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Stato, Bambini e Genitori — 8 commenti

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    Roberta Bruzzone ha pubblicato sulla sua pagina FB questo ampio intervento che mi sembra importante riprendere perché, indipendentemente dalla tesi sostenuta aiuta a capire quanto accade (Claudio Cereda)
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    Quando un tribunale dispone il collocamento eterofamiliare: qualche chiarimento necessario
    Da psicologa che da oltre vent’anni si occupa di valutazione delle competenze genitoriali in ambito forense, sento il dovere di precisare un punto molto importante che in questi giorni sembra sfuggire a molti commentatori.
    Il collocamento di un minore in un contesto eterofamiliare, che sia affido o altra forma di protezione, non è mai una decisione presa con leggerezza.
    Al contrario, nella prassi dei tribunali minorili italiani si tratta di uno dei provvedimenti più estremi e dolorosi che un giudice possa assumere.
    E proprio per questo motivo non arriva mai all’esito di valutazioni superficiali.

    Come si arriva davvero a decisioni di questo tipo

    Nella mia esperienza professionale, e nella prassi dei tribunali, queste decisioni arrivano solo dopo percorsi lunghi e articolati, che spesso durano mesi, a volte anni
    Durante questo tempo vengono attivati:
    • servizi sociali
    • consulenze tecniche psicologiche e psichiatriche
    • interventi di sostegno alla genitorialità
    • monitoraggi ripetuti della situazione familiare
    L’obiettivo è sempre uno: consentire ai genitori di recuperare adeguate competenze genitoriali.
    Il collocamento eterofamiliare arriva solo quando questo percorso non produce miglioramenti sufficienti e i rischi per i minori diventano sempre più evidenti.

    Il caso della “famiglia nel bosco”

    La vicenda che in questi giorni sta suscitando tanto clamore mediatico, quella della cosiddetta “famiglia nel bosco”,sta generando una quantità enorme di commenti, spesso molto accesi.
    Il problema è che la stragrande maggioranza delle persone che commentano non ha letto le carte.
    Molti non hanno avuto accesso:
    • agli atti dei servizi
    • alle relazioni tecniche
    • alle consulenze specialistiche
    • e, soprattutto, all’ordinanza del tribunale che motiva la decisione.
    Senza questi elementi è impossibile comprendere davvero il quadro clinico e giuridico della situazione

    La questione centrale: l’adeguatezza della funzione genitoriale

    Quando si arriva a provvedimenti di questo tipo, il nodo non è mai una scelta di vita alternativa o uno stile educativo non convenzionale.
    Il punto centrale è sempre la valutazione dell’adeguatezza della funzione genitoriale.
    Se, sulla base delle relazioni tecniche e degli accertamenti svolti nel tempo, emergono condotte o condizioni che mettono a rischio il benessere dei minori, il tribunale è obbligato a intervenire.
    E i rischi possono riguardare:
    • la salute mentale dei bambini
    • la loro sicurezza fisica
    • lo sviluppo cognitivo e relazionale
    • l’accesso a strumenti educativi e sociali fondamentali

    Un anno di tempo per adeguarsi

    Da quanto emerge dalle informazioni disponibili, ai genitori era stato concesso un lungo periodo — circa un anno — per adeguarsi a richieste ritenute legittime e necessarie.
    Richieste finalizzate a garantire ai bambini:
    • un ambiente di crescita adeguato
    • accesso all’istruzione
    • possibilità di sviluppo sociale
    • strumenti per interagire con il mondo esterno
    Quando queste indicazioni non vengono recepite e la situazione non migliora, il tribunale può trovarsi costretto ad adottare provvedimenti più incisivi.

    Il mito della “sicurezza assoluta nel bosco”

    L’idea che quella situazione fosse intrinsecamente sicura e protettiva per i bambini è una narrazione molto suggestiva, ma decisamente poco rigorosa sul piano tecnico.
    Una condizione di isolamento totale o quasi totale dal contesto sociale può comportare criticità molto serie nello sviluppo dei minori.
    Non basta un ambiente naturale o bucolico per garantire:
    • sviluppo emotivo equilibrato
    • competenze sociali adeguate
    • strumenti cognitivi per affrontare la realtà
    Servono silenzio e equilibrio
    Questa è una vicenda estremamente delicata, che riguarda prima di tutto dei bambini.
    E proprio per questo avrebbe bisogno di:
    • silenzio
    • equilibrio
    • prudenza
    Tre elementi che purtroppo spesso scompaiono quando un caso diventa mediaticamente esplosivo.

    Gli slogan ideologici non aiutano i minori

    Capisco che situazioni di questo tipo possano generare reazioni emotive forti.
    Ma lanciarsi in proclami ideologici senza conoscere davvero la vicenda non aiuta nessuno.
    Soprattutto non aiuta i bambini coinvolti, che sono e devono restare l’unico vero centro di queste decisioni.
    E se un tribunale arriva a prendere una decisione così dolorosa, lo fa per cercare di proteggere ciò che resta di un equilibrio già fortemente compromesso.
    C’è poi un elemento specifico che merita di essere sottolineato, perché emerge direttamente dalle indicazioni contenute nell’ordinanza.
    Il fatto che dei bambini abbiano rotto una persiana, ne abbiano ricavato dei bastoni e abbiano aggredito due educatrici è già di per sé un episodio di una gravità assoluta sotto il profilo educativo e relazionale.
    Si tratta di un comportamento che, in qualunque contesto di valutazione delle competenze genitoriali, rappresenta un indicatore serio di criticità nella gestione dei limiti, delle regole e dell’aggressività.
    Ma il punto che rende la situazione ancora più preoccupante è un altro.
    Se fosse vero — come riportato nell’ordinanza — che la madre avrebbe ritenuto questa condotta adeguata da parte dei bambini, allora il problema non è più soltanto il comportamento dei minori.
    Il problema diventa la cornice educativa e valoriale all’interno della quale quel comportamento viene interpretato e legittimato.
    E quando un adulto di riferimento non riconosce come problematico un atto di aggressione, oppure lo considera in qualche modo giustificato o appropriato, questo è un elemento che, in sede di valutazione delle competenze genitoriali, non può essere in alcun modo sottovalutato.
    Per questo motivo invito davvero tutti a mantenere un atteggiamento prudente.
    Perché, leggendo alcuni passaggi degli atti, appare piuttosto evidente che questa vicenda è probabilmente molto più complessa di come alcuni racconti mediatici la stanno rappresentando.
    E quando si parla della tutela di bambini, la complessità non può essere sostituita da slogan.

    • Giudico questo intervento molto interessante; le mie perplessità riguardano due aspetti:
      1) la adeguatezza di strumenti di valutazione “normali” nel valutare lo sviluppo cognitivo e relazionare di bimbi che stavano crescendo secondo schemi e modalità alternativi. L’ho già accennato: quanto conta saper governare un cavallo o comunicare con esso?
      2) Il diritto delle istituzioni in contesti così diversi per lingua e cultura a sovrapporsi per impostare tutt la questione secondo i propri binari. Nel 1992 ho fatto un viaggio di un mese negli stati dell’Ovest degli USA e ho voisto culture e stili di vita (compresi quello dei minori) che giudicheremmo, con i nostri schemi out o bad. E non oso pensare al continente australiano.

  2. Ciao Claudio, partiamo da qui:

    “Nessuno mi toglie dalla testa che ciò che ha fatto scattare i diversi provvedimenti sia la diversità nelle regole e negli stili di vita.”

    Questo mi sembra un pregiudizio. Ciascuno di noi ne ha: l’importante, a mio avviso, è averne coscienza.
    Certo, il problema è sorto dopo l’avvelenamento da funghi.
    Che situazione hanno trovato gli asaistenti sociali?
    Drammatica, per i bimbi, non per i genitori (ti risparmio dettagli che, suppongo, tu conosca).
    L’intervento della magistratura ha trovato l’opposizione dei genitori, soprattutto della madre (anche qui ti risparmio i dettagli, che, suppongo, tu conosca).
    In marzo (leggiti l’ordinanza del Tribunale dell’Aquila) la madre (i figli erano in comunità, tolta la patria potestà ai genitori, con presenza costante della madre presso i suoi figli) sono stati spinti dalla madre, che rifiutava l’intervento degli assistenti sociali, a reagire violentemente (con ferimento) nei confronti degli assistenti sociali.
    La madre è stata allontanata. Non il padre.
    Cosa avresti fatto tu?
    Decidere, nell’interesse di questi poveri bambini, non è facile e, comunque, si fa violenza ai bambini.
    Si tratta, secondo me, di scegliere il male minore, ben sapendo che, comunque, male si farà.
    Non credi?

  3. non è buttarla in politica perché sono i giudici a rappresentare lo stato il cui operato ti fa provare orrore.
    Ma se gli psicologi che seguono il caso segnalano una criticità, il giudice cosa dovrebbe fare? Ignorarla?
    Questo dovrebbe essere il vero argomento nel caso specifico

    • io critico il sistema fatto di servizi sociali e tribunale dei minori che, solitamente non c’è. Tu eri mio vicepreside quando gestimmo il caso di un quindicenne problematico che, nel pomeriggio gestiva la sorellina di 10 anni perché il padre lavorava e la madre era schizzata.
      Nessuna risposta nè dai servizi nè dal tribunale ad una banale richiesta sulla presenza di un adulto nel pomeriggio (almeno per qualche ora).
      Poi capita una intossicazione da funghi e una famiglia che vive fuori dagli schemi della vita in condominio (tra natura e animali) improvvisamente diventa oggetto di provvedimenti di perdita della potestà genitoriale. Nonostante entrambi i genitori siano presenti e si occupino della crescita dei figli. Semplicemente trovo tutto ciò assurdo. Nessuno mi togloe dalla testa cge ciò che ha fatto scattare i diversi provvedimenti sia la diversità nelle regole e negli stili di vita.
      Ma come si comporteranno tre bambini abituati alla naturalità, ad imparare dal cavallo invece che dalla maestra, che vengono sbattuti in una “comunità protetta”. Io trovo del tutto normale che, quando rifiutano certe regole, imposte dallo stato, si rivolgano con simpatia alle regole della mamma. E adesso che la mamma non c’è più e che sarà riammessa a condizione di dire “hanno ragione gli psicologi e le assistenti sociali” cosa potranno pensare i babmbini?
      Se non accettano una situazione del genere gli faremo l’equivalente dell’elettroshock? Per fortuna oltre che la magistratura, nel nostro sistema, esistono anche i garanti.
      Chi fa politica, a destra come a sinistra, in momenti del genere è meglio che taccia perché il suo compito è quello di registrare ciò che accade e valutare con serenità se si dovranno (uso il futuro volutamente) assumere provvdimenti legislativi in senso maggiormente liberale (cioè con minore invasività da parte dello stato).

      • concordo maggiormente con quello che dici però è ovvio che per cambiare l’attuale stato di cose, come tu stesso segnali, va cambiata la legislazione vigente. Eventualmente di questo e solo di questo deve occuparsi la politica, astenendosi da commenti che tra l’altro denotano la stupidità di chi li fa.
        Ovviamente il tutto poi va valutato alla prova dei fatti. Anche tralasciando l’avvelenamento da funghi, i bambini non erano vaccinati, metti una ferita non ben disinfettata ed un infezione da tetano (successe a un fratellino di mia madre morto a nove anni a cavallo degli anni 30 e 40), diremmo le stesse cose o richiederemmo una legislazione più severa?

  4. Non ho tutti gli elementi per cui non esprimo una opinione; però, anche se siamo a poche settimane dal voto non comprendo questo accanimento contro i giudici.
    Se hanno deciso così lo hanno fatto in base a perizie degli psicologi che seguono i bambini e che logicamente il giudice non poteva ignorare.
    Allora si abbia almeno l’onestà intellettuale di dire che psicologi ed altri professionisti del settore non devono intervenire nelle dinamiche famigliari anche quando queste interessano i minori. Invece in questo periodo è più “utile” prendersela con i giudici

    • Nicola Polverino ma è possibile che anche tu devi buttarla sempre in politica? Non era per niente questo il senso del mio post.

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