la variabile mercato e il capitalismo – di Daniele Marini

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L'articolo di Alvaro Ricotti sul flop del marxismo contiene una analisi impegnativa, difficile considerarne tutti gli aspetti che sembrano coerenti, ma mi lascia un po’ deluso. Sulla scientificità dell’analisi marxista non ho mai insistito troppo, dati i miei studi scientifici ne vedevo i limiti metodologici. Sul fallimento se ne sono scritte e lette analisi di ogni tipo, e questa non mi sembra dica nulla di nuovo.

Quel che invece per me è nuovo, ma non trovo in questo scritto, nuovo nel senso che son giunto a coglierne il valore solo negli ultimi anni, riguarda una distinzione importante tra mercato e modo di produzione capitalistico. Il mercato è nato centinaia di anni prima del modo di produzione capitalistico dei beni.

Capitalismo e mercato si sono intrecciati quasi perfettamente con la rivoluzione industriale, e l’analisi di Marx ha avuto la capacità di mettere in luce l’assenza di perfezione in questo intreccio, evdente ad esempio nel principio delle crisi di sovrapproduzione. Nello stesso sistema pianificato sovietico l’incapacità di governare la produzione in funzione del mercato ne ha provocato il crollo finale.

il mercato è cambiato

Quando Ricotti ricorda che il mondo è cambiato mi sarebbe piaciuto che insistesse un poco di più a mettere in luce i cambiamenti. A mio giudizio il cambiamento principale degli ultimi anni ha riguardato il mercato, che è passato da mercato nazionali protetti a mercati sovranazionali parziali suddivisi in sfere di influenza. Da mercati protetti dalle varie forme dell’imperialismo ai mercati totalmente o quasi totalmente liberi dei nostri giorni. Si è passati dallo sfruttamento dei beni primari con il colonialismo e i suoi residui di influenza, ai mercati regolati con i “vassalli” degli USA, 

Naturalmente occorre capire che ciò è avvenuto in virtù dell’enorme avanzamento tecnologico che ha permesso la nascita dei mercati globali, principalmente la rivoluzione dei mezzi di comunicazione digitali e fisici.

Oggi la crisi principale riguarda proprio i mercati globalizzati, che si sono cercati di regolare con organismi sovranazionali come il World Trade Organization (WTO), la Organizzazione Mondiale per il Commercio. In questi mercati globali coesistono paesi con modi di produzione perfettamente capitalistici e altri con modi di produzione pre-capitalistici o a-capitalistici. pre- capitalistici come molti paesi africani e del Sud America, a- capitalistici come la Cina.

In molti paesi africani i modi di produzione appaiono capitalistici ma sono innervati da strutture sociali post coloniali. Per il Sud America anni fa si parlava di borghesia compradora per indicare la dipendenza culturale ed economica dall’imperialismo USA. In Cina (avanzo considerazioni poco più che intuitive perché non ne ho una conoscenza approfondita) troviamo un sistema parzialmente capitalistico e comunque fortemente regolato centralmente.

ragionare sui mercati per inventare strategie di sinistra

Tornando al punto che a me sembra centrale, limitarsi a una critica degli errori del marxismo più o meno scientifico non ci fa fare alcun passo avanti. Invece incominciare a guardare la autonomia e la vitalità del mercato globale potrebbe permettere di scorgere tendenze e opportunità per rilanciare politiche di sinistra.

Faccio un esempio: è indubbio che negli ultimi venti anni miliardi di persone sono uscite dalla miseria e dalla fame e si stanno affacciando a condizioni di relativo e progressivo benessere. Tutto ciò però è avvenuto, a mio giudizio, a parziale scapito delle condizioni di vita dei paesi già avanzati e che da tempo avevano raggiunto condizioni che permettevano di instaurare un sistema di benessere sociale diffuso e garantito.

La crisi del welfare nei paesi Europei in particolare è frutto delle delocalizzazioni e dell’entrata nel mercato di prodotti molto più competitivi prodotti da paesi in via di sviluppo. E’ anche frutto della incapacità del mercato di agire in modo efficace sulla tassazione dei profitti delle multinazionali (oltre che nel caso italiano sulla incapacità di garantire una tassazione equa e diffusa capillarmente senza evasioni sistemiche).

La crisi del welfare non può essere affrontata con le ricette della critica marxista al sistema di produzione capitalistico. Queste ricette hanno funzionato nell passato con la nascita dei movimenti sindacali e socialisti, con le cui lotte si sono progressivamente garantite condizioni di lavoro dignitose alla grande maggioranza dei lavoratori e delle loro famiglie. Se, come affermo, la crisi del welfare non è la crisi del modo di produzione capitalistico ma è una crisi indotta dalla costituzione dei mercati globali, emerge con tutta evidenza quale debba essere il ruolo di partiti e movimenti per cercare di governarli, questi mercati.

Nel contempo si è imposto con chiarezza il problema mondiale della crisi delle risorse, della crisi ambientale, del rispetto della natura. Questo è un tema che si è imposto da subito in una ottica mondiale, perché mondiale è il problema, essendo una la Terra. Occorrerebbe assumere la medesima ottica nel considerare la regolazione dei mercati, in assenza della quale nascerebbe un conflitto nell’intreccio tra sfruttamento della natura, modi di produzione e distribuzione dei beni primari e dei prodotti.

Peccato che le risposte politiche oscillino oggi tra una visione utopistica di declino felice da un lato e di chiusura sovranista dall’altro.

La visione declinista è utopica o forse meglio distopica (utopia negativa), e farebbe regredire i cittadini dei singoli paesi che decidessero seriamente di perseguirla a condizioni di vita molto più arretrate che nel vicino ’800. Oltre a ciò sarebbe comunque impraticabile in un solo paese dati gli intrecci ormai ineliminabili per le più diverse merci, per le tecnologie, per le ricerche scientifiche e tecniche.

L’articolazione sociale ed economica, la complessità dei beni dai più semplici ai più sofisticati, non può fare a meno di scambi internazionali che a loro volta sono frutto di progresso. Infine dietro alla visione declinista sta un rifiuto del progresso come motore dello sviluppo sociale ed umano. Ma vorrei aggiungere che il declinismo si propone anche come critica al modo di produzione capitalistico, ignorando che la vitalità di questo modo di produzione è costantemente innervata dalle scoperte scientifiche e invenzioni tecniche.

Non credo che il modo di produzione capitalistico possa mai andare in crisi, e questo forse è il maggiore fallimento della teoria marxista. Credo invece che esso sia la levatrice di ogni immaginabile forma di benessere sociale e del suo miglioramento. Ma in un mercato regolato.

La chiusura sovranista, di cui Trump è l’esponente non solo emblematico ma il più attivo, produce la distruzione dei mercati globali che, guarda un po’, apre il rischio di conflitti bellici mondiali. Mi piace ricordare che il passaggio dal conflitto tribale per la conquista di terre, prede di caccia, manufatti e persino donne per la riproduzione del gruppo, si è passato ad organizzazioni sociali più articolate in cui lo scambio commerciale ha sostituito la forza del furto diretto. Dal mito del Ratto delle Sabine si è passato all’impero romano, basato sì su conquiste militari, ma mantenuto dai commerci liberi tra le terre conquistate.

Non possiamo quindi tornare indietro e lasciare che i confini dei mercati siano delimitati dalle cannoniere, anche se in un quadro geopolitico vediamo stati che stanno riprendendo in mano questi metodi di scontro politico, e anche affiancando a una diplomazia quasi afasica guerre guerreggiate per procura nelle regioni più critiche per l’accaparramento del bene primario dell’energia.

E qui apro un’ultima parentesi: da Fisico so bene che la fonte di energia che risolverebbe gli innumerevoli problemi geopolitici per il controllo del petrolio e delle sue rotte (navali e terrestri nelle pipeline) sarebbe l’adozione diffusa dell’energia nucleare, purtroppo demonizzata e che invece richiederebbe sforzi tecnologici e di ricerca per renderla sempre più efficiente, sicura ed efficace. Non sono in grado di andare oltre in questa analisi, ma credo utile mettere in luce questo mio punto di vista.

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Info su Daniele Marini

Laureato in fisica nel 1972 si è sempre dedicato a ricerca e insegnamento di informatica all'Università di Milano. Inizialmente interessato ai fondamenti logici dell'informatica in seguito si è dedicato a ricerche in eidomatica (grafica e immagini digitali). Negli ultimi 15 anni ha avuto interesse in modelli computazionali della percezione visiva di cui si interessa tutt'ora nel campo delle fotografie astronomiche. Ha dedicato 10 anni al Consiglio Universitario Nazionale e al Senato Accademico contribuendo alla attuazione dei cicli didattici (in parte pentendosene). Ora in pensione, dedica i suoi interessi a studi di fluidodinamica computazionale, alla astrofotografia e astrofisica e alle innovazioni tecnologiche e ai loro effetti sui sistemi sociali.
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Una risposta a la variabile mercato e il capitalismo – di Daniele Marini

  1. Claudio Cereda scrive:

    E' vero, sul piano dell'oggi l'articolo di Alvaro non dice cose particolarmente originali e infatti lo scopo dell'articolo non era quello, ma piuttosto quello di esplicitare le ragioni del suo distacco da una ideologia politica che abbiamo praticato.
    Da punto di vista della autobiografia di ciascuno è importante fare il punto, in primo luogo verso sestessi. Ad un certo punto abbiamo cambiato opinione. Perché e come lo abbiamo fatto. fa parte delle storie pertsonali di ciascuno e io dirò la mia in uno specifico articolo. L'importante però è non cadere nella semplice rimozione, atteggiamento molto comune a sinistra: sì, vabbè, alcune di quelle cose erano sbagliate, tiremm innanz.
    Eh no, alcune di quelle cose sbagliate hanno creato tragedie e genocidi di dimensione mondiale e non basta sottolineare che anche il capitalismo ha avuto i suoi crimini perché senno ci risiamo con una sorta di primato intellettuale della sinistra che non va bene.
    I problemi che solleva Daniele sono grossi come una casa; lo ringrazio di averne puntualizzati alcuni. A me ne restano aperti molti altri e li cito nell'ordine in cui mi vengono in mente:
    1) è possibile una redistribuzione delle risorse e degli stili di vita basato su un allineamento alle condizioni dell'occidente sviluppato da parte dei paesi in via di sviluppo? Io penso di no. La via da perseguire è certamente quella dello sviluppo, della scienza e della tecnologia ma non credfiamo che quelli che stanno dall'altra parte accettino con tranquillità una specie di legge del contrappasso nelle condizioni di partenza. Se il sottosviluppo è figlio ed è stato figlio di forme di sfruttamento su scala mondiale è moralmente ineccepibile  che i popoli in via di sviluppo chiedano il conto ai paesi sottosviluppanti
    2) Cosa pensiamo della emergenza Islam come ideologia del riscatto planetario? Si tratta di un dato di realtà che, magari, non ci piace molto, ma cx'è. La Chiesa Cattolica nell'era di Bergoglio riuscirà a risalire la china?
    3) Cosa pensiamo della Cina? Daniele parla di sistema a-capitalistico. Io non mi accontento di una parola che rinvia a molto altro e mi interessa capire come mai i Cinesi, sul piano dello sviluppo, abbiano fatto di più e meglio dei sovietici nonostante partissero da una condizione di accumulazione capitalistica meno favorevole e avessero un accesso alle materie prime e alle risorse energetiche molto inferiore ai russi. Non mi basta dire che i cinesi erano e sono tanti. Forse, sul piano dei salti storici, i dirigenti comunisti cinesi sono stati più abili dei comunisti russi dei tempi di Lenin.
    4) Cosa pensiamo del terrorismo internazionale e della possibilità che possa fare da innesco a una guerra mondiale? Il terrorismo internazionale (oltre che sugli aiuti di chi li ha dati) ha trovato un terreno favorevole nelle diseguaglianze e nei fallimenti di borgehesie nazionali inadeguate (ricordiamoci dei movimenti anticolonialisti, dei non allineati, di Nasser, del socialismo panarabo, …).
    5) Cosa pensiamo delle differenze culturali profonde tra cultura europea, cultura anglosassone e cultura Yankee. E' obbligatorio sentirsi parte di un insieme unitario?. Io penso di no. Che conseguenze ne traiamo sul piano politico e su quello culturale?
    6) Cosa pensiamo della incapacità delle organizzazioni sovranazionali di assolvere il ruolo per cui sono nate (controversie internazionali, cultura, fame, salute, …).
    Di dubbi come questi ne ho almeno altrettanti e per questa ragione faccio un po' il minimalista e non me la sento di indicare una via

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