1974-1976: la parabola di AO

Non sapevo qual'era il tuo nome
neanche il mio potevo dir
il tuo nome di battaglia era Pinin
ed io ero Sandokan.

Eravam tutti pronti a morire
ma della morte noi mai parlavam
parlavamo del futuro
se il destino ci allontana
il ricordo di quei giorni
sempre uniti ci terrà

Sono due strofe della canzone di Armando Trovajoli che fa da tormentone a c'eravamo tanto amati di Ettore Scola. Me lo sono rivista stamattina e mi ha dato la forza per terminare il pezzo della autobiografia più difficile da scrivere (insieme a quello sulla storia di mio padre), quello di c'eravamo tanto amati; chi siamo stati:  Gianni, Antonio o Nicola; il marpione, il proletario dalla fede indistruttibile o l'intellettuale sognatore, o forse tutti e tre insieme?


Gianni: Certo che la nostra generazione ha fatto proprio schifo.

Nicola: Piuttosto che inseguire un'improbabile felicità è meglio preparare qualche piacevole ricordo per il futuro.

Antonio: Quando si rischia la vita con qualcuno ci rimani sempre attaccato come se il pericolo non fosse passato mai.

Nicola: Credevamo di cambiare il mondo invece il mondo ha cambiato a noi.

Antonio: 306 seggi [della DC], e chi se lo poteva immaginare?
Gianni: Ti devo dire una cosa.
Antonio: E che me vòi di', lo so! Abbiamo sottovalutato un sacco di fattori che hanno concorso a mettercelo nel chiccherone: i soldi americani, la paura di Stalin, i preti, le monache, le madonne piangenti, la paura dell'inferno…
Gianni: Io e Luciana ci vogliamo bene. È questo che ti volevo dire.
Antonio: Ci vogliamo bene… in… che senso?
Gianni: Ci amiamo


Il periodo che mi vide operare dentro il gruppo dirigente di una organizzazione della sinistra rivoluzionaria è il più difficile da raccontare perché, da allora, sono cambiato molto ed è stata la riflessione su quella esperienza a determinare la radicalità del cambiamento: non più rivoluzionario, non più comunista, non più fiducioso come una volta, nella possibilità che le cose si possano cambiare attraverso l'impegno nella lotta politica.

Più attento ai cambiamenti che vengono da lontano, che procedono lentamente e che determinano certe scelte di vita nelle persone, come quelli che si determinano nella scuola. Ma sempre appassionato e disposto a giocarsi per le cose per cui vale la pena di vivere.

Il giudizio positivo che dò su quel periodo non riguarda la sola Avanguardia Operaia, ma tutti i movimenti e le organizzazioni che, dal 68 al 75 riuscirono a determinare innovazioni e trasformazioni sul piano del costume, un riassestamento dei rapporti sociali.a favore dei meno agiati, mutamenti nella legislazione e nelle istituzioni, cambiamenti nella Chiesa Cattolica e un generale spostamento a sinistra nel paese.

Penso alla fine dell'autoritarismo che governava le piccole e grandi istituzioni (dalla famiglia all'esercito), al contratto dei metalmeccanici del 69 cui seguirono tutti gli altri, alla affermazione dei diritti nelle fabbriche e nelle scuole, alle trasformazioni nella magistratura, alla abolizione dei manicomi, alla trasformazione delle carceri, alla democratizzazione nell'esercito e nei corpi di polizia, alla crisi del sindacalismo autonomo a favore di quello confederale, alla forte spinta verso l'unità sindacale. Tutte queste trasformazioni sono state opera nostra anche se, ovviamente, non solo nostra.

C'è stato un processo generale e generazionale che ha riguardato tutto il mondo occidentale e i paesi dell'est; poi c'è stata una particolarità italiana dentro la quale abbiamo operato noi che, dopo il 68, facemmo la scelta di andare nei gruppi.

Ho provato a rileggere alcuni dei documenti di allora e mi riesce difficile farlo perché rimango subito colpito sfavorevolmente dalla astrattezza di certe problematiche, del volersi ad ogni costo ritagliare un ruolo che in realtà non avevamo. Ho riletto con attenzione I senzaMao del mio direttore al Quotidiano dei Lavoratori, Silverio Corvisieri, soffermandomi in particolare sul suo intervento al IV congresso di Avanguardia Operaia, quello della trasformazione di AO in un partito, anche se allora era vietato chiamarlo così.

Silverio ha il pregio della brillantezza giornalistica anche quando tratta di cose pesanti come le disquisizioni intorno al centralismo democratico, al rapporto tra il partito e le masse, alla definizione di proletariato nel contesto dell'Italia degli anni 70. Ma non mi ci ritrovo.

Mi ha fatto tornare alla mente il tema della lotta rivoluzionaria per le riforme, una definizione di comodo che avevamo inventato per spiegare che eravamo per la rivoluzione socialista ma che, nel contesto dato, non era pensabile ragionare in termini di insurrezione. Avevamo il doppio problema di smarcarci dagli spontaneisti del tutto e subito e contemporaneamente dire che non ci piacevano, perché troppo istituzionali e codiste, le posizioni di quelli del giro del Manifesto-PDUP, i togliattiani di sinistra impegnati nel tentare di spostare a sinistra il partito comunista.

Mi pare interessante che si tratti di una questione che non interessa più a nessuno, a differenza dell'ottenimento di risultati di trasformazione degli assetti istituzionali. Anche io rimasi affascinato dalla idea di fare la rivoluzione attraverso riforme leggendo nell'estate del 68 un libro di Andreè Gorz, il socialismo difficile. Gorz era il vicedirettore di Les Temps Modernes, la rivista di Sartre.

Era la corrente dei riformisti rivoluzionari che rifiutavano l'esperienza del socialismo reale e vedevano in un movimento di massa in grado di imporre riforme strutturali il nuovo modo di arrivare al socialismo. In Italia, il maggiore esponente di questa linea di pensiero era Bruno Trentin (insieme a Lelio Basso) e si trattava di una delle tante correnti di pensiero di matrice luxembourghiana che giravano per l'Europa.

Lo discussi passo dopo passo con Oskian e Claudia che ne criticavano la insufficienza in nome del leninismo e, alla fine di quelle discussioni, decisi di entrare in AO: belle persone, alcune con una storia antica dentro il PCI, altre emergenti come Oskian o Randazzo, tutte decise a rifondare il comunismo passando da Lenin ma senza fare sconti all'URSS.

la crisi nel gruppo dirigente

Il mio impegno in AO caratterizzato da una serie progressiva di promozioni con crescenti assunzioni di responsabilità fu caratterizzato da due elementi:

  • bisognava crescere e rafforzarci perché i tempi della rivoluzione non dipendevano da noi, ma dipendeva da noi, arrivarci avendo risolto il problema della guida del processo rivoluzionario facendo emergere il partito attraverso un processo di scomposizione e ricomposizione nel quale, comunque, AO doveva giocare un ruolo principale
  • stavamo trasformandoci da gruppo semilocale a partito e ciò comportava un rafforzamento dell'impegno, il non farsi troppe domande, stringere i denti e allargarci; accettare di essere inviati in giro per l'Italia a gettare il seme, cedere i propri beni materiali alla organizzazione, rinunciare alla professione post laurea per i quadri del movimento di scienze.

E' questa la ragione per la quale, comportandomi come uno stronzo, lasciai passare un episodio come la radiazione/espulsione di Maurizio Bertasi, Flavio Crippa e Pietro Spotti e subìto dopo l'auto-allontanamento dal giornale di Silverio Corvisieri. Non c'era tempo, bisognava fare e così si finiva per non fare domande e nemmeno farsele. Per esempio dalla lettura dei senzaMao vedo che nella decisione di Silverio di lasciare il giornale e tornare a Roma c'erano sia elementi di logaramento personale sia l'emergere di preoccupazioni politiche per il processo che ci stava facendo avvicinare al PDUP e allontanare da Lotta Continua. Probabilmente il pezzo su Gioia di Vivere e Lotta di Classe fu il suo modo di lanciare un sasso.

Apparentemente tutto filava liscio ma il fuoco covava sotto la cenere e un pomeriggio, in una riunione di segreteria nazionale, Luigi Vinci richiese a freddo le dimissioni del segretario nazionale Aurelio Campi accusandolo di una gestione padronale del partito. Non ricordo se fosse la fine del 75 o l'inizio del 76 ma il fatto è di poco successivo all'allontanamento di Silverio dal Quotidiano.

Ho vissuto l'attacco ad Oskian come una autentica pugnalata e mi sono poi reso conto, dalle dinamiche in Ufficio Politico, che si trattava di un atto premeditato e preparato con cura in accordo con molti segretari regionali da Luigi che controllava l'apparato e l'organizzazione.

Così Avanguardia Operaia, in un momento in cui sarebbe servito il massimo di iniziativa politica e di unità interna, sia prima, sia dopo le elezioni del 76, fu invece vittima di una crisi al vertice tenuta lungamente segreta, ma che non le fece certamente bene.

Mi resi conto frequentando i gruppi dirigenti di AO e PDUP di quanto pesassero le miserie personali e quello fu il primo disvelamento del fatto che non basta credere nel comunismo e appellarsi ad esso per essere all'altezza del compito.

Con il IV congresso dell'ottobre 74 Avanguardia Operaia fece uno sforzo per guardare lontano, stare dentro i movimenti sociali ma contemporaneamente cercare di costruire una analisi della società italiana che facesse i conti con le caratteristiche dei due blocchi sociali che riscuotevano il consenso della gran massa degli italiani, ma una parte del gruppo dirigente storico trattò quel tenativo come una forma di liquidazionismo.

Il Comitato Centrale, con oltre 100 compagni, faticava a capire anche perchè le divergenze reali non venivano palesate. Fu così che dopo il risultato delle elezioni del giugno 76 si produsse lo sgretolamento, dapprima lento e poi clamoroso delle tre organizzazioni principali della sinistra rivoluzionaria che non erano riuscite ad essere una alternativa ed ora crollavano stritolate da un lato dal PCI e dall'altro lato dai movimenti della autonomia e dal terrorismo.

la mia reazione

Disgustato da come si svolse la discussione intrecciata tra il risultato deludente delle elezioni politiche e la prospettiva di unire o meno Avanguardia Operaia e il Pdup, decisi di andarmene e preparai anche un poderoso documento politico di dimissioni dalla organizzazione a cui avevo dato tanto.

Da qualche mese avevo iniziato a studiare le parti di teoria politica dei Quaderni dal carcere di Gramsci e mi rendevo conto che c'era un vuoto da colmare tra le intuizioni di Gramsci sulla democrazia, sul socialismo, sulla politica, sul blocco storico, sul ruolo della chiesa cattolica e il nostro appello al leninismo che, per altro, si era inverato in una realtà profondamente diversa da quella italiana e che aveva avuto una deriva fallimentare.

Nel mese di luglio (mentre ero in ferie dal giornale) mi incontrai con Oskian e Claudia per informarli della mia decisione di andarmene da una organizzazione che non aveva il coraggio di discutere. Mi convinse a rimanere e fu per quello che in agosto pubblicai in tre puntate, sul quotidiano, un lungo articolo dedicato alle prospettive che ci stavano di fronte e a quella che secondo me poteva essere la strada per uscirne. Li ho finalmente recuperati e li trovate qui "perché ho votato contro al Comitato Centrale".

Di questioni politiche ce ne sono dentro molte e ciò che mi ha colpito è l'insistenza sulla necessità di una riflessione teorico politica di grande respiro, insieme a problematiche di tipo minore che, con gli occhi di oggi mi fanno sorridere.

A settembre mi aspettavo una discussione politica (e come si vede dalla D di dibattito nella manchette, pensavamo di farlo sul giornale); invece fui processato in Ufficio Politico per aver infranto il Centralismo Democratico e mi venne messo al fianco, in funzione di controllo, Vittorio Borelli, trasferito da Verona e del tutto digiuno di giornalismo. In redazione non la prendemmo bene, anche perché, come si vede dai testi, si trattava di un contributo politico del tutto legittimo nell'ambito della discussione su come arrivare al V congresso di AO. Le congiure di palazzo e le manovre di corridoio continuavano da entrambe le parti.

Non me la sentii di continuare con l'ottimismo della volontà e decisi che era meglio tornare al lavoro minuto, ma importante, di docente. Rimisi il naso in redazione una volta sola quando ci fu lo scontro a fuoco (di cui ho parlato nel pezzo dedicato agli anni del QdL) in cui morirono Walter Alasia e due funzionari di polizia.

L'esplosione del terrorismo e la violenza dei movimenti della autonomia mi convinsero della necessità di seguire altre strade e lavorare più in profondità. Non abbandonai la passione politica, abbandonai l'idea della politica al primo posto.

Non fu una decisione immediata, ma progressiva. Ricordo che, nei primi mesi del 77, alla assemblea in cui la destra di AO decise di andarsene e aderire al PDUP partecipai, ma mi sentivo un osservatore e non un protagonista. Mi ritrovai con tante persone a cui volevo bene ma che stavano per intraprendere un ennesimo tentativo volontaristico. E lo stesso valeva per gli altri.

La parabola di AO si era chiusa; altri tentarono di fare DP e in quel periodo mi resi conto della drammaticità della situazione. Il terrorismo cresceva, uccideva e i compagni continuavano a fare i distinguo nè con lo stato nè con le BR, come se lo stato e le BR e prima Linea, si potessero mettere sullo stesso piano.

Tutti quei tentativi, per quanto generosi, per quanto animati da persone appassionate, sul piano della soggettività, finirono nel nulla. Non fu così, come ho detto all'inizio, per le trasformazioni che determinarono nella società e negli assetti istituzionali.

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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2 risposte a 1974-1976: la parabola di AO

  1. mi permetto però di osservare (al margine del contributo di Claudio che rileggerò con calma) che non tutti (e gli ambienti di ao erano fra questi) erano sulla parola d'ordine "nè con lo stato nè con le br". anzi mi ricordo di una lunga e accesa discussione con un compagno di ao della mia città lui contrapponeva appunto un'altra parola d'ordine che era "contro lo stato nè con le br". ripeto è una cosa molto marginale e che nulla ha a che fare con il "merito" del contributo di Caludio

    • Claudio Cereda scrive:

      me la ricordo così “no allo stato delle BR” che è anche peggio; era, in pieno rapimento Moro, la riproposizione de “la strage è di stato, avanti con le lotte del proletariato”. La stessa storia che di fronte al cadavere di Feltrinelli ci portò a sostenere che era stato ucciso dai servizi segreti o che Calabresi era un agente della CIA. Che nei corpi dello stato si annidiassero nemici dello stato democratico era vero ma che in Italia fosse indispensabile la difesa senza se e senza ma delle istituzioni democratiche, per me lo era altrettanto.

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