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perché è importante essere disposti a cambiare opinione — 7 commenti

  1. Una domanda molto terra terra che io farei a chi ha creduto nella realizzazione del comunismo è come sia stato possibile avere come modello Lenin – che mi pare fosse un faro per tutti o quasi i movimenti extraparlamentari di sinistra degli anni Settanta.

    Voglio dire: nel leninismo sono già presenti tutti i problemi che poi si sono presentati nei vari regimi comunisti (o socialisti) “reali”: mancanza di democrazia, dittatura della classe dirigente ristretta a un pugno d’uomini se non a un uomo solo, mancanza di libertà di espressione, opinione e associazione, mancanza della libertà di impresa e così via.

    I menscevichi, amici di Lenin nel Psd russo come Martov sono stati perseguitati, andati in esilio, perfino gli artisti erano sottoposti alla repressione (si era creato un regime di terrore), come denunciava Gorkij, chiedendo a Lenin qualche grazia. E già nel 1918-19 Rosa Luxemburg criticava in modo molto preciso e giusto i guasti dei primi anni post-17.

    (Sulle questioni teoriche riguardanti il marxismo, l’atteggiamento da tenere, secondo me, è quello di La Grassa, ossia correggere e criticare come insufficiente e quindi ampliare, di certo Marx non va buttato, Marx è in gran parte da tenere come impianto imprescindibile di critica al capitalismo, il problema è la pars construens).

  2. “Bisogna essere disposti a cambiare opinione e a fare scelte conseguenti. Questo è il punto; ognuno alla sua maniera, ognuno con le sue conclusioni, l’importante è non farsi ingabbiare troppo dalla ideologia e dalla organizzazione entro cui si opera. Vale per la politica, vale per il lavoro, vale per la cultura.” (Cereda)
    Secondo me, sbagli a ridurre il problema dell’abbandono dell’ ”idea forza” del comunismo, a cui hai aderito in gioventù militando, come me ed altri, in Avanguardia Operaia, a un semplice o sano cambio di opinione. Non è così semplice e “logico”. Si tratta del cambio di una visione del mondo e andrebbe spiegata. Innanzitutto alla propria coscienza.
    Non è il cambiare idee che mi scandalizza ma il modo approssimativo con cui lo motivi.
    Faccio un esempio di un ex comunista approdato alla convinzione del fallimento del comunismo: Gianfranco La Grassa, di cui ho seguito il laborioso ripensamento. Ha abbandonato quell’idea ma ha scritto per decenni numerose opere in cui ha motivato le ragioni del suo passaggio dal PCI ad un marxismo-leninismo althusseriano, poi ad una revisione del pensiero di Marx (“Ripensare Marx”) e poi alla dichiarazione dell’insufficienza di Marx (e non solo del marxismo) per cercare un’altra via, che sostituirebbe la lotta di classe borghesia-proletariato con un conflitto tra visioni strategiche, secondo me con coloriture nicciane e geopolitiche.
    Ha cioè motivato a fondo il suo “cambio di opinione”. Ha dichiarato la fine di ogni prospettiva comunista, Tu invece con troppa disinvoltura scrivi: “Dice qualcuno: ma le ingiustizie esistono ancora, le contraddizioni esistono ancora, i paesi sviluppati drenano risorse da quelli più poveri, ma ricchi di materie prime. Tutto vero. Ne discende l’importanza di una democrazia solidale.”
    E non t’accorgi di dirlo in un momento in cui essa è davvero agonizzante! Esalti la tua “’opzione antidogmatica”, che ti verrebbe dalla “consuetudine allo studio critico della scienza e in particolare della fisica e della matematica”. E non t’accorgi che la storia non pare più seguire una logica e non è leggibile con la logica razionale.
    Proprio oggi è morto Habermas e leggo su LPLC parole di una sua allieva italiana che danno un quadro tragico e “illogico” della storia umana:
    “ [La notizia della morte di Habermas è arrivata]mentre il cielo sopra Teheran fiammeggia e le colonne di fumo si allargano sempre più nere, Trump minaccia attacchi non solo alle infrastrutture militari ma anche a quelle petrolifere, Israele pianifica l’operazione di terra in Libano. Jürgen Habermas, uno dei più grandi filosofi del Ventesimo e Ventunesimo secolo, lascia questo mondo sull’orlo della catastrofe inaudita di una terza guerra mondiale. Aveva 96 anni. Certo una buona età per andarsene, al termine di una vita vissuta, e esaminata, in un modo che non possiamo che invidiare. La tentazione è di raffiguracelo, oggi, come un Titano della ragione, sconfitto infine dopo una lunghissima battaglia dagli dei dell’irrazionalità più violenta e distruttrice, quella del profitto del Capitale e della sovranità nazionalistica più imperialistica e retrograda. Se ne va, con lui, potrebbe sembrarci, l’ultimo luccichio di Illuminismo, la speranza che i conflitti possano essere risolti se non proprio con la forza dell’argomento migliore, almeno con gli sforzi della diplomazia e di una ragione strumentale che non ha reciso completamente la sua radice di umanità.”
    ( https://www.leparoleelecose.it/ach-habermas/ )

    • Ennio Abate l’abbandono del comunismo non è stato un semplice cambio di opinione. Si tratta di un giudizio di tipo storico che non ho emesso io ma è la storia del comunismo ad averlo emesso con l’autoritarismo, con l’autoritarismo connaturato, con il dispotismo, i milioni di morti.
      Diverso se vuoi è stato invece l’abbandono del socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale.
      Tra i nostri io sono uno di quelli che ci ha riflettuto e ci ha scritto altri che ci accusarono di derive verso il PC ci sono poi approdati dopo aver gestito il fallimento di democrazia proletaria.

      • Claudio Cereda Non esiste alcun tribunale della storia che avrebbe ratificato per sempre la “morte del comunismo”. E neppure la “storia del comunismo” ha emesso questo verdetto. Né gli oppressi o i movimenti che dall’oppressione nascono hanno tenuto mai conto di simili verdetti. Noi stessi di Avanguardia Operaia, pur venendo dopo lo stalinismo – (non era “morte del comunismo” quella sua imbalsamazione dottrinaria e autoritaria?) – non accettammo quel verdetto, accolto invece dai PCI con qualche rimaneggiamento “progressivo”.
        Avevamo fiducia nel futuro, nel possibile e avevamo la capacità di accogliere le spinte di mutamento di settori vivi della società. E siamo stati a nostra volta sconfitti. Abbiamo riflettuto sulla sconfitta e l’abbiamo dovuto farlo purtroppo nella condizione degli sconfitti. E siamo divisi tra quanti – come te e altri – hanno abbandonato “il socialismo in senso marxiano a favore di un socialismo molto temperato in senso liberale” e quanti continuano – come me e altri – a “proteggere le nostre verità” (Fortini) comuniste, pur sapendo che sono state sconfitte o che – come ho scritto in un tentativo di discussione su Poliscritture il comunismo è nel buio. Mentre tanti altri hanno del tutto abbandonato ogni riflessione o discussione. Chi ha ragione? Chi ha torto? Nessuno lo può dire.
        Le accuse reciproche (“traditori”, “utopisti”) sono sterili e fuorvianti. Non basta “credere” nel comunismo per realizzarlo. Non basta “credere” nella “democrazia solidale” o in un “socialismo molto temperato” per realizzarlo. Sono entrambe posizioni che tentano di affermare a parole il proprio valore. Ma ad entrambe manca “qualcosa”, che non sappiamo oggi nominare. Quella “aderenza alla realtà in trasformazione” (o teoria?) che le faccia passare da credenza o fede o quasi fede, non dico a scienza ma a discorso capace di fronteggiare la tragedia delle guerre in corso? Solo chi riuscirà a nominare (anche solo in parte) questo ignoto “qualcosa” potrà forse tornare a dire: “abbiamo ragione noi”.

        • Ennio Abate Come sempre, caro Ennio, fai riflettere. Voglio però sottolineare il fatto che l'”adesione in gioventù” al comunismo per alcuni (non nati in ambiente comunista) segue, non precede il desiderio di giustizia sociale. Si presenta – per alcuni – come adesione strumentale, originata da una esigenza di radicalismo, ovvero di ricerca delle radici dell’ingiustizia (radici sociali, perché su quelle psicologiche hanno già discusso Freud ed Einstein).

          Personalmente il mio radicalismo è passato da una ideologia democraticista ad una post-conciliare, poi socialista e comunista, solo in seguito divenuta migliorista e solidamente riformista (ed ora? Ahimé, tutto vacilla…). Il mio desiderio di giustizia ha origine più che dalle origini familiari modeste (ma resilienti), dalla conoscenza del quartiere (soffitte e cantine) e dagli odiosi eventi internazionali.

          Via via ognuna di queste “interpretazioni”, di teorie, non bastava a rendere efficace una prassi, per cui si diventa (o almeno io divento) eclettici senza essere schizofrenicamente sincretici.

          Così il marxismo, per me: da guida della prassi (ma la teoria del valore non funzionava, né l’idea di scienze e tecnologia come lavoro morto…), a studioso del surplus (Sweezy), ad essere autoconvinto di avere in mano una Scienza della Storia (Althusser prima dell’uxoricidio), affascinato e spaventato dalla Cina…

          In sintesi, per farla breve: ci vuole davvero un grande lavorio interno per abbandonare il marxismo come teoria, conservandone il desiderio di liberazione?

  3. Cambiare idea è una necessità. Non si può restare tolemaici per sempre. Più faticoso è ritrovare quali siano dentro sé stessi i semi che fanno riconoscere nel proprio percorso ciò che è ancora ragione di vita. A volte non si ritrovano, questi semi. Altre non si cercano. Ma se la Storia va veloce, la nostra storia personale è più breve di quel che sembra, è un soffio, per cui a volte questi semi, germogliati, hanno ancora un senso, a volte anche un significato.

    • Caro Furio,
      penso che – in questi anni che ci restano da vivere – dobbiamo continuare a fare il massimo di chiarezza possibile, e con gli strumenti che avevamo o ci siamo costruiti strada facendo, sulle singole tappe del nostro percorso intellettuale-emotivo-teorico.
      Sì, a me sembra che è proprio necessario “un grande lavorio” – interno e sui dati esterni (documenti già raccolti o ancora reperibili, come fai tu testardamente col tuo sito “Quelli del ‘68”) – per meglio motivare sia l’adesione che il successivo abbandono del marxismo come teoria. Perché questa operazione è difficile (e a tratti angosciosa) essendo la nostra stessa memoria “ingannatrice”. Indagare a fondo tra le sue pieghe richiede molto coraggio. Mi è rimasto impresso – (e vedo anche ad altri, ad esempio a Raffaele Simone, che vi accenna nel suo “La vita anteriore” e non ha – ni pare – i nostri problemi di “militanza”) quel che scriveva Emily Dickinson:

      , «Quando spolveri il sacro ripostiglio/ che chiamiamo “memoria”/scegli una scopa molto rispettosa/ e fallo in gran silenzio./Sarà un lavoro pieno di sorprese -/ oltre all’identità/ potrebbe darsi/ che altri interlocutori si presentino -/ Di quel regno la polvere è silente -/ sfidarla non conviene -/ tu non puoi sopraffarla – invece lei/ può ammutolire te»

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