccisi in nome di Marx?», mi si chiederà ora; forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo. Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut … I cacciatori di «bestie marxiste» (cosi si esprimono) devono sempre aver avuto difficoltà ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano, marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi via.
    Mi spiegherò meglio, per loro beneficio. C’è una foto russa, del tempo della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli, cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall’arrn i fucili dello zar. Questo è marxismo. C’è un’altra foto, Varsavia 1956, un giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata folla operaia che il giorno dopo l’Armata rossa, come a Budapest, può volerli morti o deportati. Anche questo è marxismo. Con chi queste cose dice di non capirle, di marxismo è meglio non parlare neanche.
    Un certo numero di italiani miei coetanei sparve anzitempo dalla faccia della terra, combattendo borghesi e fascisti. Grazie a loro se le forze dell’ordine volessero perquisirmi, potrei mostrare che sui miei scaffali invecchiano le opere di Marx, di Lenin e di Mao, senza temere, ancora, di venire trascinato alla tortura e alla fossa com’è accaduto e ogni giorno accade a poche ore di aereo da casa nostra. Dieci o quindici anni fa poco è mancato che la civica arena o il catino di San Siro non accogliessero, come lo stadio di Santiago del Cile, le «bestie marxiste». So chi mi avrebbe aiutato, in quel caso: non sarebbero stati davvero quelli che mi conoscono perché hanno letto i miei libri. E ora approfitto di queste righe per salutare Alaide Foppa, mia collega di letteratura italiana a Città di Messico. La conobbi anni fa. In questi giorni ho saputo chi l’ha ammazzata, in Guatemala. Anche questo è marxismo.
    Cominciai nel 1940 col «Manifesto», per consiglio di Giacomo Noventa e Giampiero Carocci; senza alcun entusiasmo. Capii poi qualcosa da Tročkij e Sorel. Durante la guerra vissi in fanteria un buon corso di marxismo pratico. A Zurigo, nell’inverno 1943-44, non so quanti libri lessi, riassunsi e annotai, che parlavano di socialismo e di materialismo storico. Si faceva fuoco di ogni frasca, allora. Un opuscolo in francese, ricordo, mi fu molto utile; l’aveva scritto un tale che firmava con lo pseudonimo, seppi poi, di Saragat. L’apprendistato comprendeva testi anche troppo disparati: Malraux e Rosselli, Victor Serge e Silone, Mondolfo e Eluard …
    A guerra finita vennero letture meno selvagge: le opere storiche («Le lotte di classe in Francia»,« Il diciotto brumaio», «La guerra civile in Francia»), parte della «Sacra famiglia, i primi capitoli, splendidi di genio e forza sintetica, della «Ideologia tedesca, i due volumi del primo libro del «Capitale»: e a partire dal 1949 quei «Manoscritti economico-filosofici» del 1844 oggi tanto derisi e che mai hanno cessato di stupirmi per la loro capacità di guidarci da Hegel fino
    ai giorni che ancora ci aspettano; e di dirci parole di incredibile attualità. E altro ancora.
    Dopo vent’anni di diatribe storico-filologiche sul primo e il secondo Marx; dopo Lukàcs e Sartre, Bloch e Sohn-Rethel, Adorno e Althusser, Mao e gli amici torinesi di «Quaderni rossi», a quelle pagine non ho più sentito il bisogno di tornare se non nei termini di cui parla Brecht in una poesia intitolata, appunto, «Il pensiero nelle opere dei classici»:
    Non si cura
    che tu già lo conosca; gli basta
    che tu l’abbia dimenticato …
    senza l’insegnamento
    di chi ieri ancora non sapeva
    perderebbe presto la sua forza rapido decadendo.
    Non stiamo commemorando la nostra giovinezza. Anche se fondamentale, quel pensiero non è se non un passaggio dell’ininterrotto processo che porta da luce a oscurità poi ad altra luce, e dal credere di sapere al sapere di credere. Se ne compone (come quella di chiunque) la nostra esistenza. O per la gioia dei più sciocchi dovremmo ripetere qual che ci sembra di aver detto sempre e cioè di non aver creduto mai che il pensiero di Marx potesse fungere da chiave interpretativa del mondo più o meglio di quanto lo faccia, ad esempio, la poesia dell’ Alighieri? Una educazione alla storia ci faceva almeno intravvedere quel che era stato detto e fatto ben prima e sarebbe stato detto e patito molto dopo di noi.
    Quando, per l’Italia, almeno dal 1900, data del libro di Croce, ci viene ogni qualche anno ripetuto che quella di Marx è filosofia superata, non ho difficoltà ad ammetterlo; sebbene subito dopo domandi che cosa significa superare la filosofia di PIatone o di Kant. Quando ci viene spiegato che la teoria marxiana del valore o quella sulla caduta tendenziale del saggio di profitto sono manifestamente errate, non ho difficoltà ad ammetterlo; anche perché mai l’ho impiegata per capire come vadano le cose di questo mondo. Quando mi si dimostra che l’idea, certo marxiana, di un passaggio dalla preistoria umana alla storia mediante la fine della proprietà privata, dello Stato e del lavoro alienato, si fonda su di una antropologia fallace e senz’altro smentita dai «socialismi reali», apertamente lo riconosco; anche perché ho sempre attribuita la figura d’un pro-
    gresso illimitato all’errore che afferma la indefinita perfettibilità dell’uomo, un errore illuministico-borghese che Marx ebbe a ereditare.
    Ma quando mi si dice che la teoria delle ideologie è falsa, che la lotta delle classi è una favola e che il socialismo è una utopia senza neanche l’utilità pragmatica delle utopie, chiedo allora un supplemento di istruttoria. Primo, perché il pensiero epistemologico contemporaneo, dalla critica psicanalitica del
    soggetto fino alla semiologia, conferma la fine d’ogni immediata coerenza fra parola, coscienza e realtà, come fra mondo e concezioni del mondo; secondo, perché a tutt’oggi è difficile negare – e lo si sapeva ben prima di Marx -l’esistenza di ininterrotti conflitti di interessi tra gruppi umani per il possesso dei mezzi di produzione e la ripartizione del prodotto sociale; conflitti determinati dai modi del produrre e determinanti l’assetto, o lo sconvolgimento, dell’intera società. Per quanto è del terzo ed ultimo punto, convengo volentieri che esso rinvia ad una persuasione indimostrabile.
    La volontà di eguaglianza e giustizia pertiene alla politica solo grazie alla mediazione dell’ etica e della religione. Marx non ne ha data nessuna ragione migliore. Indipendentemente da ogni mito perfezionista, credo si debba continuare a volere (un volere che implica lotta) una sempre più sapiente gestione delle conoscenze e delle esistenze. Il «sogno di una cosa» è la realizzata capacità dei singoli e delle collettività di operare sul rapporto fra necessità e libertà, fra destino e scelta, fra tempo e attimo.
    Il movimento socialista e comunista si è fondato per cent’anni su quel che si chiamava l’insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l’idea che il passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, della industrializzazione e della crescita della classe operaia; e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi di verità e di errore si è legato il «socialismo reale». Oggi gli esiti del passato ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non solo per cadute politiche, economiche o culturali né solo per costi umani; ma perché, anche al di fuori dei paesi comunisti, il «marxismo reale» ha accettato il quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia, etica della efficienza, sfruttamento dei più deboli. Sembrano falliti tutti i tentativi per uscire da questa logica: massimo quello cinese.
    Eppure, Bloch dice, non è stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L’eredità marxiana è divisa: una metà è la nostra, l’altra é dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa.
    Quanto alla mente geniale morta cent’ anni fa, è anche grazie ad essa che è stato ridimensionato il ruolo delle grandi personalità e dei loro sepolcri. Però ho visitato con commozione a Parigi il Muro dei Federati, a Nanchino la Terrazza della Pioggia di Fiori o dei Centomila Fucilati; mi fosse possibile, andrei a onorare i morti dei Gulag: sono tutti di una medesima parte, tuttavia parte; non ipocrita bacio tra vittime e carnefici. Marx ci ha infatti insegnato a capire una volta per sempre quale opera implacabile gli ignoti, gli infiniti vinti vincitori, compiano entro le società che preferirebbero ignorarli ed entro di noi; quali cunicoli scavino, quali fornelli di mina preparino anche in coloro che li odiano per aver voluto qualcosa che interi popoli oppressi continuano, morti e vivi, a volere.
    Tutta la storia umana, ci dice, deve essere ancora adempiuta interpretata, «salvata». E o lo sarà o non ci sarà più – sappiamo che è possibile – nessuna storia. O ti interpreti, ti oltrepassi, ti «salvi» o non sarai esistito mai.
    L’amico di Federico Engels non è stato davvero il primo a dircelo. L’ultimo sì. E meglio ancora ogni giorno lo dice, oscuro a se stesso, «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» («Ideologia tedesca», 1845-46, I, a). Anche questo è marxismo.
    1983
    (da F. Fortini, Non solo oggi, pagg. 145 – 149, Editori Riuniti, Roma 1991)
     
     

    • Claudio Cereda scrive:

      Quando ho visto comparire questo commento sul gruppo “ex di Avanguardia Operaia”, commento che inizia dando le bacchettate sulle dita ad Alvaro mi sono detto: siamo alle solite; uno si sforza di riflettere anche se non è il gemello nè di Engels nè di Ennio Abate e subito qualcuno lo invita a stare zitto perché non è all’altezza e lo sommerge di cose scritte da altri. Poi Ennio ha ritenuto opportuno incollare il suo Fortini anche qui e allora ci provo con un po’ di ironia.
      Ennio Abate non sa che Alvaro Ricotti non esiste e che quello che è stato qui pubblicato a suo nome è un inedito di Franco Fortini.
      Ci scusino sia Fortini sia Ennio Abate se cerchiamo di metterci la nostra testa invece di giocare al copia-incolla

  3. Sergio Brenna scrive:

    Può essere benissimo che l'analisi marxiana del rapporto economia/società non fosse "scientifica", ma neppure la visione iperliberistica dell'attuale pensiero economico mainstream lo è;
    La ricostruzione di Ricotti sulle tendenze della attuale produzione capitalistica è ancora più schematica di quella di Marx

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